Giornalista o scrittore di contenuti? Trova le differenze.

Diciamolo da subito: io non divido il mondo in categorie. Non mi interessa il parere di chi dice “io disprezzo i giornalisti“, “quelli che si laureano in scienze delle merendine”, “tutti i politici sono corrotti”.

Non faccio di tutta l’erba un fascio, in parole povere. Perché per me contano i risultati, i frutti degli sforzi dei singoli individui e delle loro sinergie.

Ecco, se proprio dovessi dividere il mondo (anche se come idea e anche come espressione la cosa mi dà un po’ i brividi) lo farei tenendo conto della qualità di ciò che vedo: il rispetto delle regolel’efficacia dell’operato svolto; soprattutto, il valore generato, direttamente o indirettamente, da ciò che è stato fatto.

E qui vengo al punto.

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Uno dei principali scopi del mestiere del giornalista, annesso a quello di fare informazione, risiede nell’esercizio del pensiero. Nel criticare, nel discernere, e nel muovere i lettori (e cittadini) a fare lo stesso.

Non sta scritto da nessuna parte che questo non debba valere anche nell’ambito del giornalismo culturale; che forse sta su un piano leggermente differente rispetto alla critica di stampo “classico”, ma non per questo ne risulta avulso.

Perché – e vorrei tanto poterlo ficcare nei crani con la particella di sodio di chi si rifiuta di capirlo o finge di non farlo – per fare bene qualsiasi cosa bisogna studiare

Non a scuola, non all’università – e ci metto un bel soltanto vicino, perché sennò passo come un Poletti che “meglio laurearsi a 23 anni o non studiare affatto” e NON SIA MAI: leggere i libri sui banchi senza limitarsi a sfogliarli è una condizione basilare, necessaria, ma niente affatto sufficiente.

Insomma, che diavolo, pensate che tutti quelli che scrivono recensioni lo facciano avendo visto sì e no una cinquantina di film, letto sì e no un paio di romanzi, ascoltato un disco e assistito a due concerti, in tutta la loro vita?

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Di sicuro, per non pochi, la risposta è sì. Ma accanto a loro resiste uno zoccolo duro di persone per le quali la formazione non finisce mai.

E non parlo di quegli specchietti delle allodole che giustificano il fiorire di stage e altre stronzate simili: la capacità di formarsi, informarsi e aggiornarsi è la competenza-cardine di tutte le altre. Non è (o non dovrebbe essere) il fine di un’assunzione, ma il suo mezzo.

Però evito di divagare oltre, e dunque vi chiedo: vi fa così tanta paura la parola “deontologia”?

Quelle regolette che a volte sembrano starvi troppo strette ma, se guardate bene, su un altro versante vi consentono di fare meglio il vostro lavoro, rispettando il contesto, rispettando gli altri come voi e, cosa più importante di tutte, generando quel valore, sia concreto che intangibile, che rende ciò che fate importante per la società?

Cominciate a rispondere, perché è solo la prima domanda di una lunga serie.

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Dato che, tipo, io mi chiedo, e vi chiedo di rimando, quale bene alla società v’illudiate di fare copiando e incollando le parole altrui e dicendo “questo l’ho fatto io”.

Sì, lo so, è una domanda retorica, ché la risposta sta tutta in quel pronome personale alla fine della frase e nell’assoluta priorità che le vostre esistenze hanno voluto assegnargli.

Ma non vi ha sfiorato neanche per un momento che questa disonestà parassitaria, figlia della cultura del “faccio quel che cazzo mi pare”, prima o poi vi si rivolterà contro?

Che quando vi chiederanno del vostro lavoro a un colloquio, o proporranno un test di scrittura, o metteranno alla prova in un’agenzia di stampa o di qualsiasi altro tipo, tutte le palle su cui avete costruito quel fantasma di carriera di cui andate fieri verranno a galla?

Perché, sapete, a me una volta è capitato di essere scelta come scrittrice di contenuti – un tipo di lavoro dove il reimpasto creativo di testi preesistenti non è soltanto permesso ma, qualche volta, perfino richiesto – principalmente per una ragione: io, stupida giornalista devota agli orpelli deontologici, ero l’unica a produrre qualcosa di originale. L’unica a non copiare.

Insomma, la scuola è finita, e qui e ora mentire può solo far maleImparare dagli altri, ma con le proprie forze, quello sì che porterà a qualcosa di buono, invece.

Perciò mettetele, quelle cazzo di virgolette, ché niente vi è dovuto. Men che meno il nostro sudore.

 

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