Solo una parte

“Non l’avrei immaginato. Tu non dai a vedere niente di tutto questo”.

Così ha detto una persona a me molto cara quando ho finito di raccontargli la mia storia. Una storia molto simile a quella di altri, raccontata da altri, eppure della quale nessuno avrebbe mai sospettato.

È strano come molti riescano a parlare del proprio passato, dei propri dolori, senza nasconderli dietro il bel velo della finzione. Credo sia una rara forma di talento, che non soltanto riesce a trovare le parole ma anche, e soprattutto, il momento giusto. Perché molto spesso conta che ciò che tu stai dicendo l’abbia già detto qualcun altro prima di te, cavalcando inconsapevolmente il tempismo con quella carica di novità che, invece, a te manca e mancherà.

Ed è allora che la tua storia perde  legittimità, perde il diritto di essere raccontata; a meno che tu non voglia mescolarti alle tendenze, rischiare di essere additato come opportunista, come vittima e carnefice di quella pornografia del dolore nella quale ciascuno si auto-proclama eccezione, postando sui propri lutti, sulle violenze ricevute, sul male che ha visto e che vede e che le altre persone non vedranno e descriveranno mai allo stesso modo: l’egocentrismo al quadrato.

verità

Ché è vero, nessuno avrà una vita uguale alla tua, ma il diritto di “metterla in piazza” (piccola o grande che sia) è, al contrario, comune; e va rispettato davvero, non tanto per dire. Non come quel commentatore mascherato che “rispettava” il fidanzato di Valeria Solesin ma, allo stesso tempo, era convinto che avesse dato versioni differenti della sua tragedia all’unico scopo di apparire più volte in televisione.

Come se fosse possibile quantificare, misurare qualcosa di cui a stento percepisce la portata chi lo prova; di cui, più di ogni altra cosa, la parte visibile rappresenta solo la punta dell’iceberg. È forse questo il prezzo della pubblicità e della pubblicabilità delle sofferenze umane? No, se impariamo una buona volta a non distinguere fra realtà tangibile e realtà virtuale, ad accettare il crudo dato che gli atteggiamenti di merda esistono in strada come nel web, ad affermare con fierezza che sì, io non sono un leone da tastiera perché non sono proprio capace esserlo, mentre chi lo fa è perché probabilmente anche al bar sussurra insulti per poi correre a nascondersi nella toilette.

Ma pure lui qualche cosa avrà patito, come qualsiasi altro essere vivente al mondo, e qui sta il vero punto della questione: che perfino il suo atteggiamento cinico, o rabbioso, o da coglione, va visto come parte emersa di tutto il resto. Ed è in nome di quel ghiaccio sommerso, di quell’oceano e di quell’Atlantide di cose dette o non dette, ma comunque vissute, che mi curo di essere gentile con chi ho di fronte (come diceva Ian McLarene non Mazzacurati). Di rispettare il suo dolore anche quando è implicito. E, ancora di più, di rinunciare a raccontare il mio; tanto comunque, e almeno per ora, non ne sono in grado.

Tanto comunque, qui sopra e altrove, sarà sempre e solo una parte, anche quando sembrerà essere tutto.

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3 pensieri su “Solo una parte

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