Lascia stare il La maggiore che l’ha già usato Beethoven – Recensione

Anche stavolta (e forse più della scorsa) è necessaria una premessa: questo libro, inserito nella wishlist delle mie priorità di lettura del 2016 (che trovate qui), è arrivato, direttamente dal Salone del Libro di Torino 2015, dopo un “tuffo” fra le pagine di Joseph Conrad. Prima di procedere alla mia consueta scelta causale, con tanto di fomento peripatetico fra le librerie di casa, ricordo precisamente di aver pensato (e scritto): “Per piacermi dopo il romanzo di Conrad, devi essere proprio un buon libro”.

Forse basterebbe collegare questo dato al fatto che io abbia deciso di scrivere di Lascia stare il La maggiore che l’ha già usato Beethovenleggere la positività fra le righe e chiudere qui. Ma, se non i miei sproloqui, dopo la “linea orizzontale” ci sono almeno un paio di parole tratte da questo volume che vale la pena di appuntarsi. Buone letture!


 

L’ironia – quella vera – presuppone un’intelligenza e una capacità di sentire e osservare le cose che quasi scriverne è un peccato, ché sembra dirti “Ho già fatto tutto io, non rovinarmi”. Forse è qualcosa che capirete leggendo Lascia stare il La maggiore che l’ha già usato Beethoven, libricino di Alessandro Sesto pubblicato da Gorilla Sapiens Edizioni nel 2015. Oppure, chissà, potreste pensare a quella famosa battuta di Chi ha incastrato Roger Rabbitche parla della risata come di una delle cose più importanti che abbiamo, “a volte l’unica arma che ci rimane”. E quella raccontata da Sesto è una storia (un mucchio di storie) che fa ridere, che sa far ridere; perché chi la racconta dà l’idea di aver saputo ridere a sua volta, e davvero, di ciò che raccontava, anche se ciò che raccontava non era esattamente divertente.

Sesto

È un “libro musicale“, che segue un ritmo frenetico (una parlantina pazzesca, a tratti difficile da seguire anche per via degli sprazzi di dialetto) ma a intervalli (battute) regolari di circa sei pagine – fatta eccezione per il più lungo Il musical, dov’è menzionato esplicitamente il titolo del volume; ciascuno di essi conserva l’istantanea dei momenti tragicomici vissuti dalla band protagonista – “un gruppo rock senza pretese” – nel corso dei suoi viaggi fra strade di provincia, contest improbabili e balere popolate da zie esaltate.

Soprattutto, Lascia stare il La spiega il nesso fra la casualità delle cose e il concetto di semplicità: più che spiegarlo, lo dimostra in concreto, lo dice e lo fa; come quando l’alcool ti annebbia la mente giusto quel poco per consentirti di cogliere un particolare che non avevi notato, o un’imprevista punta di malinconia. Così Sesto scrive: “A volte ho la sensazione che tutto si riduca a molto poco, e ogni opera umana sia un labirinto di cazzate costruito per nascondere un percorso dritto e breve, che si vede subito dove va a finire. Tipo, Franzen scrive un’invettiva contro i social media e penso: sì, vuole parlare solo lui“; e viaggia non solo lungo le “strade della musica” – regalando ai suoi lettori la più geniale descrizione della Turandot mai fatta – ma anche su quelle, ben più intricate, del pensiero. Per prenderle con filosofia, si direbbe, o un panino e una birra notturni accompagnati da una scrollata di spalle.

Comunque sia, val la pena starlo ad ascoltare, se non altro perché offre il giusto antidoto alle pesanti stranezze del mondo: le seppellisce completamente, come sarebbe piaciuto a Bakunin. E, quel che è meglio, spinge a riflettere ma non a rimuginare; il che, di questi tempi, ha quasi del miracoloso.

 

 

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