Farsi le ossa

Partendo dal presupposto che ognuno ha il diritto di vivere come vuole – a patto di provocare il minimo dolore negli altri, e qui è il vero problema – ammetto di restare spesso sorpresa da alcuni modi di intendere e sbrogliare questa assurda matassa in cui ci troviamo più o meno tutti.

Circa un anno fa, dopo l’ingresso al dottorato, iniziai un nuovo lavoro in un ambiente che, tuttavia, mi era familiare, perché mi metteva ancora una volta faccia a faccia con i libri.

Lì ebbi modo di conoscere un rigore che io, diverse volte tacciata di fiscalità e puntigliosità, non avrei mai potuto immaginare. L’equivalente di un muro di cemento armato in pieno volto.

Così soffrii, mi arrabbiai, mi sentii mortificata. Chiedevo a me stessa e agli altri: proprio io, che di niente mi vanto e di niente sono mai sicura, mi ritrovo messa alla pari dell’ultimo dei negligenti? Certi interrogativi ti vengono facili quando in parlamento, nelle redazioni o dietro le cattedre siede chi sbaglia i congiuntivi, mentre tu scrivi tenendo ancora il dizionario aperto nella vana speranza di poterti permettere un affitto.

Insomma, gli altri sembrano più fortunati o forse sono in grado di giocare d’astuzia, come chi alle interrogazioni decisive per la media del quinto anno leggeva dai quaderni nascosti sotto il banco, nascondendo anche le proprie debolezze; una cosa che a me per qualche assurda ragione fu e continua ad essere preclusa.

Perché, chiusa quella parentesi dell’anno scorso, le sfide, i muri di cemento, non hanno finito di piovermi addosso. E io ho sempre incassato, come so che hanno fatto tanti altri – ma chissà se con la stessa quantità di sudore freddo con cui mi trovo a lottare quotidianamente e che non celo mai a causa della mia assoluta incapacità di barare.

Non è una storia di purezza, la mia, ma di difficoltà.

Difficoltà nell’accettare il fatto che mentre io imparavo a togliere virgole e trattini come fossero errori da matita blu altri facevano le loro vite felicemente imprecise guadagnandone in soldi (pochi) e pacche sulle spalle (tantissime).  Che se da un lato gli esami non finivano mai (e non finiranno) dall’altro c’è sempre una certificazione inesistente, un titolo falso, perfino una targa vera da esibire.

Ma, soprattutto, c’è più gente incapace di ricevere critiche e rimproveri di quanta ne possiate immaginare. Gente che molto probabilmente messa nei miei panni resisterebbe solo qualche istante per poi fuggire via in lacrime.

Una magra consolazione, e un grosso errore pensarla come tale. Piuttosto preferisco pensare a mio padre – che tutto questo discorso scritto qui se l’è sorbito a voce, POVERETTO – e al suo dirmi: ti stai facendo le ossa, punto e basta. Così penso anche al mio non credergli, pur restando attaccata alla speranza che lui abbia ragione, che un giorno tutto questo dolore mi sarà utile.

Perché poi non è che so fare, sentire e sbrogliare altrimenti: l’arte di chiedere sconti proprio non mi appartiene. A volte, tante volte, vorrei lo facesse.

 

 

 

 

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Black Mirror 4: sei episodi in cerca di autore

Black Mirror 4 in 6 punti

CineFatti

Black Mirror 4: anche la caduta libera è sotto controllo.

Prima regola di Black Mirror: parlare tantissimo di Black Mirror. Seconda regola: inutile opporsi. Ed ecco che CineFatti entra nel flusso e dice la sua sulla quarta stagione, attesa e chiacchierata come le altre. Ma anche allo stesso livello?

La domanda sembrerebbe retorica, soprattutto da quando il colosso Netflix ha messo le mani sull’oscura e brillante creazione di Charlie Brooker finendo per ridurne progressivamente il portato innovativo. Questo paiono dire gli ultimi sei episodi, il cui bilancio in positivo, al netto di qualche piacevole eccezione, risulta ancora più ridotto del precedente.

