La legge (fisica) della malinconia

Una tragica ironia, quella che di solito scopriamo nei miti.

Quando la storia è giunta fino a me quel pomeriggio, l’eroina principale non c’era più. Mi ricordo che all’inizio provai rabbia e imbarazzo, come se avessero abbandonato me.

Ho avuto i soliti dubbi sulla giustizia dell’universo.

Quella donna è vissuta sino a tarda età grazie alle cure di quel bambino di tre anni che un tempo aveva abbandonato. E forse la punizione è proprio questa. Vivere così a lungo e avere ogni giorno a fianco quel bambino.

Quello abbandonato.

Georgi GospodinovFisica della malinconia

a cura di Giuseppe Dell’Agata

(Voland, 2013)

Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 3

Chiudi gli occhi

ed immagina una gioia

Molto probabilmente

penseresti a una partenza

E io me ne ricordo tanti, di inizi; si vivesse solo di quelli, Niccolò Fabi ha ragione.

Io tutta questa vita che ho vissuto me la figuro come un viaggio, tanti viaggi.

Uno dopo l’altro, come palline di un abaco pronte a farsi da parte e lasciar spazio a un’ennesima serie.

Ed è un pensiero che ritorna, nella mente come nelle mie scritture, quello del primo piede messo a terra, ogni volta su d’una luna diversa, a portata di mano e non di dito.

Il momento in cui hai un’aria nuova in faccia, un ordine disfatto da rifare, paesaggi e abitudini da reimparare. E i giorni, soprattutto quelli, da contare con la soddisfazione di non vedere un termine.

Tutto è possibile, mi dico ogni volta che arrivo da qualche parte. In Calabria, che è la mia seconda patria, più di tutto; ma anche altrove (non importa dove).

Ricordo quel terzo giorno del mio nuovo primo agosto. Ricordo, ormai 9 anni fa, quando a Parigi ho attraversato la notte con gli amici a guardarmi le spalle e nient’altro che una canzone accanto.

Ricordo che proprio quando ho temuto di non ritornare viva mai, mi è bastato ascoltare la musica, stringerti la mano e guardare il mare fuori dal finestrino, in una sera non troppo qualunque.

Ricordo gli inizi che ho saputo costruire da me, le prime volte che non mi sono capitate ma che ho invocato e fatto succedere, e la felicità torna a trovarmi, per un eterno poco.

Happy Birthday, Mr. King

È sia un omaggio che un breve annuncio, questo, legato a uno degli scrittori che hanno segnato in maniera indelebile il mio cammino.

Ho infatti finalmente deciso di riprendere il mio lavoro di tesi triennale su Stephen King e trasformarlo in un libro.

Al momento, sia per scaramanzia che per ragioni pratiche, non dico nient’altro – anche se potete evincere qualcosa da quanto scritto in merito ai miei studi; vi basti sapere che, se tutto andrà bene, il progetto vedrà la luce entro il prossimo Natale.

Che il Ka mi assista, dunque. E lunga vita al Re.

Stephen King
(AP Photo/Francois Mori)

1935: La Moglie di Frankenstein

ilgiornodeglizombi

bride_of_frankenstein_poster Regia – James Whale

To a new world of gods and monsters”

Esiste un esilarante scambio di lettere tra James Whale e Joseph Breen, capo della Production Code Administration negli anni ’30, avvenuto durante la stesura del copione de La Moglie di Frankenstein. La sceneggiatura di Whale era infatti ad alto rischio e, quando venne inviata per la prima volta ai censori del Codice, fu un vero e proprio massacro. La storia della lavorazione di uno degli horror fondamentali della storia della Universal (e non solo di quella) è, prima di tutto, la storia della sottile guerra combattuta da Whale contro la censura. E vinta senza che quelli del Codice se ne rendessero neanche conto.
Si parlava di dare un seguito al Frankenstein del 1931 sin dall’uscita del film nelle sale. Non a caso, tracce di un ipotetico secondo film appaiono nei listini di produzione della Universal sin dal…

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Nella luce #10

Una notevole fine del mondo, o forse fine del proprio mondo. La fine è interiore o esteriore? Ci sarebbe forse qualche differenza?
I personaggi sono appena tratteggiati e possono sembrare impersonali ma sembrano in realtà più personali che mai! Lo stile scelto è inquietante ed ansiogeno ma non per questo rientra tra la letteratura dell’orrore o del brivido classica, perché mancante degli aspetti caratteristici che a molti potrebbero risultare pesanti.

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Nella luce di Francesca Fichera


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In Busta Chiusa: L di Lavoro

Ciao, vita.

La tua linea mi dice che è difficile, in salita, al volo, di sfuggita.

