Tutto iniziò con la leggenda del vento

Quattro anni di scritture per Quaderni d’Altri Tempi. Il secondo posto dove ho potuto dare alla mia passione per le storie di Stephen King una forma definita (e dignitosa). Perché quel libro che porto da tanto nel cassetto aveva (ha) bisogno di più tempo. Ed è di tempo, guarda caso, che si parla anche qui. [Il saggio completo potete leggerlo al link in fondo all’articolo]


Nella microstoria, parte della macro, successiva al compimento di quest’ultima e perciò meritevole di rivelarne in parte i principali meccanismi, l’ultimo cavaliere di Gilead eterna l’incantesimo della narrazione avvincendo a sé i suoi compagni di Ka-tet: Jake, Susannah, Eddie, perfino il piccolo Oy. E tutto per parlar loro di una favola che sua madre, Gabrielle Deschain, era solita raccontargli quando era bambino. Si chiamava, appunto, The Wind through the Keyhole, ed anche in quella si scatenava la starkblast.

Ma prima di scoperchiare il cuore dell’avventura, di metterne a nudo la deliziosa e brillante sostanza, il Roland oratore-scrittore intende ricordare un tempo intermedio nel quale le circostanze gli avevano imposto di imitare sua madre raccontando la stessa fiaba a qualcuno. È un tempo già successivo alla morte della madre Gabrielle, tuttavia ancora giovane, precedente alla rovina definitiva di Gilead e alla partenza di Roland sulle orme dell’Uomo Nero, quella che dà il “la” alla definitiva corsa in direzione della Torre.

In questa ennesima sezione temporale – la seconda delle tre scatole, volendo ritornare sulla metafora – King immortala un pistolero ancora immaturo ma già sofferente, impegnato a scovare un terribile mutante, uno skin-man, che da mesi vaga per Little Debaria sterminandone la popolazione. Fra i superstiti alla furia del mostro c’è Bill, un ragazzino rimasto orfano che per Roland rappresenterà ciò che sono, all’inizio del libro e al primo dei tre livelli in cui esso s’articola, Jake, Eddie, Susannah e Oy: gli ascoltatori, coloro che leggono con le orecchie, ossia il vero punto d’innesco al suo narrare.

Da questo secondo, coinvolgente livello scaturirà finalmente il terzo, la favola che dà nome al romanzo e che chiude, nel migliore dei mo(n)di possibili, il cerchio narrativo di King offerto in omaggio all’attività stessa del racconto. Con un romanticismo e una delicatezza per la maggior parte sacrificati all’economia fantasy della serie, nonché ai limiti imposti dalle scadenze editoriali, King riqualifica La torre nera in maniera del tutto inaspettata. Sua è la lezione, sintesi di un discorso sotteso all’intera saga, sul Tempo umanamente percepito: “il vento attraverso la serratura”, appunto, oltre cui respira e soffia un’eternità inimmaginabile.

Qualcosa desunto da Paul Ricoeur (2008) sulla base delle Confessioni di Sant’Agostino e della Poetica di Aristotele, ma ivi già dimostrato e applicato, al di là di qualsiasi speculazione filosofica. “Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modello narrativo”, scrive Ricoeur, conferendo emblematicamente a chi racconta – parlando, scrivendo – il ruolo di creatore capace, mediante l’attività mimetica, di catturare e imbottigliare gli aliti dell’eterno, di imprigionare il Tempo dandogli, insieme, un significato.

Il potere ancestrale della mimesi sta proprio in questo: nel restituire l’essenziale, il senso trasversale delle cose umane, estrapolandolo dalla discordanza insita nel normale susseguirsi degli eventi. Realizzandosi mediante l’intreccio narrativo, l’atto mimetico muta la discordanza in concordanza, conduce in superficie le dinamiche fondamentali della storia del mondo (di tante storie, forse di tutte) e le fonde assieme immergendole nel denso fluido della causalità, dell’interrelazione, al fine di rendere possibile quel processo di comprensione e di riconoscimento – da parte del fruitore, che è tanto chi legge quanto chi narra – necessario alla costruzione dell’identità individuale. Di quel personale e unico sentire “il vento attraverso la serratura”.

continua qui.

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