Sbagliare

Perché, vedete, non è che si sbaglia di rado. Anche quando lo ammettiamo a noi stessi (di aver sbagliato) e così facendo crediamo di aver già fatto a sufficienza per rimettere ogni cosa a posto.

Io per esempio porto sempre con me l’immagine di uno studente che ripeteva nell’orecchio del compagno la puttanata da me appena pronunciata durante una lezione. Si era accorto dell’errore e io di lui che si era accorto dell’errore (che spirale eh?) eppure nessuno dei due ha voluto risolvere l’inghippo ad alta voce.

Edward Hopper - Mattino d'estate

Per questo, penso, si continua a sbagliare. Sbagliando s’impera, ma l’infallibità pare sia più in voga.

(non venite a scrivere tiritere sull’umiltà, ché in genere chi ne parla sempre è il meno umile di tutti)

Annunci

Ferro 3 – La casa vuota (Kim Ki-Duk, 2004)

Ferro 3 – Una recensione

CineFatti

Una poesia muta chiamata Ferro 3

L’estremo Ferro 3 – La casa vuota, secondo il Morandini

l’unico film sonoro al mondo, dopo L’isola nuda del 1960, i cui due protagonisti non parlano mai

è il calmo e silenzioso rituale magico di due amanti, conosciutisi per caso, ai cui sentimenti danno voce nient’altro che gli oggetti e la gestualità di una quotidianità nuova, leggera e surreale.

La storia

Tae-suk (Hee Ja) abita l’Amore entrando nelle case degli assenti, che vive e rimette in ordine più dei veri proprietari. Ma la sua incursione nell’abitazione di Sun-hwa (Seung-yeon Lee) il cui viso ci appare subito segnato dalle violenze subite e dalla disperata incapacità a ribellarvisi, ha un che di diverso, di inaspettato.

Gemelli nella loro presenza impalpabile, la donna e il ragazzo diventano l’una la casa dell’altro, stretti in un vincolo di complicità silenziosa e dai risvolti tragici

View original post 124 altre parole

Napòlide

Se il verbo tornare ha per me un senso e un indirizzo, se anch’io ho un posto dove tornare, è quella collina. Tornare per me è verbo di ricordi, non di geografia.
A Napoli, quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo, con un diritto più intimo di quello che provo altrove.
Sono d’accordo con lei, con la città: chi non c’era, chi è mancato, ora non c’è, è decaduto il suo diritto di cittadinanza. Ora è uno dei tanti passanti che essa accoglie, senza opporre resistenza, lo straniero imbambolato che nessuno scaccia, sbirciato come me merce da raggiro.

Ho rispetto del diritto di rigurgito che la città applica a chi se ne allontana. Se rispondo di me presso di lei è perchè porto i panni dell’ospite, non del cittadino. E se non ho il diritto di definirmi apòlide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo.
Mai più ho attecchito altrove.
Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno.
Mai più ho sputato, solo inghiottito.
Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle
Ero cancellato io, non il biglietto.

Erri De Luca

Napoli e dintorni

Purtroppo su Napoli – è un dato di fatto – ‘a retorica se jetta. Nel bene e nel male.

Ma se a stento chi ci vive riesce a capirla – io m’incazzo spesso coi miei conterranei, convinta che stiano lì a fraintenderla, quando magari la prima a farlo sono io – figuriamoci chi non ci vive.
E mi dispiace leggere sarcasmo all’aroma di acido solforico e di spocchia da parte di esponenti della cosiddetta élite intellettuale italiana, persone che millantano di avere grandi poteri da cui dovrebbero derivare responsabilità altrettanto pesanti, e che invece, dal momento in cui hanno (dis)umanamente ceduto a suadenti e violente rassicurazioni razziste, dall’alto dei loro peri e piedistalli che della vita di tutti i giorni non prendono mai il fango ma l’oro, i trilioni di libri che hanno letto o pubblicato – concedetemi il frances(ch)ismo – li hanno lanciati tutti quanti nel cesso.

La morta

A me la morte
mi fa morire di paura
perché morendo si lasciano troppe 
cose che poi non si vedranno mai più: 
gli amici, quelli della famiglia, gli alberi
del viale che hanno quell’odore
e tutta la gente che hai incontrato
anche una volta sola
.
Io vorrei morire proprio dentro l’inverno
mentre piove
in uno di quei giorni in cui è sera presto
e per la strada le scarpe si sporcano di fango
e la gente è chiusa nei caffè
stretta intorno alla stufa.

