La porta

Ada si trovò davanti a un muro. Era color vaniglia e aveva qualcosa di innaturale che non riusciva a definire, forse per via del fatto che sull’intera sua superficie ci fosse un’unica apertura: una porta, in alto sulla destra, a cui si accedeva tramite una lunga scala. A lei parve di stare in un quadro di Escher con un trucco per nascondere l’angoscia delle altre rampe, degli archi che s’intrecciavano, delle finestre che non finivano mai di guardarsi le une nelle altre.
La porta - Finestra di Hopper 1Ma non c’era più tempo per pensare, perché dietro un punto imprecisato del chilometrico corrimano, era comparso un uomo. Non uno qualsiasi, lei lo conosceva bene. Cappotto beige di panno, panciotto marrone, cravattino bordeaux fissato da una piccola Medusa annerita, mani e viso arrossati. Sorrideva come sollevato da qualcosa, come al termine di un dolore prolungato.
Accanto a lui c’era una donna. Ada conosceva anche quella, ma più profondamente, e le sue dita, strette intorno allo stomaco che non potevano abbracciare, lo sentirono, tastarono quella familiarità prima di lei. [continua qui]


 

Questo racconto è apparso per la prima volta su Ô Metisl’antologia periodica legata al portale CrapulaClubRingrazio ancora i suoi collaboratori per averlo ospitato.

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