Ossessione – Una recensione (forse)

Ho studiato e vissuto in classi di liceo dove i figli dei giudici pisciavano nelle scarpe della vittima di turno. So di non essere la sola.

So’ ragazzi, ora come allora, era la risposta standard. Lo è in certa misura anche fra le righe del libro che Stephen King pubblicò sotto lo pseudonimo di Richard Bachman e ritirò dal mercato quando il volume fu trovato nell’armadietto scolastico di un giovane stragista.

Ossessione (1977) ci dice che sono ragazzi ma anche mostri. Che lo siamo tutti – chi più, chi meno – perché il confine che separa l’equilibrio dal suo contrario ha le dimensioni di un capello.

Ce lo spiega con la forza corrosiva di una voce in prima persona priva di freni e di vergogna, nella quale per un attimo, volenti o (soprattutto) nolenti, riusciamo a ritrovarci, a riascoltarci, a rifiutare il vero.

Ci dice perfino una cosa ancora più acida: che la giustizia forse è un’invenzione, che su questo lato del mondo preme la seconda faccia di un universo dove, in nome di una “logica che divora se stessa“, salirai sull’ultima corsa di un tassista folle, scoprirai il tuo tumore a un mese dalla morte e verrai linciato al posto del colpevole. In poche parole: non ritornerai.

Non c’è ritorno dalla rabbia dietro l’ossessione. Prima di 1922 Elpìs era già morta mentre la voce di dentro di Charlie Decker e gli spari della sua pistola immaginaria continueranno a riecheggiare nei corridoi del tempo. E nessuno vorrà fermarli.

Francesca Fichera

Ossessione - La finestra di Hopper

 

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Nuove Eterotopie

Le eterotopie sono luoghi dischiusi su altri luoghi, spazi “connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano” (Michel Foucault).

Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come i racconti qui racchiusi, che dissolvono i confini tra i generi in una miscela esplosiva di speculazione scientifica, anticipazione tecnologica, sperimentazione linguistica e proiezione sociologica.

Sedici nuove eterotopie, dunque.

Più una: un inedito di Bruce Sterling, scritto espressamente per quest’antologia.

Postfazione di Salvatore Proietti

Copertina di Ksenja Laginia

Nuove eterotopie

Non ve l’avevo ancora annunciato alla finestra ma sì, fra i 16 racconti che compongono questa antologia ce n’è anche uno mio. E il progetto, edito da Delos e curato da Giovanni De Matteo Sandro Battisti, verrà presentato a Stranimondi 2017.

Insomma, passa un bel sole dai vetri. Il resto lo diranno i lettori…


Link per acquistare e/o recensire il libro:

Delos

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IBS

Kobo Store

Bookrepublic

La Feltrinelli

Goodreads

Le due ninfe

di Francesca Fichera

Lei era di fronte a me, i riccioli neri sparsi sulle spalle in un ordine elettrico che non riconoscevo. Il suo sguardo azzurro e torvo mi penetrava. Aveva le braccia distese lungo il corpo e pugni stretti e tremanti alla fine, lambiti appena dai ciuffi bianchi delle onde.

Era venuta fuori con me, in me, quando credevo non fosse esistita mai. Nella mia storia eterna di ninfa marina il pensiero che non fossi unica non aveva attraversato una sola volta i miei pensieri. Giorni, anni, secoli, erano trascorsi nella bonaccia dell’assenza di dubbi. Ma è impossibile, mi dico, nutrire incertezza dell’inesistente.