Tonino Guerra

I bu, ora in Opere. L’infanzia del mondo, 1946-2012


Ringrazio Nicola Laurenza per il ritrovamento.

Io, tanti. Storie di una creatura

Dopo l’estratto arriva l’intero: ecco a voi la versione integrale del racconto selezionato e inserito nell’antologia 200 e uno di questi mostri (ESESciFi, 2016).

Fate buon viaggio.


Ho freddo, abbiamo freddo. Mio fratello e io.
Sotto queste lenzuola non c’è che gelo, un mare d’argento del Nord assolutamente piatto.
Nessun movimento.
Dalla guerra abbiamo imparato ad aspettare senza fare niente. A fregarcene del cattivo odore. A centellinare l’acqua.
È un vero talento, soprattutto quando non si è soli.
E qui accanto c’è qualcosa.
Ci siamo noi.
Esatto, voi.
Anche voi in due.
Sì. Condividiamo il freddo. Forse qualcos’altro.
Penso proprio.
Ma il passato no. Niente guerra, per noi.
Siamo forti grazie ad altro.

Che cosa?
Abbiamo corso, per tanti anni. Chilometri
e chilometri, sudore e sudore. Dolori, sempre
meno. Il più grande è stato andarsene.

Dalla pista?
Diciamo così.
Cosa c’è vicino a voi?
Il buio. Poi peli, pezzi di carne.

Poesia dell'orrore - Checanty

Niente di nuovo, insomma. Speriamo solo tutto questo passi in fretta. Qui si muore…
Vero. Ma qualcosa cambierà. È già cambiato.
Dite?
Altrimenti non si potrebbe stare qui a ricordare
un’altra vita.

Giusto.
La guerra, eh?
Che quasi manca, qui sotto. È tutto dire.
A noi manca il vento, tantissimo.
Anche quello. Anzi, di più.
Qui non si muove niente.
No. Neanche noi. Nell’attesa, meglio dormire.
Già. Ma se succede…
Se succede qualcosa, saremo gli ultimi a saperlo. E voi le penultime.
Dipende. Però dormite, dormite pure.

Fuseli - The Nightmare - Io, tanti - Racconto

E fatto, ora dormono. Fra poco toccherà anche a noi, almeno per un po’. Almeno per dimenticare il freddo, la stasi, la mancanza del vento. Quanto vorremmo tornare a correre, a sentire l’acqua e l’aria… Fortuna che esistono i sogni.
Chi siete? Chi eravate?
Non conta chi eravamo, ma come: veloci.
Misteriose. Io invece sono un pezzo grosso.
Anche se senza un pezzo.
Tipo quale?
Il cuore.
Un senza cuore. Buffo.
È tragico. In vita ho amato molto.
Le cose cambiano. A parte qui dentro…
Questo lenzuolo è gelido. Il lettino di metallo è gelido. Vorrei avere caldo.

Edward Hopper - Summer Interior

Vivevo in un luogo sempre baciato dal sole, in riva al mare. Sempre in maniche di camicia, sempre allegro. È strano ricordarlo. Spero di non riuscirci più, che sia l’ultima volta…
Perché?
Perché vorrei di nuovo essere lì, e non posso.
Lo stesso vale per noi. E per i nostri vicini.
Siamo in tanti, qui.
Più di quanti si potrebbe immaginare.
Quindi voi correvate. Sport, qualche sport…
Cento metri. E tu? Gestivo un ristorante. Sempre in maniche di camicia, d’estate, ma con la giacca e il fiore all’occhiello durante le serate importanti, anche col caldo. Il caldo
Qualcosa ci dice che non stilleremo mai più una sola goccia di sudore, d’ora in avanti. Adesso però anche noi dormiamo, tanto qua sotto non c’è molto altro da fare. Ma prima dicci: come hai perso il cuore?
Non l’ho perso. Si è fermato. E lo hanno buttato via. Ma neanche finisco di dirlo che già non le sento più. Sono di nuovo solo, in
compagnia dei vuoti e delle altre carni fredde, sulla lamina lucida de lettino metallico.
Non è vero che sei solo. Ci siamo anche noi. Noi venute dall’inverno e dalla fatica. Eravamo forti, raccoglievamo i frutti della terra ogni giorno, fino al calar del sole. Ci allungavamo sul terreno assieme alla sua luce.
Anche voi. Ma siete complete, a differenza di me.
Non del tutto, in realtà. A te manca il cuore, a noi una guida.