D’altro canto l’autore ha la sua buona parte di responsabilità, dato che il confine fra caratterizzazione e ripetizione è un velo facile a bucarsi col passare degli anni e, nel caso di una serie partita in quinta come Black Mirror, conserva poche possibilità…

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Lady Bird (Greta Gerwig, 2017)

Lady Bird – Una recensione

CineFatti

Che cosa c’è nel nome di Lady Bird?

In fin dei conti la comedy/drama di Greta Gerwig, da non confondersi con una delle più riuscite tragedie di Ken Loach (che però ripete il nome due volte), sembra quasi rispondere alla celebre domanda shakespeariana. Ovviamente a modo proprio.

Perché se cambiare nome non avrebbe intaccato né il colore né il profumo della rosa di cui parlava Giulietta, per Lady Bird significa un totale quanto impercettibile passaggio di stato. Vuol dire crescere.

Una conseguenza, certo: se Lady Bird (Saoirse Ronanmuore per ridiventare Christine McPherson, l’eccentrica adolescente intrappolata in un istituto cattolico da una madre con l’ossessione per il bilancio famigliare, è attraverso una serie di piccoli grandi mutamenti. Eventi affatto originali che circondano una ragazza presentata e descritta come l’eccezionalità fatta persona.

L’eccezione che conferma i luoghi comuni

Al di fuori della Ronan (brava, ma davvero a…

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Scegliere di non leggere

Anche in questo caso ho preferito che tornasse la quiete prima di parlarne – a costo, come molte volte succede, di non essere ascoltata. E qual è il tema? La lettura in Italia.

Puntuale più del Capodanno il panico statistico ha invaso i social, perché i lettori nel nostro paese sono sempre di meno e dove andremo a finiremala tempora curruntche vergognacome si fa a non leggere neanche un libro all’anno?

Io invece, che di libri ne leggo tanti (mai abbastanza) ma non per andarne fiera, mi sono sempre chiesta come sia possibile leggere per imposizione. Me lo chiedevo ai tempi delle liste scolastiche di letture per l’estate e sono tornata a chiedermelo quando il web ha sfornato la sua brava serie di hashtag e campagne pubblicitarie stile #ioleggoperché, #leggerefabene, #vivailprofumodellacarta e #seleggiseimigliore (solo il primo dei quattro è reale, forse).

Roba che, se fossi nata una quindicina di anni fa, avrebbe senz’ombra di dubbio suscitato in me un pavloviano riflesso di nausea ogni qualvolta avessi messo gli occhi su un libro.

Certo, di fronte a centinaia di studenti che alla domanda “quanti libri hai letto quest’anno?” rispondono confermando i dati statistici di cui sopra un po’ resto sorpresa, ma non per ciò che state pensando. Perché non c’è di che sentirsi superiori rispetto a chi ha 200 letture in meno in archivio; se così fosse allora quei libri sarebbe il caso di rileggerli con attenzione o anche buttarli (metaforicamente) in quanto sono serviti a ben poco.

Credo anzi che gli schieramenti di lettori Vs. non lettori – perché anche chi non legge, sentendosi attaccato e schiacciato dalla proterva mostra di copertine online, ha cominciato a sviluppare un proprio orgoglio – siano il mostruoso effetto di una forma mentis resistente al cambiamentoche dimentica o volutamente omette la questione del piacere che la lettura, come qualsiasi altra processo di scambio, dovrebbe includere.

Se non lo fa, se quel piacere si trova anche o solamente altrove, per esempio in un film o in un videogioco, perché stigmatizzare? E perché pensare che queste mie convinzioni siano incompatibili con lo stupore – che comunque rimane – verso quelli che, fra i tanti, hanno scelto di privarsi del piacere di leggere? Le cose quando cambiano sorprendono sempre, e spaventano pure un po’. Ma a chi pensa che sia tutta colpa della legge del mercato dico che gli atteggiamenti settari non sono stati da meno. E anzi, ora fanno anche di più. E peggio.

 

Lettera a uno scoiattolo

Caro Scotty,

ero così presa dalla storia su una signora col cappello nero, che mi gira e rigira nella testa da mesi, che ho dimenticato di infilarti in valigia.

