Dell’infelicità di essere giornalisti

Da un’uscita, assai infelice, di Saverio Tommasi, reporter e ‘personaggio pubblico’ che da tempo avevo smesso di seguire (e il dato assai significativo è che non ricordo neanche perché), è piovuta una serie di considerazioni all’insegna di un’infelicità anche maggiore. Un diluvio che neanche Luigi di Francia.

Citerò solo a margine il nome di Giulio Regeni, cittadino italiano che ha già e non ha ancora finito di patire, in quanto non intendo confondermi fra le strumentalizzazioni pro tempore. Anche e soprattutto perché il punto è un altro: proviene da uno dei commenti all’infelicissimo post di Tommasi, e riguarda un ambito, o anche un mondo, che mi sta molto a cuore. Riguarda il giornalismo.

Ora, premettendo che Il Manifesto è uno dei pochissimi giornali italiani la cui lettura non mi provoca nausee, e conoscendone tanto la situazione a monte quanto quella a valle degli ultimi anni, mi stupisce e mi addolora leggere cose del tipo “è grazie a chi scrive senza compenso che giornali come Il Manifesto sopravvivono“.

Al che mi verrebbe subito da controbattere: e noi, come pensate che sopravvivremo?

hopper-edward-office-in-a-small-city.jpg

E l’autrice del tristo commento, non contenta, ci ha tenuto a precisare che c’è differenza fra chi scrive per professione e chi lo fa, invece, per passione, giustificando la mancata retribuzione dell’ultimo dei due casi, e definendo ‘soloni’ i male informati sull’assetto attuale della cooperativa alle spalle del Manifesto.

Se non fosse per il fatto che ormai sui social conto fino a 11 prima di innescare ulteriori polemiche fini a se stesse, avrei volentieri risposto alla signora che, al di là della superficialità dei vari ‘dalli al Manifesto‘ presenti in commento al post di Tommasi, anche lei ha dimostrato di peccare di disinformazione e, come si dice, chi di spada ferisce, di spada perisce.

Forse la strenua difensora di questo giornale – giornale da me letto e rispettato, lo ribadisco a scanso di equivoci – non sa che fra l’essere iscritti o meno all’Ordine dei Giornalisti esistono assai poche differenze a parte un sistema di diritti-doveri impresso su carta il quale, in linea teorica, dovrebbe tutelare i primi, ossia gli iscritti, da eventuali abusi di editori e datori di lavoro ma che, di fatto, non impedisce agli stessi editori/datori di continuare, nella maggior parte dei casi, a scrivere annunci come questo.

Fermo restando che qualsiasi professione – in primis, forse, quella giornalistica – dovrebbe essere scelta per passione e non per diletto, ci prenderemmo in giro affermando che i giornalisti professionisti sono pagati mentre gli “aspiranti” no. La verità è che, salvo sempre più rare eccezioni, dove i compensi toccano estremi indecenti di 10, nei casi migliori, e di 30 centesimi di euro, nei peggiori, entrambi non lo sono.

E questo, sì, grazie anche alle schiere di scriventi ai quali il web ha (giustamente) aperto le porte, utilizzati (ingiustamente) a mo’ di jolly dalle redazioni che mangiano e fanno mangiare visibilità, prestigio e qualsiasi altra chimera; perché per ogni giornalista, aspirante oppure no, che sceglierà la via del gran rifiuto, ce ne saranno altri cento disposti ad accettare qualunque condizione in cambio dell’illusione di essere celebri e professionali per un nanosecondo. Contribuendo a nutrire e rendere normale – se non legittimo – un sistema sbagliato e ostinatamente anti-costituzionale.

Mia cara signora, non so se le capiterà mai di leggere quest’articolo, quindi la mia domanda la rivolgo all’etere: lei, così bene informata su cooperative e associazioni, tagli all’editoria e alla cultura, lo sa che i giornalisti di professione, per essere ritenuti tali, oltre a trovare un buco dove esercitare (pena la cancellazione dall’Albo) devono corrispondere all’Ordine una quota annuale che, nei casi migliori, riusciranno a riguadagnare con tre mesi di lavoro? E se – come credo farebbe ogni essere capace di intendere e di volere – dovesse capire che con una media di 2 euro a pezzo, anche scrivendo due articoli al giorno, non si vive né si sopravvive ma ci si attacca alla canna del gas, sarebbe d’accordo con me sulla scelta di trasformare il lavoro giornalistico in dopolavoro?

Con buona pace della sopravvivenza di quotidiani, editori e Ordini, per carità: vita e morte del giornalismo e dei giornalisti, a quanto pare, sono diventati il minor dell’ubi maior.

 

 

 

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...