A tradire la quiete era arrivato lui: il vento, il mio vento. Con gli occhi azzurri come i miei, che nascondevano una mente diversa e un cuore simile. Arrancava sulla spiaggia ogni mattina e pomeriggio, prima e dopo la scuola, con i capelli lucidi che diventavano arruffati col passare delle ore. Sedeva sulla sabbia tendendo i suoi calzoni buoni sulle cosce e mi – o dovrei dire ci – guardava. E io, spumeggiando, guardavo lui. Quelle rare volte in cui sfilava scarpe, calzini e arrotolava i pantaloni fin sopra le caviglie per raggiungermi, mi divertivo a solleticargli i piedi con dita fresche e bagnate. Tante creature avevano immerso i loro corpi nell’acqua su cui vegliavo ma nessuna di esse assomigliava a lui, per quanto al tempo di questa sensazione non riuscissi ancora ad afferrare il vero significato. Intuivo solo fosse un segno, una di quelle cose che solamente l’eternità capisce ma a cui il presente rivela d’essere sempre troppo cieco.

Eppure l’istinto mi diceva di non passarci sopra, come facevo con le impronte sulla battigia; voleva aprire i miei occhi invisibilmente blu, che guardavano davvero solo quando c’era lui, così bello e concreto come nessun corpo umano prima d’allora mi era apparso.

E una notte, sotto la luna che mi tempestava di diamanti, avevo pregato di averlo anche io un corpo, di riuscire a emergere dalle mie stesse acque per potere accarezzare quei piedi bianchi con dita vere, uguali alle sue, e di poggiarmi ai suoi vestiti per imparare a sentire il calore racchiuso al loro interno, che a me sembrava più forte del sole e dei suoi raggi già così, dal basso della mia prigione oceanica e distante.

Così pregai, pregai forte, e fu così forte la tempesta dentro di me che mi diede forma come mai ne avevo avuta. Lunghe gambe crebbero al posto delle rocce; il fondale sabbioso divenne cuore e fiato e le increspature faccia e riccioli scuri da cui ammiccavano occhi finalmente guardabili a loro volta. Quando accadde, un’onda lunga si sprigionò da un punto imprecisato del mondo, dopo che ogni oceano fu trascinato per un istante al centro della Terra e risputato fuori con lenta e inesorabile violenza. Sentii uomini urlare e avere paura e un fiore di colpa nacque sul fondo della mia nuova gola, ma niente mi importava più del desiderio di congiungermi a quelle mani calde cui era bastato agitarsi in superficie per modificare interi abissi.

L’amore era il mio presente cieco e sordo, che mi impediva di vedere altre due gambe oltre le mie e di udire i loro passi alle mie spalle. Contava solo mostrarmi a lui per ciò che ero stata e diventata. E quando riuscii a farlo e lessi terrore e attrazione insieme nei suoi occhi, dopo migliaia di anni potei dirmi per la prima volta uguale a qualcos’altro. Mi fu sufficiente abbracciare il suo corpo tremante e tiepido nella luce viola del crepuscolo per sconfiggere mille vite di solitudine.

Lui mi guardò in modo vorace, si spogliò com’ero io e si unì a me. Fu la goffa e bellissima sovrapposizione di due cose sconosciute l’una all’altra nonostante quella piccola e trasparente corda che le univa in maniera immemorabile. Niente, neanche la stella più luminosa e forte del creato, avrebbe retto sotto il peso di tanta la bellezza. Pur essendo uno spirito antico come il creato, apprendevo solo allora una verità tagliente: che la felicità è breve e difficile, incrinata per natura da un destino geloso. E la cosa peggiore, anche se ancora lo ignoravo, era che io stessa portavo in seno quella sorte.

Ma prima vennero giornate splendide, ripulite dalla luce e dal vento. Lui, la mia brezza, mi scuoteva i capelli con le mani tiepide e mi poggiava le labbra sulle guance, con una tenerezza meno invadente di quella che avevo cominciato a conoscere durante i nostri amplessi. Mi aveva donato dei vestiti, per potere camminare insieme lungo le strade grigie e dure che ricoprivano la terra lontano dalla spiaggia. Quei luoghi, così distanti dall’acqua, che non avrei mai potuto avvertire come casa se non ci fosse stato lui al mio fianco.

Devin Leonardi

Poi però apparve lei, della cui ombra costante non avevo ancora mai captato la presenza. Seguiva le nostre orme da giorni e le rendeva quadruple. Identica a me, ma dalla chioma elettrica e lo sguardo opaco, venne fuori da un angolo notturno mentre io riposavo nel mio odore, fra gli scogli, nuda e ancora incredula nei confronti del miracolo di quell’esistenza fatta di carne.

