The Look of Silence – Recensione

Anche qui ci tengo a fare una piccola precisazione: come alcuni di voi sapranno, il “posto” in cui da sempre mi dedico alla scrittura di recensioni cinematografiche è CineFatti, un blog galeotto nato nel 2010 e tuttora vivente. Ogni tanto, però, capita che mi venga voglia di parlare di film dei quali, sul sito, ha già parlato qualcun altro. Questo, ad esempio. Spero abbiate modo di vederlo e rimanerne affascinati com’è successo a me.


Quando Vlad Tapes perse i denti.

Non tutti si aspettavano la candidatura agli Oscar di The Look of Silence, documentario di Joshua Oppenheimer posto a ideale continuazione del precedente (e shockante) The Act of Killing, sul tremendo eccidio indonesiano degli anni Sessanta. Va da sé che il film ha un ben più popolare concorrente, Amy, e anche che resta difficile veder trionfare due volte uno stesso artista nella medesima categoria, soprattutto se a pochi anni di distanza dal primo incasso.

Andando al di là dei premi, comunque, il risultato è indiscutibilmente di altissimo livello. Oppenheimer torna a sostare lungo le sponde dello Snake River, fra gli spettri silenti degli orrori passati, per accompagnare Adi lungo le tracce degli aguzzini che mutilarono e uccisero barbaramente il fratello Ramli due anni prima della sua nascita. Adi lavora come ottico – di lì anche il non tanto ovvio collegamento al titolo del film, Lo sguardo del silenzio; prova cioè a donare forma a una verità senza parole. E la sua ricerca, come il grattare del Rosso Malpelo di Verga sulle pareti di pietra, è tutto un lento scrostare e scavare, a costo delle unghie, contro la superficie di una storia orribile.

Prima di farlo di persona, Adi incontra i carnefici attraverso lo schermo. Al silenzio degli indifferenti, dei sofferenti e dei codardi risponde con il proprio, in campi e controcampi dove, non a caso, protagonisti sono gli occhi: lucidi e fieri insieme, simboleggiano un dolore dell’anima incomprensibile e inesprimibile, che solo il corpo decrepito dell’anziano padre dei due fratelli può rendere compiutamente. In questa figura d’uomo ridotto a larva umana dallo strazio per la perdita del figlio – “dopo la morte di Ramli ha cominciato a perdere tutti i denti, uno ad uno“, spiega la madre di Adi dopo aver lavato con cura il marito, ormai incapace di badare a sé – risiede l’essenziale: la violenza muta e inarrestabile delle conseguenze.

 

Il resto è ciò che di The Look of Silence s’impone con maggiore facilità all’attenzione dello spettatore, opponendosi alla tacita assenza/presenza di vittime e sopravvissuti: i fiumi di descrizioni, spesso dettagliate e cruente, dei boia, la cui carica violenta è amplificata dalla leggerezza, quasi dalla cordialità e dal senso di totale distacco con cui sono narrate. Uomini che ridono nel raccontare come hanno fatto a pezzi altri uomini, che confessano di aver bevuto il sangue degli uccisi “per non impazzire”, dal basso di sguardi così vacui e freddi che non è illecito pensare che la soglia della follia, al contrario, sia stata da tempo oltrepassata. O forse è come scrive Jonathan Littell ne Le benevole, e cioè che “il termine ‘disumano’ non esiste” ed è tutta questione di umanità reiterata, all’ennesima potenza.

Sta di fatto che, fra i paesaggi indonesiani splendidamente incorniciati da Lars Skree, l’unica memoria che merita di sopravvivere è quella di chi ha sofferto. Nelle lacrime della madre di Adi e Ramli come nelle acque dello Snake River che, in silenzio, hanno continuato a scorrere sui morti pur non lavandone mai davvero le tracce; le stesse che invece i governi hanno provveduto a rimuovere o a ricomporre sulla griglia dei propri biechi scopi di potere. Perché “così va la vita”, finisce col dire Oppenheimer, in questo mondo di mostri arricchiti e longevi. Ma un minimo di giustizia può provare a farla, là dove alternativa non c’è, anche l’arte. E il cinema messo in campo da The Look of Silence, capace di rapire lo sguardo fino a vincolarlo in eterno, ne è un esempio lampante.

Francesca Fichera

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