Una resa invincibile

Giusto ricordarlo, come ha fatto Giovanni Arduino in uno dei pochi interventi sensati su quest’atroce vicenda. Che mi riguarda, che ci riguarda.

Che inviterebbe a esimersi, in nome di quella cosa chiamata rispetto – che non è poi così ipocrita se vale anche per i vivi – dall’improvvisarsi psicologi e Mr. Cinismo-perché-fa-figo, dato che anche i commenti da bancone del bar hanno un limite, tanto per gli inesperti quanto per gli scienziati.

La cultura è comportamento, senso che si assorbe e si restituisce diventando sensibilità, per cui passioni, titoli e pubblicazioni lasciano il tempo che trovano – del resto, che i nazisti s’intendessero di musica e letteratura è un fatto che dovrebbe star qui a dirci più di qualcosa.

Quindi sì, di fronte a un atto come quello di Michele, vorrei almeno provassimo a fermarci per riflettere, chiedere, spingere verso la discussione; perché, forse, la cura del “dono della vita” che tanto invocate parte proprio da qui: dal porre attenzione.

Invece a me capita fin troppo spesso di leggere vibranti post sul perché è ingiusto lamentarsicondividere gli insuccessi – uno dei più recenti s’intitolava più o meno orribilmente “la disperazione non fa curriculum“.

Il che mi riporta alla mente quel (brutto) film che era The Beach cui, almeno, va il merito di aver rappresentato con efficacia un atteggiamento, umano quanto meschino, molto diffuso: se c’è un ferito che grida il suo dolore,  meglio non sentirlo. Meglio scacciarlo, tenerlo lontano. Dagli occhi e dal cuore.

Così succede che, senza cure, il ferito peggiora. E qualche volta non ce la fa, muore. Perché ogni organismo, ogni individuo, è diverso, e reagisce come può, con quello che ha.

“Noi non siamo dottori”, risponderete voi. Ma avete occhi e orecchie per leggere, per sentire, se non le statistiche (che magari son noiose e non vi stuzzicano la morbosità) storie quotidiane di laureati senza lavoro da più di un anno, con il loro master pagato fior fior di quattrini incorniciato accanto ai diplomi, con i genitori in pensione da aiutare e di cui prendersi cura, che dopo i 25 anni non vorrebbero usare la scusa (quando va bene) di matrimonio e figli per andarsene di casa, che dopo i 25 anni servono ancora ai tavoli (quando va bene) per pagare tasse e consentirsi un subaffitto, che dopo i 25 anni a volte non hanno mai ricevuto una risposta positiva ad un colloquio e, se quei genitori, quei parenti, non ci fossero, con gli “stipendi” che gli date ve li ritrovereste tutti addormentati sui cartoni sotto i portici.

E io pago, direbbe Totò, perché è quello che facciamo, chi più chi meno: paghiamo per un diritto-dovere basilare come quello del lavoro. Mentre gli spiccioli delle collaborazioni occasionali spariscono nelle tasche dei datori che non danno e le borse di studio e i conguagli arrivano con mesi di ritardo e di detrazioni, le bollette si accumulano, i malanni capitano, le urgenze chiamano.

E, in tutto questo, dovrebbe trovare un posticino, oltre a uno straccetto di sogno, pure la dignità.

Quella che, quando manca, può diventare taglio impossibile a rimarginarsi, il segno di una resa invincibile. Cui prestare attenzione. Anche quando a voi sta andando bene, è andata bene; anche quando siete convinti di aver trovato la ricetta per il successo – che sarebbe solo vita.

Prestate attenzione, dunque. Venite a dare una mano. Non ho memoria di nessuna forza che sia venuta solo dal didentro: l’unione la fa, l’ha sempre fatta. Tutto il resto è puro egoismo, variamente travestito e giustificato da un mucchio di aforismi di bassa lega; ma io lo chiamo ancora così. E non mi appartiene. Mi hanno insegnato che la vita si rispetta in tanti altri modi, ma non questo.


p.s.: vi consiglio di leggere anche questo, altro dei pochi scritti sensati sull’argomento. Con un pensiero ai genitori di Michele.

Annunci

8 pensieri su “Una resa invincibile

  1. E lo dico anche a te, qui nella tua bellissima casa, che bisogna parlarne. Oggi, domani, tra un anno, di quello che ha lasciato scritto Michele. Che è un grido rabbioso, ma lucido.

    Liked by 1 persona

  2. Purtroppo i fattori che incrementiamo noi, società, si riversano sempre su noi stessi e non lo capiamo. Ogni insulto, menefreghismo, ogni “ignorare la cosa”, lasciar perdere ecc, ricadrà su qualcuno, magari qualcuno a noi caro.
    Questa storia tocca di vicino anche me, come qualunque altra storia, di chiunque viva soffrendo perché non riesce a far sbattere le proprie ali ed avere un minimo di dignità in questa vita.
    È diventato un lusso avercele, e se combatti per essa, ti si crolla una valanga addosso, come se fosse sbagliato.
    Non c’è più un giusto e sbagliato in questo mondo. C’è solo quello che ci arriva è quello che facciamo, e lo tramutiamo in base alle nostre esigenze. Perciò se accade a noi, è sbagliato, se accade agli altri, è giusto.
    La soluzione sarebbe cambiare, credere nell’amore e nei valori.
    Ma più ossa il tempo, è più vedo cadere l’umanità nello sfacelo. Non si tocca mai il fondo, e questo mi spaventa, perché io lo tocco ogni giorno, direttamente o no.
    Sono arrivata alla conclusione di vivere la mia vita nel meglio che posso, combattere per ciò in cui credo. Cambiare l’umanità è impossibile.
    Posso solo migliorare la vita a qualcuno. È lo scopo più alto che mi prefiggo. Alle ore i malanni o la Giornata a qualcuno, anche se i malanni ce li ho anch’io.
    Sono vicina a Michele, a tutto colore che si alzano la mattina e vorrebbero solo sbattere la testa al muro perché sono stanchi.
    Io non credo di essere coraggiosa solo perché scelgo di sopportare.
    Non ci sono parole che tengano dinanzi a questi enormi sofferenze. Si può solo abbassare la testa per ricordarsi in che mondo viviamo, sperando che qualcuno rinsavisca da una tragedia come questa.

    Mi piace

  3. a me ha sempre sconcertato la posizione della società di fronte al suicidio. Il fascismo lo condannava come “delitto contro la stirpe”, affermazione che se non fosse tragica suonerebbe ridicola. E lo Stato attuale, anche se forse non mette più in galera chi ha tentato il suicidio, di certo nega in diritto alla morte, assistita o meno. La Chiesa poi ancora oggi lo condanna come “delitto contro Dio”. E qui secondo me siamo all’assurdo perchè, se la vita è un dono (di Dio), è evidente che di un dono io ne posso fare cosa voglio. Con questi “autorevoli” presupposti, mi sembra inevitabile che più si scende nella scala sociale e culturale e più facilmente affiorino atteggiamenti di intolleranza, cinismo e oscurantismo.
    ml

    Liked by 1 persona

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...