Nella luce 12

È la stessa cosa. D’altra parte, non potrei tremare se non ci fosse qualcosa che mi chiede di farlo.
Lo chiede a tutti. Ci stiamo svegliando.
E allora, prima che accada, preferisco riposare un altro po’. Forse riuscirò a sognare la donna del mio posto d’estate un’ultima volta.
A fingere di sentire ancora qualche battito.
Noi restiamo invece. Resistiamo. Stringiamo i pugni. Mentre tu già dormi.
Vi sento. Sento calore, un fuoco che brucia dentro e fuori. Sento di potervi dare un ordine, il primo. Finalmente hanno acceso la
luce in questa stanza, finalmente vedo. So di essere bello. So di esserlo stato. È così assurdo convivere con la memoria della propria morte… Di tante morti.
Ma ora, lo avverto, arriva qualcuno. Deve essere l’artefice di tutto. Colui che ci ha fatti incontrare, che ci ha cuciti insieme. Io, che ero attore, e voi, che avete recitato altre esistenze.Chissà se sono state difficili, brevi e
dolorose, come la mia. Tu, uomo senza cuore venuto dall’estate, e voi, braccia di contadino, e voi ancora, gambe di atleta, piedi di soldato.
Solo le parti migliori: basteranno a raggiungere la perfezione?
Non credo. Mi credevo perfetto e sono morto prima di capire di non esserlo. E adesso mi ritrovo a far da testa di un corpo non mio, privo di tepore e di sangue ma che forse ha speranza. Che mi piace vedere come una
seconda possibilità.
Lui mi crede morto, però. Ha tolto il lenzuolo bianco, scoprendo un neonato di grandi dimensioni.

Frankenstein e Freud

Tutte le mie parti sono richiamate al mondo dal loro torpore. Quest’uomo ha occhi vuoti che incutono timore, chissà se pure i miei sono così. Nel vetro dei suoi occhiali scorgo il riflesso di un bisturi, dita guantate di bianco che si avventano sul tronco pallido: uomo dell’estate, è probabile che da questo momento avrai un cuore nuovo, ma temo che sarà doloroso. Troppo. Lui ci crede morti.
Vorrei essere il contadino delle pianure innevate per afferrargli i polsi prima che sia tardi. O il corridore, per scalciare, fuggire, sentire di nuovo il vento sulla faccia. Ma è solo trauma, incubo, senso d’impotenza. Tu, soldato, dovresti saperlo. Dovresti insegnarmelo.
Eppure io sono te, ma sono anche gli altri. Sono io, siamo tanti. Siamo niente.
Muovetevi, vi dico, muoviamoci! Lui ci fa male, lui ci apre in due, lui mette un cuore grondante fra le ossa. È tutto dolore, ancora dolore, che ci addormenta e ci fa svegliare. E io urlo NO! mentre mi alzo a sedere, e voi rispondete ai comandi. Voi, noi, non fa differenza.
L’uomo con gli occhiali indietreggia, finalmente qualcosa riempie il suo sguardo: si direbbe paura. Viene dopo il dolore. Ma io sento già di volergli bene, nonostante il gelo a cui mi ha costretto. Perciò poggio i nostri piedi a terra, tendo le nostre braccia, cammino. Ed è quasi come se questo cuore penzolante non facesse più male.

Francesca Fichera

EXIT #8

Rivedo lei nel sapore letterario delle descrizioni, negli scatti d’azione che non sono mai bruschi, “mozzafiato”, ma sempre diluiti da una penna morbida, che dalle prime righe mi è sembrato di poter definire quasi crepuscolare: questi scorci su cui pende una malinconia indefinita mi sono piaciuti un mondo.

Floriana, su Goodreads.

Exit

Link per acquistare e/o recensire il libro in formato ebook o cartaceo:

Amazon

Goodreads