Andarsela a cercare

Di quelli che dicevano “però un po’ te la sei cercata” ne ho conosciuti tanti. Anche di quelle. Al punto che, per qualche tempo, mi sono convinta che queste donne e questi uomini avessero indistintamente ragione.

Che se piacevo a tanti e ricambiavo, era normale ritrovarmi con la faccia nel buio di un muro, con lui a dirmi “perché agli altri sì e a me no?“. E poi il sarcasmo, le pacche di finto rimprovero (a lui), gli ostinati “ma tutte tu!?“, “non ci pensare“, “certo che te le tiri” (a me): anche quello, normale. In qualche modo giusto. Nonostante alla fine non sia riuscita mai a vederci niente di comico, niente per cui incolparmi, in quei cinque minuti di oscurità polverosa e infinita.

Tanti anni dopo sono arrivate delle scuse che ho accettato controvoglia. Ma l’ho fatto. Eppure, a ripensarci, sistemando le azioni e le parole sulla mia bilancia immaginaria, mi sono resa conto che avevano quasi lo stesso peso.

Perché esiste un frasarioun dizionario violento, su cui soprassediamo ogni giorno. Che spiega il germe dell’azione nell’ottica di un’eterna delega all’altro, impregnata dell’egotismo più infantile. Figlia di un pensiero bigotto, ignorante, spesso fascista (termine sufficiente ad inglobare gli altri due).

Come le prediche di chi «piaceva a tanti e ricambiava» dietro lo scudo di mariti e fidanzati tenuti prudentemente all’oscuro: loro sì che la rispettabilità potevano permettersi il lusso di raccontarsela. Perfino di insegnarla agli altri.

E se anche questa non è violenza, allora io ho capito poco e vissuto nulla.


Questo post l’ho scritto pensando alla Bibo, che con i suoi scritti ha risvegliato memorie ma anche, e più di tutto, il coraggio.

 

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2 pensieri su “Andarsela a cercare

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