Quaderni giapponesi – Quasi una recensione

Ci sono due momenti dei Quaderni giapponesi di Igor Tuveri (in arte Igort) che hanno risvegliato in me un che di simile all’empatia ma anche, e di gran lunga, più profondo, ampio, indefinibile: qualcosa a cui forse si avvicina di più la splendida definizione che David Foster Wallace volle assegnare alla buona letteratura, quell'”antidoto contro la solitudine” che ti attira anima e corpo fra le pagine perché le pagine sono entrate anima e corpo in te scardinando i luoghi chiusi.

Il primo di questi due momenti è la descrizione di un attimo di umanissima paura: un Igort giovane e però già maturo, che viaggia a bordo di un autobus, nel cuore del  Giappone, verso la sua nuova destinazione lavorativa, e ammette, confessa, nasconde nei vuoti di colore dei suoi disegni gambe tremanticuore in golal’angoscia di perdersi come un Marcovaldo trapiantato.

L’altro parla di un “trattamento” ricevuto (a voi il piacere di scoprire di che tipo, e in quale contesto) che è anche una metafora – sferzante, commovente – della legge più comune del vivere: ritrovarsi a scavare fossati di sera destinati a essere interrati di nuovo il mattino dopo. E poi, nonostante tutto, continuare.

E questo in quel piacevole turbine di mondi, di tempi diversi, ognuno con il proprio segno, la propria tecnica, la propria colorazione, naturale alternanza di età, di periodi, di fasi, di personaggi e di storie, che terminano con e come un sogno, perché è di quella materia che i Quaderni giapponesi ci ricordano che siamo fatti. Al di là di ogni confine e a scanso, come pure in virtù, di qualsiasi distanza.

Francesca Fichera

Quaderni-Giapponesi-COVERweb

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