Che fra un patio e l’altro visto di corsa dalla strada i nostri sogni rimangono sospesi.

Perché il mondo è un castello e i soldi le carte, e soffrendo, piegandosi, schivando le cime più aguzze e gli stagni più profondi, nel semplice atto di sperare e proseguire, il tuo cammino diventa il mio.

Così ogni giorno lottiamo per incontrarci nella terra nascosta dove l’immaginazione prende forma. Per schiacciare il naso contro il vetro dell’auto e scorgere anche il nostro patio, anche il nostro giardino: una casa. Quel luogo in cui tutte le linee convergono e rinascono, fatto per i ritorni.

Allora, solo allora, potrò lavare quest’angoscia dalle mani e dal cuore, sovrapporre l’anima a ciò che vedo, la mia linea alla tua,  i nostri palmi quasi uguali.

Non ti aspetto al termine della fatica, ma nel mezzo: saliamo insieme, a pugni chiusi, nonostante ogni caduta brusca dalla cima delle illusioni, il peso della memoria, le lame nella dignità e nella schiena.

Ma è quel che va fatto per volare via dal nido, per poter dire nostro.

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Lettera L di Francesca Fichera
In Busta Chiusa n. 12, un progetto di Cartaresistente
Illustrazioni di Davide Lorenzon

Ulisse e l’America

Vorrei dirti sempre che t’amo

ma non quando è facile

oppure le braccia conserte

si guarda quel muro davanti

si ascolta il rumore vorrei

lo sapessi

non sono il migliore

ho un patto con gli anni, cavalco,

ho paura,

mi tengo da sempre una mano sul petto dovesse mai smettere,

ascolta,

di battermi il cuore.

Roberto Vecchioni

Il corpo apocalittico

o, per meglio dire, l’introduzione alla mia tesi di laurea magistrale.

Centro di irradiazione simbolica” della società primitiva, il corpo si allaccia subito alla dimensione della mostruosità onde rappresentare “la qualità pre-umana e dis-umana del sacro”, veicolare e mettere in scena l’eccesso. Mostrarlo.

Si parte da questo assunto per ricollegarsi alla fortuna che il corpo mostruoso ha ottenuto, nel corso dei secoli, all’interno del vasto bacino delle produzioni simboliche umane, e in particolare, in quanto iperbole corporea per eccellenza, come chiave di lettura d’eccezione dell’attraversamento epocale determinato dall’esplosione seriale – e colma di contraddizioni – dell’Età Moderna.

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Punto privilegiato di osservazione del monstrum novecentesco, e dei drammi e delle angosce che di volta in volta restituisce, è quel medium che della serialità – e dunque della Modernità – rappresenta una delle espressioni più compiute: il Cinema. Esso condivide con il corpo mostruoso la medesima “vocazione apocalittica (e cioè rivelatrice) a enunciare gli ingranaggi emotivi della ‘macchina moderna”.

Seguendo il fil rouge del medium nel medium (o nei media), ci si propone di studiare la narrazione audiovisiva della mostruosità attraverso il tempo: come cambia e perché, cosa riflette e in che termini, fino a quale punto riesce a spingersi.

Soprattutto, preme qui interrogarsi sull’effettiva incarnazione di un “senso di paura non del tutto scollegato dalla preoccupazione per catastrofi ecologiche e olocausti nucleari”, che esula dall’originaria pulsione sacrale e precipita con violenza i corpi, mostruosi o meno, dal cielo alla terra: accanto all’osservazione del reiterato (ma differenziato) ritorno dei miti della tradizione, emerge la necessità di elencare e analizzare quei “prodigi” che invece sono tutti attuali, nati nel e con il cinema, sullo sfondo di  altre e inedite transizioni, di “nuove costruzioni dell’uomo”, di quei cambiamenti che l’immaginario mostruoso, se non comprensibili, rende quanto meno evidenti.

Le anime morte e i pugni

Chi di natura è pugno, costui non può schiudersi in mano aperta! E se provi a schiudere al pugno un dito o due, sarà peggio ancora. Basterà che così di sfuggita sfiori qualche scienza, e quando poi avrà agguantato un posto un po’ influente, la farà passar bella a tutti coloro che veramente hanno approfondito una scienza!

E per soprappiù, magari, dirà poi “Aspetta, che ti faccio vedere chi sono!“. Ed escogiterà qualche disposizione così fina, che a molti costerà salata… Poveri noi, se tutti fossero pugni!

Nikolaj Vasil’evič Gogol’Le anime morte

Traduzione di Agostino Villa

(Giulio Einaudi Editore, 1961)


Una curiosità: la parola pugno è una traduzione del termine kulàk, che significa anche strozzino.