Fibbia d’orata

Interno di un bar, qualche tempo fa. Un locale di quelli piccoli, dove non puoi fare a meno di sentire le conversazioni degli altri, pronte a scontrarsi con la tua. Ed ecco che una correttrice di bozze confessa urlando alla sua amica: “Finalmente ho finito quel libro di merda! Pensa che ho dovuto correggere orrori come fibbia d’orata. Scritto: dì – apostrofo – orata. Anche più volte! Per non parlare dei congiuntivi… Ti rendi conto?!”.

Io un po’ mi rendo conto, e rabbrividisco, per poi chiedermi (o tornare a chiedermi): dov’è finito il limite? Dal basso della mia assoluta ingenuità, mi sono sempre domandata quale e dove fosse in questo tipo di mestieri. Senza alcuna spinta polemica ma, al contrario, mossa da reale curiosità e desiderio di capire, ho provato a documentarmi leggendo articoli e interviste, non ultima questa a Vincenzo Ostuni, di cui a suo tempo mi colpì l’occhiello: “Se un romanzo ha bisogno di troppo editing, non andrebbe pubblicato“.

E perché mi colpì? Perché, in linea teorica e di massima, sintetizzava alla perfezione ciò che pensavo anch’io. Per cui, ora come allora, mi sono sentita quasi obbligata a rigirarvi il quesito modificandolo un po’: editori con la i, dov’è finito il vostro limite? Davvero siete arrivati a spezzare il confine fra correzione di bozze, editing e ghostwriting costringendo i vostri collaboratori a creare un libro dal nulla? O è sempre stato così? O, ancora, questo non è altro che un caso-limite, e quando leggo post di amici sconsolati intenti a revisionare robaccia devo attribuirlo a un istinto masochista nascosto fra le righe delle loro scelte lavorative?

Sarà, ma io ho la netta sensazione che voi potreste – dovreste – dire no, per abortire i non-libri che insistete a mettere sul mercato nel nome della pagnotta e permettere a chi vuole guadagnarsela come voi di lavorare a dei libri veri.

Perché, che sia chiaro, editor e correttori sono più che necessari: è la tipografia con l’etichetta di editore che proprio ci ha stufati – e che ha finito di inguaiare i presunti scrittori incapaci di scrivere.

Cerco e attendo risposte.

 

 

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6 pensieri su “Fibbia d’orata

  1. Eh…pensavo che certi errori…orrori si trovassero solo nel self publishing, dove chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, anche la lista della spesa. Ma qual è il motivo per cui un editore dovrebbe pubblicare un autore che scrive “fibbia d’orata”? Una gran bella storia? Se scrive così, non è resa. Un personaggio autorevole? Diciamolo, un raccomandato? O un pagante? Allora quella è EAP, Editoria A Pagamento e c’è già chi non la considera editoria. Ma Stamperia. E non è poi molto diversa dal self publishing…

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    1. Ti dico la verità, nel mondo del self-publishing ho avuto modo di vedere meno orrori che in quello dell’editoria cosiddetta ufficiale. Sarà che sono stata sfortunata con quest’ultima, al contrario che con la prima, ma d’altra parte credo che un certo tipo di riguardo a forma e contenuto del testo – che, come suggerisci, vanno per forza insieme – lo dia sempre chi ci tiene davvero alla scrittura, che sia un autore – self/non self – o un editore.
      Per me l’EAP resta la principale schifezza da combattere, insieme con i self spammer e le case editrici “buone” che spacciano libri mediocri all’ombra della loro fama.

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  2. difficile dare una risposta perchè noi lettori in realtà, tranne sporadici casi, non sappiamo cosa sia avvenuto dall’altra parte del libro. Voglio dire, noi leggiamo il prodotto finito ma non sappiamo quanta correzione sia stata apportata, quanta farina del sacco dell’editor ci sia tra le parole dell’autore.
    Un anno fa era saltato fuori che il primo libro di racconti di Carver, quello per cui divenne poi famoso, era stato ampiamente rimaneggiato prima della pubblicazione, c’era un carteggio tra lui e l’editor che lo dimostrava. Carver secondo il tuo criterio non sarebbe dovuto esistere, e non sto dicendo che tu abbia torto!
    in realtà dovrebbero essere gli autori, più che gli editor, a ribellarsi allo stravolgimento della propria opera, anche a costo di non venir pubblicato. Ma sarebbe un atto di eroismo mentre penso che per il successo i più venderebbero l’anima a Mefistofele.
    ml

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    1. Esattamente: noi non possiamo sapere. O meglio: ci è dato di notare la mancanza di interventi e di editing, se appunto il testo appare esplicitamente scorretto, ma sulla sua sincerità si apre un’altra questione.
      Diciamo che, nel primo caso, si sbaglia in partenza disgiungendo il cosa dal come. Ed è di questo che attribuisco la responsabilità agli editori, perché se esistono non-scrittori convinti di saper scrivere pur ignorando l’ABC è grazie a quelli che gli danno il lasciapassare in carta bollata (e firmata). Mentre, in quanto agli editor-senza-i, quelli bravi non penso stravolgano: anzi smussano, limano. Collaborano con l’autore, riflettono assieme a lui. Ma, ecco, là dove c’è qualcosa su cui riflettere, dove abita la consapevolezza di sé, da parte di chi scrive e si propone. Che spesso preferisce chiudere gli occhi sulle sue “fibbie d’orate” piuttosto che riconoscere di non avere stoffa, o forse neanche l’ago e il filo.

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