Tu chiamale se vuoi emozioni

È il titolo del mio saggio, scritto come al solito per Quaderni d’Altri Tempi, a proposito del film Inside Out. Che potete (cominciare a) leggere qui.


Il salto dalla ricerca della felicità all’obbligo di provarla – perché altrimenti non c’è vittoria né successo né bellezza – è sì figlio della spesso chiamata in causa società del benessere, ma non solo: perché elevare a moda ciò che dovrebbe essere frutto esclusivo della spontaneità – e ciò lo dobbiamo in buona parte a quella disastrosa ondata New Age che ha impregnato la classe imprenditoriale fino a spugnare la società tutta – non può che nascere dalla paura e per questo farne ancora di più.

Paura di “convivere con la malinconia”, come suggerisce Ventura, o più in generale di non riuscire a gestire le proprie emozioni per via di una sostanziale incapacità a comprenderle; una comprensione che nella parabola illustrata di Inside Out ci viene indicata come conseguenza essenziale di una gentile e razionale – perché chi ha visto in questa storia l’esclusione del pensiero non ha saputo leggere fra le righe – collocazione e accettazione delle cose: affrontarle dando loro il giusto peso, per non venirne schiacciati né trascinati, nell’enfasi o nella repressione.

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