La coccinella, devo dire, ti ha sostituito bene, anche se non è e non sarà mai la stessa cosa. Perché avrei voluto che vedessi tutta la bellezza delle dune verdi, lì in Toscana, come grandi mani pronte a scartare la carta argentata del mare e dei laghi.

Vista dal convento 3
Monte Argentario, vista dal convento dei passionisti

Stavolta ci siamo presi la cura di svolgerla per bene, quella carta, scoprendo la calma sul fondo. Sotto strati di ansia e di tempesta abbiamo imparato l’arte della pazienza silenziosa delle barche messe a riposo nei porti.

Tanti sapori hanno coperto la mancanza di sale del pane. Nel blu e oro di Siena il corpo stanco ha ritrovato la fibra, sui sentieri fangosi del Monte Argentario quel poco di coraggio necessario ad affrontare le salite anche se dall’altra parte non c’è niente.

So che avresti guardato il rasserenarsi del cielo con lo stesso sentimento che ho conosciuto io: la grazia della sorpresa di fronte alle cose riconquistate quando meno lo si aspetta e più lo si vuole.

Porto S. Stefano 3
Porto S. Stefano

Se solo potessi trattenere questa scintilla più a lungo, almeno quanto mi ha tormentata la storia della signora col cappello nero che non riesco a scrivere, sono convinta che le pagine si riempirebbero da sole.

Ma anche oggi cambio il mondo domani.

A meno che non mi aiuti.

Tua F.

A me mi piace

Maestri col bisturi rosso, armatevi pure! Perché faccio capolino a dire che amo qualcosa anziché esprimere solo ed esclusivamente disprezzo. Per generi, categorie, parole, persone. L’odio, il fastidio, l’intolleranza, lascio che tacciano. È il motivo per cui (non soltanto a Natale) nelle discussioni impregnate di livore entro quel tanto che basta a uscirne; il motivo per cui quando mi rileggo lagnosa, rabbiosa e insoddisfatta provo più rigetto nei miei confronti che verso ciò che aveva scatenato tutti i sentimenti negativi di cui sopra.

Ma sono ancora questo, sono anche questo, per quanto stia ancora a spiegarlo a me stessa, e va bene.

Va bene che il pensiero degli altri conti dal molto al troppo fino a essere condizionante. Va bene sentirsi feriti dai pregiudizi, da chi dice “non sopporto i critici, i giornalisti, gli insegnanti, gli umanisti” e di fatto ammette di mal sopportare anche me, almeno finché non arriva la salvifica ammissione delle eccezioni, dove io non saprò mai se sono realmente oppure no.

Va bene perfino prendere questo tipo di posizioni, dato che sì, prendere una posizione chiara è tutto o quasi tutto, e questa è la mia: io amo ciò che in tanti non amano o non comprendono. Non per superiorità, non per quel sentimento d’appartenenza elitario e coglione nel quale a volte ci si rifugia per sentirsi più forti e meno soli, ma perché nel margine sono caduta per amore, per caso.

stare al margine, fuori dalla comfort zone, non ha nulla di eroico o poetico come i falsi miti vi hanno detto. Chi è stato veramente all’esterno di quella zona capirà e saprà che non si vede l’ora di tornarci dentro. Sempre se si è nati con la possibilità di tornarci, e io questo non lo so. Non di me.

So che è più difficile ancora rimanere integri difendendo ciò che si ama fare: che sia scrivere recensioni, analizzare film, raccontare agli altri i libri letti e i pensieri fatti nelle notti più lunghe e insieme più vive della vita.

Non so invece se la critica per come la intendo io, l’accademia per come la intendo io, il giornalismo per come lo intendo io sono frutto di un immenso malinteso fra me e il mondo. Mi limito ad affermare che sono quello che ho imparato ad amare finora. Che mi piace scrivere recensioni, fare le nottate sui libri con il Word aperto e la pagina vuota, sbagliare, ricominciare, guardare almeno un film al giorno, vincere il tremore davanti a una platea gremita per provare a spiegarle almeno una parte del perché di una passione – un perché che neanche io conosco fino in fondo.

