La pazza gioia – Una recensione

La pazza gioia: giunge anche per me il momento di vederlo e di parlarne. Ed è bello constatare che, al netto dei difetti (di regia, ma soprattutto di scrittura) e delle forzature, che lo collocano al di sotto di prove ben più complete e coerenti come Tutti i santi giorni e Il capitale umano, l’ultimo film di Paolo Virzì sta a rappresentare la nuova tappa di un percorso registico in netta ascesa.

Fedele alla sua ormai consolidata poetica, Virzì mette ancora una volta in scena i vinti, li umanizza (nel vero senso del termine) e ce li fa guardare da vicino ricordandoci che dal loro tragico scenario di miseria ci separa un soffio, un capello, il velo del caso; e che la madre della “gente crudele” è sempre incinta – una critica sociale e politica dove la retorica cede nuovamente il posto a una spietata lucidità.

E Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi), due attrici così ben dirette e calate nelle rispettive parti da apparire irriconoscibili, come fossero nate sullo schermo in questo film, sono le ultime che rimarranno ultime, ma porteranno a casa – la comunità, un microcosmo che il regista ci ha tenuto a rappresentare meticolosamente – la loro piccola versione della vittoria; perché, si sa, Virzì ha una passione per i finali più o meno lieti.

Nonostante tutto il male che c’è, evidente in Donatella e nascosto in Bea, e con qualche piccolo aggiustamento della linea del destino che può infastidire, e deludere, ma trova il suo scopo in una luminosa rappresentazione della speranza.

Voto: 8 –

Francesca Fichera

 

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