Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 1

Avete presente quei momenti in cui l’unica cosa che potete fare per stare meglio è ripensare a tutta la bellezza che avete avuto la fortuna di incontrare?

Io sì, ancora di più da quando ho sfiorato la morte per ben due volte e un’infermiera alla sua prima epidurale ha deciso di usare me come cavia umana.

Lo dico perché sono state queste esperienze, nel mio caso, a rendere evidente un fatto, e cioè: per quanto fastidiosi e temibili, il dolore e la paura hanno uno scopo.

Quale sia questo fine può essere detto in tanti modi (ti risvegliano dal torpore, rimettono in moto l’istinto, buttano giù in un sol colpo qualsiasi sovrastruttura mentale), ma io ve lo spiegherò così: mentre soffrivo (o mentre morivo, direbbe Faulkner) il pensiero della felicità mi teneva in vita.

Mentre ero in ospedale non avevo più dubbi su chi volessi vedere per quella che credevo sarebbe stata l’ultima volta.

Mentre la tirocinante usava la mia spina dorsale come un bersaglio da cui estrarre le freccette (con grazia, mi raccomando) il ricordo di una canzone di Simon & Garfunkel, di un piatto di pasta con le cozze mangiato in riva al mare con la persona che amo, del sorriso della mia nipotina, è stato lo scoglio a cui mi sono aggrappata per non annegare.

(E infatti, purtroppo per qualcuno, sono ancora qui).

Ma, scherzi a parte, ecco la questione che vi e mi propongo: un gioco. Giocare a ripensare ai propri sorrisi, vedere di quanti istanti felici è capace una vita, quanta contentezza conserviamo senza rendercene conto.

Se vi sembra difficile avete ragione, anche per me lo è appena stato; ma l’ho fatto. E sarebbe bello lo faceste anche voi, raccontandomi i vostri momenti di gioia ogni volta che spunterà un post su Quando siete felici fateci caso.

Che è la nuova rubrica della Finestra di Hopper e anche, e prima di tutto, il titolo di un bel libro di Kurt Vonnegut. Poi chissà, potrebbe trasformarsi in filosofia di vita, ma quello lo lascio scegliere a voi.

Se vi va, mi trovate al mare, pronta a leggere e raccogliere le vostre storie. Per metterle accanto alla mia.

 

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11 pensieri su “Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 1

    1. Io pure ci credo! Come credo che il dolore sia parte della vita e certe volte aiuti a guardare meglio alle nostre fortune, cioè alle piccole grandi gioie che, per un motivo o per l’altro, ci lasciamo scappare proprio sotto il naso 🙂

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  1. Ho capito di essere felice quando ho smesso di guardare alle paure e ai vuoti.
    E’ successo, senza che lo decidessi.
    Ed ora mi ritrovo qui a non sapere quale momento, quale istante preciso scegliere per assaporare ancora un po’ di questa felicità che mi tengo stretta, per raccontarla, per renderle onore.
    Ho sempre creduto, e un po’ ancora lo credo, che si è felici quando non sai di esserlo perché la felicità è silenziosa, è dolce ed avvolgente come un vento notturno e inaspettato, che ti sposta i capelli e ti solletica il collo. Questa volta però, mi è accaduto di sentirla e vederla la felicità.
    Era una dolce e intensa attesa. Era aver fatto il conto alla rovescia per vederlo e poterci credere davvero alla sua presenza, mentre nel buio l’auto mangiava kilometri in un’ora di attesa che passava, e come se passava. Si sopportava e non faceva troppo rumore, perché ci sono giorni in cui riesci a viverti ogni secondo, ogni pezzo di strada senza fretta.
    Alla fine di quell’ora, i miei occhi la videro quella felicità.
    Era seduto alla fermata dell’autobus. Lo riconobbi subito.
    Non appena alzò lo sguardo, capii che prima ancora di ogni parola volevo abbracciarlo, come avevo immaginato di fare per giorni. Era lì per me. Non c’era felicità più grande in quel momento, se non vedere che quel ragazzo aveva fatto un viaggio per stare anche solo pochi giorni con me.
    Per l’ennesima volta capii che non era un ragazzo qualsiasi. Era molto di più. Era così simile a me, su una frequenza così vicina alla mia.
    Era la mia felicità, che aveva gli occhi e lo sguardo più belli del mondo.

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  2. “Questa non sei tu”
    Lo sapevo, mi ero resa conto che la persona che vedevo riflessa nello specchio non ero io. Come potevamo essere la stessa persona, se eravamo due corpi ed anime diverse? Lei era magra, troppo magra. Il suo sguardo era spento, i suoi occhi erano tristi e le sue labbra erano serrate. Io sono l’esatto opposto. Non potevamo essere la stessa persona, eppure era così. Peggio, quella parte aveva preso il sopravvento. Era inevitabile che gli altri si accorgessero di quanto il mio fisico fosse cambiato. Speravo solo che nessuno notasse che il mio sorriso era svanito. E invece… molte persone mi hanno detto quelle parole. Ed io ho pianto e tanto, perché non riuscivo a tornare me stessa. Era come se l’oscurità mi avesse avvolta in una morsa e non mi lasciasse andare. Nonostante io avessi provato più volte a liberarmi, lei continuava a tenermi stretta a sé. Ero stata male, sia fisicamente che psicologicamente. Se non fosse stato per la mia famiglia, in modo particolare per mia madre e mia sorella, non credo che sarei riuscita ad uscire da quel baratro.
    “Pensa a qualcosa di bello, qualcosa che ti faccia sorridere.”
    Mi sorpresi quando mi accorsi di pensare a lui. Pochi giorni prima che mi ammalassi fisicamente, lui mi disse: “Ti voglio bene”. Lo sapevo, ma era la prima volta che pronunciava quelle parole. Era l’unica cosa che mi facesse sorridere ed io mi sono aggrappata con tutte le mie poche forze per non crollare. Non sono crollata. Alla fine, con molta pazienza, sono riuscita a tornare me stessa.
    “La felicità si trova anche negli attimi più tenebrosi. Se solo uno si ricorda di accendere la luce.”
    (Albus Silente) Lui è stata la mia felicità.

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