Nonostante tutto, i fiori

Qualche tempo fa una mia illuminata conoscenza scrisse una cosa a proposito della morte di un individuo che da vivo gli aveva causato molta sofferenza.

Disse che l’ultimo torto di cui era stato capace resisteva nella sua incapacità di dispiacersi perché se n’era andato.

Ci ho riflettuto a lungo e sono arrivata a trarre le stesse conclusioni. Perché anch’io ho avuto rapporti difficili, causa di dolore e di rancore. Che è pur sempre un legame, dicono.

Nonostante tutto, i fiori - Room in Brooklyn - Finestra di Hopper

Ma non è per la presunta soddisfazione di non rimanere avvinti a chi ci ha fatto del male che ho lavorato alla sua rimozione: il rancore si comporta come una malattia autoimmune, che a volte recede, altre peggiora e nei casi più frequenti resta lì perché tu possa imparare a conviverci.

No, io continuo a smussarne gli spigoli perché il suo veleno, per quanto a piccole dosi, sa abbrutire, abbrutirmi e contaminare il bene dall’interno.  Come l’erba cattiva che aggredisce i fiori fino a soffocarli, se non la tagli.

Allora non mi sorprende più fermarmi ad accettare il fatto che qualche volta le persone che mi hanno ferita riescono a mancarmi ancora. Mi lascio sguazzare nella loro assenza, in nome dell’affetto che ho destinato, senza sapere, a chi non lo voleva. Per rispettarlo, rispettarmi attraverso ciò che ho provato. E anche e in minima parte per onorare le sfide che, quando l’affetto non era contemplato, ho dovuto raccogliere per causa loro.

Agli assenti, che oggi brulicano ma che non rinnego più, perché a tradirmi sono stata brava già una volta.

 

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A zio Stevie per i suoi 70 anni

Io di omaggi a Stephen King ne ho scritti tanti, dalla mai pubblicata tesi di laurea ai mille articoli/pezzi di cuore. Uno di questi sta poco più in basso e continua su stephenking.it (che è un bel posto dove i 70 anni del Re si stanno festeggiando veramente come si deve). Il resto è tempo, una faccia sull’acqua.

Lo sguardo dei bimbi soli, da perdente, lo conservai per la pagina scritta. E feci bene, anche se aveva fatto (e farà sempre meglio) zio Stevie, che per raccontare la paura del buio e dei mostri non ha mai smesso di tenerle con sé.

Che è riuscito a farmi sprofondare nei Barren e a farmi correre e sudare a Neibolt Street mentre nel corridoio di casa le luci restavano accese anche di giorno.

[…]

Ma qualcosa mi tratteneva ancora, un cerchio che assomigliava all’impronta di ghiaccio lasciata sul tavolo dall’ennesima bottiglia di tè, fatto di bambini fermi nell’acqua al tramonto.

Mi sono fermata con loro, per capire. Mi sono fermata per tornare indietro, rileggere, provare ad afferrare l’emozione che mi bagnava le guance. Allora potei solo intuirla.

Il resto lo ha fatto il tempo, lo ha fatto il Ka.


L’immagine di copertina è un’illustrazione di Graham Warnken.

Stephen King al cinema (quasi) 70 anni dopo – CineKing #34

Il ritorno del Re, il ritorno del CineKing

CineFatti

L’autunno 2017 sarà una stagione diversa se amate Stephen King.

Non gli faremo gli auguri in anticipo perché porta male, ma è bene ricordare che il prossimo 21 settembre Sua Maestà Stephen King compirà la bellezza di 70 anni. Un genetliaco festeggiato all’apice della fama, sotto una pioggia (rossa) di tweet anti-Trump, nuove uscite in libreria, adattamenti, adattamenti e ancora adattamenti.

Dalla brutalmente archiviata Torre Nera all’avventura in corso di Mr. Mercedes, passando per il successo strepitoso dell’IT di Andy Muschietti e l’imminente esordio di Mike Flanagan su Netflix, ce n’è veramente per tutti i fedeli lettori/spettatori kinghiani (inclusa l’entusiasta curatrice di questa rubrica, nda).

