Costretti a credere nel successo

In realtà ne avevo a mio modo già scritto, prendendo l’argomento molto alla larga (“solo una parte” dicevo, per l’appunto). Però il solletico alle mani torna spesso, che ci volete fare; del resto, in caso contrario non sarei qui. Nessuno di noi lo sarebbe.

E quindi parliamo di questi life coach, più o meno improvvisati, che spopolano sul web. Fanno altri mestieri, il più delle volte, ma altrettanto spesso non perdono l’occasione per spiegare all’universo mondo come sono arrivati al successo nella loro vita, professionale e non. Con buona pace di quelli che invece arrancano o, semplicemente, devono o vogliono accontentarsi. Che stanno per fatti loro, senza recare alcun disturbo, ma che, chissà perché, nell’ottica di questi signori sono destinati ad essere chiamati sempre e comunque in causa.

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Mi sono spesso ripromessa di lasciare un promemoria a chi mi segue e mi vuole bene, e cioè che se mai dovessi diventare una persona di successo – almeno per come l’intendono loro, dato che le mie buone soddisfazioni personali le ho avute e continuo ad averle – e mi ritrovassi a scrivere una di quelle cosacce sul come state sprecando la vostra esistenzameno lamentele e più fattivivete nel futuro anziché nel passato, autorizzerei chiunque a darmi un metaforico ceffone.

Il fatto è che credo fermamente nel rispetto, come per me stessa così nei confronti degli altri, e se vivo e lascio vivere pretendo, senza arroganza, che mi venga osservata la medesima cortesia.

Non starò qui a fare un’analisi sociologica dell’epoca che stiamo attraversando, non ne ho la voglia né il tempo (anche perché è un argomento che necessiterebbe di pagine e pagine di riflessioni). Accenno solo alle diaspore, alle competizioni fra ventenni e trentenni e fra trentenni e quarantenni (e in cima alla scala la frustrazione e la stanchezza si fanno sentire più che altrove), alla guerra dei poveri costruita sulla vecchia e tuttavia attualissima logica del divide et impera.

E nella quale i neo-life coach, con i loro vibranti articoli e discorsoni sul “trova la tua strada”, in qualche caso scritti con il posteriore ben sistemato nell’ovatta di una famiglia agiata che ha consentito loro di frequentare facoltosi club sportivi e costosi corsi di lingua sin dalla tenera età; nella quale i neo-life coach, dicevo, fanno l’esatto gioco di quel sistema a cui sostengono con orgoglio di essersi ribellati.

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Invece di soffermarsi su una delle principali piaghe di questa società di fortunati (perché comunque lo siamo sempre e assai più di chi affronta bombe, naufragi e morte ogni giorno), e cioè: trovare un muro davanti a qualsiasi strada intrapresa senza appoggi, che siano questi materiali o sociali.

Perché quando penso a chi, con un figlio a carico, ama a tal punto il suo lavoro da continuare a farlo nonostante i contratti in nero, i nasi storti di chi “200 euro è troppo” e bollette+mutuo da pagare mentre un misero bonifico ritarda di mesi, non mi viene da attribuirgli la colpa del suo destino.

Allora mi direte: ma scusa, bisogna sapere arrangiarsi! Ed è proprio questo il punto. Se da un lato resta pura utopia aspirare a un Paese capace di dare ad ognuno il posto giusto per le sue competenze – i libri parlano di mobilità, e i laureati che servono ai tavoli sono considerati un esempio negativo – dall’altro anche sperare di riuscire a improvvisarsi in qualcosa è una possibilità quasi del tutto preclusa – provate a candidarvi senza esperienza come sciampista e vedrete.

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Perché poi, a parità di compensi, tanto vale continuare a essere sottopagati facendo il proprio mestiere; e sempre finché ci sono i parenti ad ammortizzare. Dopo, chissà.

Ecco dove coloro che farneticano d’inventarsi la propria fortuna, storpiando il classico detto, vanno a colpire. Loro che si sono adattati, che hanno saputo guardare al futuro. Un po’ come se l’ominide scopritore della ruota si fosse messo a fare marameo a tutti gli altri, tenendosi stretta la sua bella pietra tonda e andandosi a chiudere in qualche caverna (leggasi come iperbole).

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Io invece non credo che quest’ostentato egoismo sia la soluzione: esclamare “io ce l’ho fatta e tu no, ed è pure colpa tua” fa più danni che altro. Qualcuno obietterà che funziona così anche con le lamentele, siamo d’accordo, ma in tal caso si tratta di criticare. Dati alla mano.

E i dati parlano di un Paese vecchio, dove l’occupazione sale a colpi di voucher e rimborsi spese che basterebbero a stento alla copertura di un affitto. Un Paese pieno di genitori stanchi, di studenti eterni, di professionisti culturali alla deriva.

Dove l’unico modo per rimanere in ballo è fingere di avere successo scambiandosi pacche sulle spalle con il collega di turno, con molte probabilità a titolo gratuito. Perché altrimenti, oltre al danno, hai pure la beffa di non esistere.

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Sarebbe giusto ignorare tutto questo in nome di quei pochi detentori dell’elisir di lunga vita? Ma anche no.

Mi piace pensare, piuttosto, che la solidarietà esiste, e che fa bene. Andrebbe solo praticata più spesso. Certo, parlo da ex liceale che quando tutti dicevano “resteremo per migliorare l’Italia” era l’unica sicura di andarsene e, adesso, è l’unica a essere rimasta.

Però ricordo e custodisco le parole dette da una delle mie amiche in partenza: “Io ti ammiro. Per ciò che sai fare, per il coraggio e la perseveranza“; e pensate un po’: io ammiro lei per le stesse, identiche ragioni. 

Magari possiamo ripartire da qui.

 

 

 

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4 pensieri su “Costretti a credere nel successo

    1. Sarebbe bello, come scriveva qualche giorno fa Elena Bibolotti sul suo blog, vedere in giro meno cose fatte per soldi e più per amore sincero. Perché poi, a furia di chiudere un occhio o l’altro e fare spallucce, il marciume arriva alla gola.

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