Tu chiamale se vuoi emozioni

È il titolo del mio saggio, scritto come al solito per Quaderni d’Altri Tempi, a proposito del film Inside Out. Che potete (cominciare a) leggere qui.


Il salto dalla ricerca della felicità all’obbligo di provarla – perché altrimenti non c’è vittoria né successo né bellezza – è sì figlio della spesso chiamata in causa società del benessere, ma non solo: perché elevare a moda ciò che dovrebbe essere frutto esclusivo della spontaneità – e ciò lo dobbiamo in buona parte a quella disastrosa ondata New Age che ha impregnato la classe imprenditoriale fino a spugnare la società tutta – non può che nascere dalla paura e per questo farne ancora di più.

Paura di “convivere con la malinconia”, come suggerisce Ventura, o più in generale di non riuscire a gestire le proprie emozioni per via di una sostanziale incapacità a comprenderle; una comprensione che nella parabola illustrata di Inside Out ci viene indicata come conseguenza essenziale di una gentile e razionale – perché chi ha visto in questa storia l’esclusione del pensiero non ha saputo leggere fra le righe – collocazione e accettazione delle cose: affrontarle dando loro il giusto peso, per non venirne schiacciati né trascinati, nell’enfasi o nella repressione.

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Come in una commedia americana

A volte mi sembra di starci dentro, nei panni del protagonista sfigato che cade a faccia in giù perché i compagni gli hanno fatto lo sgambetto in mensa.

La differenza è che quel momento in cui, dopo essersi lavato via il suo pranzo dal viso con dignità mista a disperazione, arriverà l’outsider di turno a (rac)cogliere il suo lato migliore e tutto finirà a tarallucci e vino con una trionfale presentazione di fronte a una folla plaudente… Quel momento non viene.

Il film è lungo, troppo lungo. Come il miglio verde.

(amarezza batte rabbia 3 – 1)

A mali estremi

…sapete come continua. Ne abbiamo già parlato. Ma, come dicevo qualche giorno fa, da sola cosa risolvo? Da soli cosa risolviamo?

Se il tizio A dice al tizio B “In Italia il lavoro c’è eccome!“, scatenando polemiche più che giustificate, e il tizio B  lo difende “Hai ragione, pensa che noi offriamo lavori per cui non ci arriva neanche un CV. E quelli che vengono da noi rifiutano perché la sede è troppo lontana”, e B è lo stesso che lavora per una grande azienda, scrive manuali di know-how e una volta mi propose di lavorare gratis per loro, io cosa posso dire?

Perché se assecondo i miei pensieri del momento, allora è una tragedia, allora perdo l’ultimo scampolo di aplomb rimastomi, e il famigerato CV lo rimpinzo di vaffanculo.

Invece poi taccio, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, a lavare la capa al ciuccio si perde l’acqua e il sapone, e rinuncio al mio estremo rimedio. Finché non incrociamo tutti le braccia, i pochi che lo faranno verranno presi per folli.

Ad esempio io, a cui il tizio B non riusciva proprio a credere quando respinsi il suo fantastico impiego non retribuito: era troppo convinto che lavorare fosse diventata un’occasione invece che la regola. E, purtroppo, non sbagliava. Molti miei coetanei la pensano ancora come lui.

Però, vedete, tutta questa retorica dell’opportunità i suoi frutti li ha dati. E il più grosso e polposo si chiama fallimento. Mangiato da tutti, belli e brutti, politici e gomblottisti. Non si salva nessuno.

Su questo, un giorno, ci darete ragione. Anche se dubito che basterà.

 

 

Nella luce #14

Non c’è una storia da raccontare, solo momenti finali da vivere nel timore fino alla pace della luce, al “sole nero” e alla conclusiva “esplosione di fuoco senza calore” che pare cancellare tutto tranne il senso di solitudine. Poetico.

Fabio R. Crespi, su Amazon.

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Le finestre di Hopper

Il 12 febbraio (che, rispetto a questo post, arriva domani) si chiuderà la mostra di Edward Hopper al Complesso del Vittoriano di Roma. Spero possiate approfittarne come ho fatto io, improvvisando una gita fuori porta (in dolcissima compagnia) con tanto di colazione al sacco, ché il piatto piange e finché si può risparmiare bisogna tentarle tutte.

Comunque, resta un’occasione per innamorarsi ancora di lui, delle sue visioni irrorate di luce, dei suoi paesaggi sospesi nel sogno e nel silenzio.

Un’emozione così credo di averla provata solo nella saletta scura della National Gallery dedicata a Leonardo, fra i dipinti di Turner e di fronte a Rothko: gli occhi pieni, il cuore anche. È stato come respirare l’aria di tutte le sere estive del mondo. Come essere qui e altrove, quando si tace in fondo alla strada per afferrare un pensiero.

Dicono che c’è molta solitudine nei quadri di Hopper, e non lo nego. Ma è di quelle che ti dicono: siamo soli insieme. Perché guardiamo allo stesso modo le facciate delle case nella calura del primo pomeriggio, gli alberi piegati lungo le strade che scappano, le finestre di notte, i frammenti di vite che rimarranno ignote.

E tutta l’azzurra malinconia della Soir bleu, dove gioia e tristezza convivono senza urtarsi: la gioia di guardare, la tristezza sul fondo di ogni sguardo. Pensare che quel dipinto, rifiutato per una vita intera, giaceva arrotolato in una soffitta, dà l’ulteriore senso della stranezza del destino. Dei suoi vuoti, che Hopper ha saputo racchiudere in una cornice e restituirmi. In cambio dei miei, almeno per un po’.