Il ritorno del Re

Impossibile discuterlo: King è tornato alla ribalta per restarci a lungo. Possiede un profilo Twitter che non manca mai di stupirci, ha recentemente rinnovato la sua passione per i cammei con una brevissima…

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Conta sempre di più il perché

Mi capita spesso, quando un argomento che mi sta a cuore diventa caldo, di provare fastidio a parlarne. Resto in attesa che la tempesta passi, che l’agenda mediatica lo depenni, così da tornare a rifletterci nel mio cantuccio semi-impermeabile ai condizionamenti.

Certo, non fosse stato per l’ansia e la possibilità di tutti di dire a ogni costo qualcosa, non avrei mai scritto su un blog del mio passato di violenze, delle sventure che hanno chiamato altre sventure come una calamita. Il mio anacronistico senso del pudore mi dice che avrei potuto evitare, che tanto non serve a niente condividere la propria esperienza, dato che è relativa, eppure l’ho fatto e una parte di me non se ne pente.

Giorni fa lessi uno stralcio che se non erro apparteneva a Claudio Magris (correggetemi se sbaglio) e stava a ricordarmi proprio una cosa simile, che la discussione lascia il tempo che trova perché chi discute è già convinto e sarà molto difficile spostarlo dalla sua posizione/convinzione di partenza. Una visione estrema, siamo d’accordo, ma allo stesso tempo coerente con le ragioni che tante volte mi spingono a non parlare con coloro i quali dimostrano una quasi arrogante (e di sicuro assoluta) sicurezza su ciò di cui parlano.

Gli stupri, per esempio, le questioni di genere e via dicendo. Tutti sappiamo che la violenza carnale non miete soltanto vittime donne e non viene soltanto dagli uomini. Ci sono i dati, le statistiche, ok. Nel mio caso le prime molestie che ricevetti vennero proprio da una donna.

Conta sempre di più il perché

E tuttavia i motivi di entrambi i fenomeni sociali restano determinanti (anche) nella loro differenziazione. Nessuno sta negando che il sesso maschile possa essere vittima, nessuno sta dicendo che sia il solo colpevole – la mia inutile esperienza personale, nel suo piccolo, aiuta a provarlo. Quello che forse urge e ci si dimentica come sempre di fare è contestualizzare.

“L’ho ammazzata perché mi aveva mancato di rispetto”, “andava con tutti, perché con me no?”, “una sgallettata così se l’è andata a cercare” sono solo alcuni dei minuscoli ma grandi sintomi di una concezione a monte dell’universo femminile derivata da un pensiero che fino a soli cinquant’anni fa (e altrove ancora oggi) relegava le nostre donne nel binomio casa/chiesa. Che se vai in Calabria ancora ritrovi sotto l’ombrellone, quando abbracciano il figlio maschio e denigrano la femmina, quando stappano lo spumante se sei masculara (se cioè metti al mondo bimbi anziché bimbe) e tirano un sospiro di sollievo perché “le bambine col tempo diventano antipatiche”.

E c’è ancora, dappertutto.

Gli uomini stuprati o sfigurati con l’acido dalle fidanzate deluse sono una ferita aperta tanto quanto le loro sfortunate compagne di sorte, ci tengo a sottolinearlo. La questione sta nel subire una simile atrocità non perché si è venuti meno a un ruolo relazionale ma per aver smentito un ruolo sociale. Il che non intacca l’assoluta parità fra dolori (se proprio insistiamo a volere fare materia economica di una cosa impossibile da quantificare) e la necessità di distinguere le cose caso per caso.

Io quella stronza che mi mise le mani addosso, per dire, la ricordo ancora bene, ma non mi fa male vederla ignorata dai grandi numeri. Mi ferisce di più la vostra sicumera.

Sogni e bisogni

Quando bazzicavo Tumblr attraversavo contemporaneamente una fase onirica molto attiva. Alcuni sogni erano talmente bizzarri che decisi di riportarne una più o meno fedele cronaca sul mio vecchio blog. Tenni fede al proposito per un lungo periodo, tanto da fondare una sottospecie di rubrica o appuntamento cui diedi il titolo di Sogni e bisogni.

Non che sia mia intenzione riprenderlo – e in ogni caso sarebbe anche troppo presto per annunciarlo – ma la nostalgia di fine estate e una rinnovata valanga di visioni notturne piuttosto strane mi ha ispirato la necessità di ritentare l’esperimento.

Nell’ultimo sogno interpretavo la nuova mogliettina di 50 Cent, che era uno spacciatore su modello camorrista gomorrino con tanto di G-Unit al seguito, alla quale si aggiungeva senza ragione alcuna Snoop Dog.

