Mai dire mai

Ci pensavo, e mi premeva dirlo: questo post ha a che fare con la scuola. Non quella buona (per finta), chiariamo.

Questo post muove da un principio di contentezza, da una piccola scarica di soddisfazione,  data dall’aver capito, un po’ guardandomi intorno un po’ vivendolo attraverso i miei stessi occhi, che molto spesso le etichette appiccicate dalla scuola – elementari o liceo non fa molta differenza – sono sbagliate (in realtà è lo stesso concetto di ‘etichetta’ a rappresentare un errore, ma in questa sede basta farvi cenno).

Che tutti i futuri che ci avevano assegnato non si sono verificati; non, almeno, nella forma in cui loro, che pretendevano di capire il nostro “pessimismo” da un tema o la nostra “capacità di rendere” da un’interrogazione, che abbassavano i voti in base all’emotività e li alzavano sulla fiducia, se li erano prefigurati.

Perché c’è chi si è trovato a fare quello che poteva e chi invece, fra una testata al muro e l’altra, con i vestiti bucati, 10 euro in tasca per un mese e gli amici all’estero, alla fine è riuscito a fare quello che voleva. E la maggior parte di questi ‘chi’ sono persone su cui i professoroni non avrebbero scommesso un soldo: i più scarsi alla maturità, quelli senza pedigree, senza montagne di certificati, senza (più subdolamente) un contesto corrotto dal quale emergere come eccezione. In una parola: gli inclassificabili.

Fuga dalla scuola media - La finestra di Hopper

Credetemi, per combattere la discriminazione sociale a scuola non basta renderla aperta e fruibile per tutti. E dall’altro lato, a far male (un male boia) non ci sono soltanto caste baroni: r-esistono, anche, i pregiudizi.

Ma, almeno, ci rimane questa piccola, grande vittoria: chi voleva volare ha volato, chi voleva scrivere ha scritto, chi non voleva studiare ha dimostrato di non esserci tagliato. E va bene così, contro ogni pronostico e, soprattutto, senza verità di comodo.

Chi ci ha aiutati davvero sono stati coloro che hanno saputo gioire dei nostri imprevisti e assurdi risultati, proprio perché imprevisti, e proprio perché assurdi: una pubblicazione da un euro, l’abbandono improvviso dell’università, pochi soldi per un lavoro che ami fare.

Io non li ringrazio, quelli che avevano detto mai: ringrazierò sempre e solo chi ha visto in me una possibilità, aiutandomi a vederla a mia volta. Perché se c’è un senso a tutto è proprio questo, e riguarda l’amore, e l’amore vive anche in ciò che si fa e si sa fare, nel coraggio di scegliere ciò che non conviene ma è meglio di tutto il resto.

(e se state pensando che ero una degli scarsi vi sbagliate, ma per molto tempo sono stata, e sono tuttora, un’inclassificabile fiera di esserlo).

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4 pensieri su “Mai dire mai

  1. Quanti N.C. avevo in pagella!
    Verissimo tutto quello che hai scritto, l’etichetta, con conseguente discorso che una volta che ti fai una particolare nomea non la cambi piú, la pretesa di poter giudicare una persona per come scrive un tema su un argomento qualsiasi; le interrogazioni una scienza mantica per scoprire il futuro di ragazzini imberbi.

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    1. Già. E dà un po’ soddisfazione capire che hanno sbagliato, anche e soprattutto, a scommettere sui (primi) classificati. Io ci credo alla storia che il tempo è galantuomo, anche se a modo suo.

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