Fu come guardarsi in uno specchio distorto. Lei si muoveva come me ma non era me: non del tutto. “Alle forme umane non è data la luce senza il buio”, mi disse, e io non capii subito. Lei, i cui pensieri sorgevano all’unisono coi miei, aggiunse: “Cosa credevi, che acquisire una forma e un amore umani non ti sarebbe costato?”.

Mi guardava come io la guardavo. Allora compresi che cos’era e, in un attimo, dimenticai il tepore di lui, le giornate assolate, la leggerezza del vento. Intorno a noi il nostro vecchio elemento fremeva, di nuovo scosso da temporali partoriti dal ventre del globo. Gabbiani urlavano e parevano ridere nel turbine della notte in tempesta, spezzato da un’unica voce che diceva, bassa e rabbiosa: “Fossi rimasta sempre la stessa, non mi sarei scoperta”.

Non seppi mai chi delle due mie parti avesse pronunciato quella frase, se quella ad alta tensione oppure il lato intonso che avevo sempre creduto di rappresentare, nonostante le numerose scorie che le mie acque si erano sforzate di ospitare e sopportare. Sapevo solo che l’altra parte di me mi era contro. Dalla nostra lotta scaturivano fulmini, saette, onde alte decine di metri. Di lì a poco l’intero mare del mondo si sarebbe prosciugato, riversandosi completamente sulla terra e annegando tutti i suoi viventi, lui compreso.

Fu quando lo vidi mentre correva a perdifiato sollevando sbuffi di sabbia, pallido come un fantasma nei suoi abiti per il sonno, che ebbi chiara ogni cosa. L’altra lei continuava a scagliarsi verso di me, provocando trombe d’arie e di acqua salata: la ribellione del nostro vecchio regno al vuoto che io avevo lasciato.

Devo tornare indietro, pensai, solo così salverò lui e gli altri. E lui arrancava verso di me chiamandomi per nome. Me ne aveva dato uno che rifiuto di ricordare, l’ho scritto e seppellito in qualche fossa a migliaia di chilometri sotto di me. L’ultima cosa che conservo di quella piccola, lucente vita umana è il mio corpo da ninfa risorta avvinghiato a quello della mia sorella gemella, da me trascinato tra i flutti tempestosi.

Ci annegai, ci annegammo, con gli occhi blu e di segno opposto immersi gli uni negli altri. Fu questione di un attimo e tornai a essere ciò che ero sempre stata: acqua. Un unico fluido che non si stancava mai di scorrere sui corpi pulsanti degli uomini e degli altri esseri terrestri. Una cosa che non si conosceva o fingeva di non farlo.

Il male era tornato a dormire, e anche il bene. Soltanto la natura d’ora in poi ne avrebbe stabilito il corso. Ero neutra, di nuovo solo mare: la ninfa dagli occhi invisibili che regna sulle acque salate di tutta la Terra.

Eppure ancora, quando lui torna a cercarmi con i pantaloni arrotolati sulle caviglie nude e il sale delle sue lacrime si mescola a quello della schiuma sulla riva, i miei occhi si riaprono. Vedono, guardano, ammirano ciò che non è per me. E in silenzio, senza che le ombre dei miei abissi se ne accorgano, si lasciano accarezzare dal vento profumato dei suoi respiri.

Ricciardi alla finestra

Una delle pagine più belle de La condanna del sangue di Maurizio de Giovanni.


Ricciardi fece una smorfia, senza smettere di guardare fuori dalla finestra del proprio ufficio.

— Grazie di avermi evitato un’altra lezione. Di destino ne abbiamo già avuto abbastanza stasera, ti pare? Senti a me: il destino non esiste. Esistono gli uomini e le donne e il coraggio di vivere o sottrarsi alla vita, come Iodice. Ed esiste chi vive nell’incoscienza, facendosi portare dalla corrente. Ecco che cosa esiste.