Vagavamo per indefinibili periferie, puntualmente armati di pistole e gioielloni di plastica dorata, e io portavo la coda di cavallo da brava ghetto girl ed ero felice.

Finché un giorno non assistevo per errore a una strage in una pizzeria di cui la G-Unit si era macchiata per rispondere a uno sgarro della banda avversa. Vedevo chiaramente i corpi carbonizzati (ma parevano più resti pompeiani) dei poveri innocenti avventori del locale rimasti accidentalmente coinvolti.

Allora la coda di cavallo mi si ammosciava e non ero più felice perché capivo che Snoop Dog e soci erano cattivoni (50 Cent no, lui era il classico tipo morbido sotto la scorza di grana). Per di più volevano farmi la pelle in quanto unica testimone del misfatto.

Seguiva scena madre con 50 Cent che piangeva alla vista dei suoi amici tutti con la pistola puntata contro di me. Ricordo chiaramente il cielo notturno dell’indefinibile periferia e il modo in cui lo filtravo attraverso la certezza cristallina di morire ammazzata.

Poi fine.

Sono a dieta quindi non è colpa del cibo pesante.

(In)fedeli al Re: quando adattare i libri di Stephen King diventa un problema

CineFatti

Tradire o non tradire? Non è questo il problema.

Chi ha guardato La Torre Nera al cinema potrà confermarlo: le ragioni alla base dell’ennesima croce rossa Sony su cui sparare a fine estate sono ben altre dalla fedeltà al testo originale. Il genere, tanto per cominciare. E un non so che di anacronistico.

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Stare bene

L’anno in cui tutti mi dicevano “come stai bene, sei dimagrita!” è stato uno degli anni più brutti della mia vita. Nello stesso anno scoprii che la maledizione dell’incongruenza fra le cose belle e le cose buone non riguardava solo me.

Mentre i ricordi e un amore non corrisposto mi consumavano dall’interno (spingendomi quasi all’anoressia) venni a sapere che una mia vecchia conoscenza, di qualche anno più piccola di me, beveva prima di andare a scuola. Così tanto che un giorno era svenuta in classe.

E cosa dicevano di lei? “Ora sta benissimo, ha un corpo da paura”. Fa nulla se per ottenerlo vomitava tutte le mattine. Da allora ho cominciato a chiedermi perché ulcere ed epatiti – oltre agli ovvi ma mai scontati discorsi sulla dipendenza, che è un problema ben più grande – abbiano sempre spaventato meno di un po’ di grasso sulle gambe.

Lungi da me inneggiare alle cazzate curvy e all’apologia della cellulite: l’eccesso di ciccia fa male come il suo contrario, sebbene in modi diversi (anche l’acqua, quando è troppa, si sputa). Non per questo una ragazza filiforme per costituzione deve sentirsi fuori posto l’8 marzo, come spesso succede grazie alla consueta valanga di post sulle cosiddette donne vere.

E per lo stesso motivo io non devo sentirmi fuori posto perché sono rotonda ma perfettamente in peso forma, perché amo mangiare e fare moto allo stesso modo.

C’è un mito per cui la magrezza riesce a essere sempre meno patologica del suo opposto. Per cui alcune ragazze si chiudono in casa d’estate o arrancano verso la riva con i teli avvolti intorno alla vita (c’è chi addirittura arriva a bagnarsi coi vestiti addosso).  Un mito distruttivo che ha confuso l’apparenza con la sostanza più di quei social che in molti attaccano a vanvera fra una chiacchierata da bar e l’altra.

Certo, parlo per la mia esperienza, che non è verbo e mai lo sarà, ma mi piace pensare che quando ho smesso di nascondermi, quando ho capito che ciò che avevo valeva tanto e andava migliorato, curato, abbellito per quello che era, ho ricominciato a guardami e a farmi guardare. E anche se per un po’ hanno smesso di dirmi come stai bene conta che sia riuscita a stare bene io.

Perché riguardando le foto di quell’annus horribilis mi sono detta che loro avevano torto, che quello stare male dentro e fuori era riuscito a rendermi brutta. Mi sono detta che i miei occhi sono uno specchio insostituibile e che qualcosa un giorno finalmente ha saputo pulirlo.