Le finestre di Hopper

Il 12 febbraio (che, rispetto a questo post, arriva domani) si chiuderà la mostra di Edward Hopper al Complesso del Vittoriano di Roma. Spero possiate approfittarne come ho fatto io, improvvisando una gita fuori porta (in dolcissima compagnia) con tanto di colazione al sacco, ché il piatto piange e finché si può risparmiare bisogna tentarle tutte.

Comunque, resta un’occasione per innamorarsi ancora di lui, delle sue visioni irrorate di luce, dei suoi paesaggi sospesi nel sogno e nel silenzio.

Un’emozione così credo di averla provata solo nella saletta scura della National Gallery dedicata a Leonardo, fra i dipinti di Turner e di fronte a Rothko: gli occhi pieni, il cuore anche. È stato come respirare l’aria di tutte le sere estive del mondo. Come essere qui e altrove, quando si tace in fondo alla strada per afferrare un pensiero.

Dicono che c’è molta solitudine nei quadri di Hopper, e non lo nego. Ma è di quelle che ti dicono: siamo soli insieme. Perché guardiamo allo stesso modo le facciate delle case nella calura del primo pomeriggio, gli alberi piegati lungo le strade che scappano, le finestre di notte, i frammenti di vite che rimarranno ignote.

E tutta l’azzurra malinconia della Soir bleu, dove gioia e tristezza convivono senza urtarsi: la gioia di guardare, la tristezza sul fondo di ogni sguardo. Pensare che quel dipinto, rifiutato per una vita intera, giaceva arrotolato in una soffitta, dà l’ulteriore senso della stranezza del destino. Dei suoi vuoti, che Hopper ha saputo racchiudere in una cornice e restituirmi. In cambio dei miei, almeno per un po’.

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