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Una resa invincibile

Giusto ricordarlo, come ha fatto Giovanni Arduino in uno dei pochi interventi sensati su quest’atroce vicenda. Che mi riguarda, che ci riguarda.

Che inviterebbe a esimersi, in nome di quella cosa chiamata rispetto – che non è poi così ipocrita se vale anche per i vivi – dall’improvvisarsi psicologi e Mr. Cinismo-perché-fa-figo, dato che anche i commenti da bancone del bar hanno un limite, tanto per gli inesperti quanto per gli scienziati.

La cultura è comportamento, senso che si assorbe e si restituisce diventando sensibilità, per cui passioni, titoli e pubblicazioni lasciano il tempo che trovano – del resto, che i nazisti s’intendessero di musica e letteratura è un fatto che dovrebbe star qui a dirci più di qualcosa.

Quindi sì, di fronte a un atto come quello di Michele, vorrei almeno provassimo a fermarci per riflettere, chiedere, spingere verso la discussione; perché, forse, la cura del “dono della vita” che tanto invocate parte proprio da qui: dal porre attenzione.

Invece a me capita fin troppo spesso di leggere vibranti post sul perché è ingiusto lamentarsicondividere gli insuccessi – uno dei più recenti s’intitolava più o meno orribilmente “la disperazione non fa curriculum“.

Il che mi riporta alla mente quel (brutto) film che era The Beach cui, almeno, va il merito di aver rappresentato con efficacia un atteggiamento, umano quanto meschino, molto diffuso: se c’è un ferito che grida il suo dolore,  meglio non sentirlo. Meglio scacciarlo, tenerlo lontano. Dagli occhi e dal cuore.

Così succede che, senza cure, il ferito peggiora. E qualche volta non ce la fa, muore. Perché ogni organismo, ogni individuo, è diverso, e reagisce come può, con quello che ha.

“Noi non siamo dottori”, risponderete voi. Ma avete occhi e orecchie per leggere, per sentire, se non le statistiche (che magari son noiose e non vi stuzzicano la morbosità) storie quotidiane di laureati senza lavoro da più di un anno, con il loro master pagato fior fior di quattrini incorniciato accanto ai diplomi, con i genitori in pensione da aiutare e di cui prendersi cura, che dopo i 25 anni non vorrebbero usare la scusa (quando va bene) di matrimonio e figli per andarsene di casa, che dopo i 25 anni servono ancora ai tavoli (quando va bene) per pagare tasse e consentirsi un subaffitto, che dopo i 25 anni a volte non hanno mai ricevuto una risposta positiva ad un colloquio e, se quei genitori, quei parenti, non ci fossero, con gli “stipendi” che gli date ve li ritrovereste tutti addormentati sui cartoni sotto i portici.

E io pago, direbbe Totò, perché è quello che facciamo, chi più chi meno: paghiamo per un diritto-dovere basilare come quello del lavoro. Mentre gli spiccioli delle collaborazioni occasionali spariscono nelle tasche dei datori che non danno e le borse di studio e i conguagli arrivano con mesi di ritardo e di detrazioni, le bollette si accumulano, i malanni capitano, le urgenze chiamano.

E, in tutto questo, dovrebbe trovare un posticino, oltre a uno straccetto di sogno, pure la dignità.

Quella che, quando manca, può diventare taglio impossibile a rimarginarsi, il segno di una resa invincibile. Cui prestare attenzione. Anche quando a voi sta andando bene, è andata bene; anche quando siete convinti di aver trovato la ricetta per il successo – che sarebbe solo vita.

Prestate attenzione, dunque. Venite a dare una mano. Non ho memoria di nessuna forza che sia venuta solo dal didentro: l’unione la fa, l’ha sempre fatta. Tutto il resto è puro egoismo, variamente travestito e giustificato da un mucchio di aforismi di bassa lega; ma io lo chiamo ancora così. E non mi appartiene. Mi hanno insegnato che la vita si rispetta in tanti altri modi, ma non questo.


p.s.: vi consiglio di leggere anche questo, altro dei pochi scritti sensati sull’argomento. Con un pensiero ai genitori di Michele.

Nel ricordo, nell’infanzia e nel sogno

Solo l’osservatore superficiale può negare che tra il mondo della tecnica e l’arcaico universo simbolico della mitologia giochino delle corrispondenze. Certo, il nuovo generato dalla tecnica appare da principio solo come tale. Ma già nel primo ricordo infantile muta i suoi tratti. Ogni infanzia compie qualcosa di grande, di insostituibile per l’umanità. Ogni infanzia, nel suo interesse per i suoi fenomeni tecnici, nella sua curiosità per ogni sorta di invenzioni e macchinari, lega le conquiste della tecnica agli antichi universi simbolici. Non c’è niente nel campo della natura che per definizione si sottragga a questo legame. Solo esso non si forma nell’aura della novità, ma in quella dell’abitudine. Nel ricordo, nell’infanzia e nel sogno.

Risveglio.

Walter BenjaminPremessa gnoseologica del Dramma barocco

Perché sì, amo parlare di Stephen King

E non smetterò mai di farlo. Con tutta la cura e l’attenzione che richiede, perché studiare vuol dire appassionarsi, come insegna l’etimologia della parola.

Ebbene, nell’attesa che questo benedetto libro su di lui veda finalmente la luce, vi lascio l’elenco di tutte le mie pubblicazioni scientifiche kinghiane già esistenti

Cui aggiungo un altro articolo, scritto per la rubrica “Traiettorie Sociologiche” di Agoravox:

Nell’archivio di AphorismScene Contemporanee, invece, potete trovare tutte le mie recensioni.

A chi leggerà e troverà utile quello che ha letto (magari citandolo da qualche parte), dico grazie-sai.