A proposito di Penny Dreadful

Se ne parla tanto, talmente tanto che ho pensato di ricordarmi (e ricordarvi) di quando ne ho parlato anch’io, in questo saggio scritto per Quaderni d’Altri Tempi.


Dopo La leggenda degli uomini straordinari di Stephen Norrington (2003), il ritorno del gotico e delle sue creature sullo schermo ha un nome, che unisce passato e presente in due sole parole: Penny Dreadful. Così si chiamavano le sottili pubblicazioni pulp diffuse nell’Inghilterra del XIX secolo, sulla scia dei dime novel statunitensi e dei “fogli” francesi, nate affinché le masse si specchiassero nei propri stessi incubi dormienti; e in modo identico si intitola la serie ideata e scritta dal creator televisivo John Logan per il network Showtime.
Lungo le crepe di un ennesimo e kuhniano cambio di paradigma scorre la riproposizione di forme e miti appartenenti ai primi passi dell’età moderna, in una versione rivisitata e rinnovata che chiude il cerchio sulla modernità stessa, narrando e insieme rappresentando la rivoluzione ai suoi confini, quel tutto che viene dopo: dopo l’umano, dopo il moderno, soprattutto – in tal caso – dopo la serialità.

Restano i leitmotiv, i motivi fondanti, dai vampiri delle pagine di Joseph Sheridan LeFanu (Carmilla, 1872) e Bram Stoker (Dracula, 1897) agli uomini-lupo plasmati dal folklore, ma soprattutto lui, il corpo nato da mille corpi che vive e riscrive le contraddizioni della nuova era: il mostro di Frankenstein, “insidia della felicità” (Abruzzese, 2007) innescata dalla radicale modificazione dei processi produttivi e di consumo che, mediante il suo essere “lavoro espropriato di volontà e intelligenza” (ibidem), si erge a simbolo della crisi per narrarla ciclicamente attraverso i tempi – altri come attuali.

Lui e le altre creature mostruose fuoriuscite dalla nebbia di antichi castelli, in Penny Dreadful, tornano a parlare di e per ciò che, fin dalle origini, continua a tenerle unite: la cultura di massa, il “sacro vincolo del pop”.

Piuttosto, è il modo di guardarle a essere inedito perché, in nome di quello spostamento del conflitto che caratterizza i prodotti seriali della contemporaneità, i nostri occhi entrano nei loro: in quelli verdi e impauriti di Vanessa Ives (Eva Green), posseduta da demoni ancestrali; al centro delle pupille intelligenti e curiose di Victor Frankenstein (Harry Treadaway); e nello sguardo unico e inumano di Caliban (Rory Kinnear), primogenito dell’ambizioso dottore da lui stesso ripudiato, pronto a “distruggere o essere distrutto” (Abruzzese, 2007) pur di vendicare la sete d’amore che gli è stato imposto di non saziare.

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