— Che peccato, pero’, commissa’, a sentirvi parlare così. Nemmeno la soluzione del caso e un fetente pazzo al manicomio criminale vi fanno sorridere, a voi.

Ricciardi non si girò.

— Sai che puoi togliere a uno che vive guardando dalla finestra? Lo sai che cosa?

— No, commissa’. Che cosa?

Un sospiro breve.

— La finestra, Raffaele. Gli puoi togliere la finestra.

Luci e ombre alle finestre di Hopper

Dal mio articolo di luglio per Quaderni d’Altri Tempi (completo al link, in breve qui). Dato il nome e l’argomento ho pensato non potesse mancare 🙂

Tante storie iniziano e si interrompono al di là del vetro delle tante finestre di cui l’autore di Nighthawks ha subito e restituito variamente il fascino. Rimane da stabilire come queste storie continuino, cosa succede (o potrebbe succedere) quando le luci si spengono e i rettangoli gialli dipinti sui palazzi scompaiono nell’ombra.

Ecco allora che Lawrence Block decide di radunare le Ombre, gli istanti “con un passato e un futuro che lo spettatore è chiamato a rintracciare” e che Hopper ha saputo imprimere sulla tela sospendendoli in eterno. Ecco che la ragazza di Night Windows prende vita e diventa qualcuno con un volto, una voce, un preciso tempo da vivere.

Ai tredici autori coinvolti nel progetto antologico viene assegnato il compito di prolungare gli istanti, trasmutare le impressioni hopperiane adeguandole allo stile degli anni Zero, alla tutta attuale necessità di “rendere visibile l’invisibile” (Maffesoli, 1996).

Lo spazio delle stanze e degli ambienti ricreati da Hopper, delimitato all’interno del quadro oltre che dal quadro stesso, trova una nuova estensione. Comincia a muoversi, come le esistenze racchiuse nel cortile osservato da James Stewart ma, a differenza loro, con l’unico tramite della parola.

 

Il gioco di Gerald (Mike Flanagan, 2017)

Stephen King al cinema: come Il gioco di Gerald ha cambiato le carte in tavola.

CineFatti

Stephen King al cinema: come Il gioco di Gerald ha cambiato le carte in tavola.

Che i cuori fragili facciano un passo indietro, perché Il gioco di Gerald (Gerald’s Gamenon è il solito thriller. E non vi farà paura come credete che dovrebbe farvene. Anche se c’è la firma di Stephen King, uno che sul piano della scrittura e del racconto del Male degli uomini ha mancato il bersaglio molto di rado.

La riprova viene da una storia semplice quanto geniale, pubblicata per la prima volta nel 1992 (1998 per l’Italia) con un paio di manette in copertina; le stesse che Gerald Burlingame (Bruce Greenwood) richiude sui polsi della moglie Jessie (Carla Gugino) per provare a ridestare un amore nato morto.

Il suo gioco erotico fa però presto a finire in tragedia, così la palla della sopravvivenza passa a Jessie. Sola, ammanettata al letto…

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Mr. Mercedes e la lunga strada della paura

Dalla mia ultima pubblicazione su Quaderni d’Altri Tempi (al link la versione completa, qui un estratto). Date una chance a questa serie.

Sull’incipit di Mr. Mercedes, sanguinosa strage di innocenti alla gelida alba di una fiera del lavoro, incombe l’ombra di un déjà-vu destinato a colpire la quasi totalità dei lettori/spettatori diventati adulti nel corso degli anni zero. Il rimando alla crisi economica del 2007-2009 e alle sue drammatiche conseguenze è solo uno fra i motivi che s’impongono alla memoria collettiva del pubblico, sovrastato dalla violenza (tristemente potente) dell’immagine di un autoveicolo di grossa cilindrata gettato a tutta velocità contro una folla inerme.