Mi è piaciuto così tanto studiare critica del cinema e sociologia del cinema che lo rifarei mille volte, come sarei disposta a tornare ai miei 5 anni per riguardare Nosferatu di Murnau e conservarne il terrore fino all’età adulta. Mi piace studiare, leggere i significati più o meno nascosti nell’immaginario, e anche se è una gran fatica – a cui in pochi credono – rinunciare a vedere qualsiasi cosa a cuor leggero è una fatica che reggo volentieri per sentirmi a posto, nel mio posto.

Ecco la mia idea, detta in parte, detta male, ché parlare di un sogno equivale a spogliarlo, esporlo ai bisturi, agli sputi, alle matite. Forse anche agli applausi. Ma quelli ai confini non si sentono e con il tempo finiscono per non interessare nemmeno più. La cosa più bella sta nel riuscire a mettere sul piatto marginalità e completezza, senso di vuoto e di pieno, per constatare che il secondo dei due vale sempre di più e con il tempo diventerà bravo a restare saldo, a non lasciarsi ferire.

Buone feste.

 

 

 

Il Natale è diverso quando un albero cresce a Brooklyn

Un albero cresce a Brooklyn – Una recensione

CineFatti

Un albero cresce a Brooklyn, lo struggente esordio di Elia Kazan.

Quando si pensa ai film di Natale è inevitabile finire a parlare di Frank Capra. Ma di Elia Kazan? Di Elia Kazan no. Eppure Un albero cresce a Brooklyn, suo esordio al lungometraggio, ruota materialmente e metaforicamente proprio attorno a un abete addobbato – che però non coincide con l’albero del titolo.

Giusto un anno prima de La vita è meravigliosa il regista di Fronte del porto debutta a Hollywood adattando una storia di Betty Smith. E ha già le unghie affilate, pronte per affondare nella carne degli spettatori e della Stella di Tennessee Williams.

Qui però è tutto (ancora) diverso: i problemi hanno radici ben salde nella terra. L’America primonovecentesca dei bassifondi, degli immigrati, della miseria. La piccola Francie (Peggy Ann Garner) vive con la madre (Dorothy McGuire) e il…

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Natale con Netflix nel segno di Dark e The Crown

The Crown 2 e Dark, due serie diverse per lo stesso bingewatching

CineFatti

Da The Crown a Dark. Due serie diverse per lo stesso bingewatching

Consigliarle in separata sede non avrebbe avuto senso, perché di Dark quanto della seconda stagione di The Crown ci si è trovati a parlare – e tanto – praticamente nello stesso momento. Entrambe di casa Netflix, l’una tedesca e l’altra angloamericana, sono serie non direttamente paragonabili se escludiamo il fatto che invitano in egual misura al bingewatching più estremo.

Ma le ragioni, come i prodotti, sono differenti. Qui provo a passarne in rassegna alcune.

Prima la Regina

Fonti più o meno attendibili ci dicono che The Crown 2 fa parte delle serie Netflix più guardate del 2017 assieme a NarcosStranger Things 2. Ma il proseguimento dell’avventura dei ragazzini in bici, per quanto meglio atteso di quello della vicenda storica e personale di Elisabetta II, sembra aver fallito là dove invece The Crown…

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Miss Julie (Liv Ullmann, 2015)

Miss Julie – Una recensione

CineFatti

La notte di Miss Julie è la nuova alba di Liv Ullmann.

Siamo nell’universo di Ingmar Bergman, dalle radici alle foglie. La sua musa e compagna Liv Ullmann trae dall’opera di uno dei suoi maggiori modelli, August Strindberg, un film sussurrato e gridato che porta al cinema il grande teatro: Miss Julie.

Dramma che fece scalpore all’epoca della sua uscita, La Signorina Julie si svolge in una manciata di stanze e con un numero altrettanto esiguo di personaggi: la venticinquenne aristocratica Julie (Jessica Chastain nel film) il lacchè di casa John (Jean in originale, interpretato da Colin Farrell) e la cuoca Kathleen (Katrin nell’opera, Samantha Morton nella trasposizione). Il Barone o conte, padre della giovane protagonista, non si vede mai.

Accadde una notte

Il tempo è quello infinitamente breve di una notte di mezza estate, durante la quale avviene l’intreccio fra i destini dei disgraziati; sorti strane…

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