Come nel libro così sullo schermo, la Mercedes rubata dal killer, che indossando una maschera da clown si ricollega significativamente all’emblema kinghiano del Male per eccellenza, IT il pagliaccio, è un semplice strumento di morte che attraversa le strade della finzione bruciando sul tempo cronache e notiziari, allora futuri ma oramai già trascorsi per coloro i quali leggono e guardano Mr. Mercedes nel 2017 senza poter fare a meno di rivivere il ricordo dei terribili attacchi a Nizza, Berlino, Gerusalemme, Londra, Stoccolma, Parigi, Charlottesville, Barcellona e Cambrils.

Bricks and Mortar

Mi chiedo come facciate a NON andare in fissa con una canzone che inneggia a spargere acqua e sale sulle ferite. Una canzone che, fra un’onda e l’altra di un mare purificante, dice questo:

No one understands,
The way you found your God,
There’s a bullet in your hands.

Pour salt water on the wound
(torno al mio loop)

 

Nonostante tutto, i fiori

Qualche tempo fa una mia illuminata conoscenza scrisse una cosa a proposito della morte di un individuo che da vivo gli aveva causato molta sofferenza.

Disse che l’ultimo torto di cui era stato capace resisteva nella sua incapacità di dispiacersi perché se n’era andato.

Ci ho riflettuto a lungo e sono arrivata a trarre le stesse conclusioni. Perché anch’io ho avuto rapporti difficili, causa di dolore e di rancore. Che è pur sempre un legame, dicono.

Nonostante tutto, i fiori - Room in Brooklyn - Finestra di Hopper

Ma non è per la presunta soddisfazione di non rimanere avvinti a chi ci ha fatto del male che ho lavorato alla sua rimozione: il rancore si comporta come una malattia autoimmune, che a volte recede, altre peggiora e nei casi più frequenti resta lì perché tu possa imparare a conviverci.

No, io continuo a smussarne gli spigoli perché il suo veleno, per quanto a piccole dosi, sa abbrutire, abbrutirmi e contaminare il bene dall’interno.  Come l’erba cattiva che aggredisce i fiori fino a soffocarli, se non la tagli.

Allora non mi sorprende più fermarmi ad accettare il fatto che qualche volta le persone che mi hanno ferita riescono a mancarmi ancora. Mi lascio sguazzare nella loro assenza, in nome dell’affetto che ho destinato, senza sapere, a chi non lo voleva. Per rispettarlo, rispettarmi attraverso ciò che ho provato. E anche e in minima parte per onorare le sfide che, quando l’affetto non era contemplato, ho dovuto raccogliere per causa loro.

Agli assenti, che oggi brulicano ma che non rinnego più, perché a tradirmi sono stata brava già una volta.

 

A zio Stevie per i suoi 70 anni

Io di omaggi a Stephen King ne ho scritti tanti, dalla mai pubblicata tesi di laurea ai mille articoli/pezzi di cuore. Uno di questi sta poco più in basso e continua su stephenking.it (che è un bel posto dove i 70 anni del Re si stanno festeggiando veramente come si deve). Il resto è tempo, una faccia sull’acqua.

Lo sguardo dei bimbi soli, da perdente, lo conservai per la pagina scritta. E feci bene, anche se aveva fatto (e farà sempre meglio) zio Stevie, che per raccontare la paura del buio e dei mostri non ha mai smesso di tenerle con sé.

Che è riuscito a farmi sprofondare nei Barren e a farmi correre e sudare a Neibolt Street mentre nel corridoio di casa le luci restavano accese anche di giorno.

[…]

Ma qualcosa mi tratteneva ancora, un cerchio che assomigliava all’impronta di ghiaccio lasciata sul tavolo dall’ennesima bottiglia di tè, fatto di bambini fermi nell’acqua al tramonto.

Mi sono fermata con loro, per capire. Mi sono fermata per tornare indietro, rileggere, provare ad afferrare l’emozione che mi bagnava le guance. Allora potei solo intuirla.

Il resto lo ha fatto il tempo, lo ha fatto il Ka.


L’immagine di copertina è un’illustrazione di Graham Warnken.