Schiavi di un dio minore – Una recensione

Questo libro non è un saggio: è la realtà. Una realtà che non si esaurisce fra i limiti dati dalle pagine che la raccontano, un viaggio a tappe che non termina – o non dovrebbe terminare – dopo l’ultimo punto.

Schiavi di un dio minore (Utet, 2016) non fa parte di quelle letture che una volta chiusa la copertina e riposto il volume sullo scaffale si limitano a ritornare a parlarti nella testa chiedendoti qualcosa.

Certo, di quesiti ne pone, come pure di inviti, di suggerimenti, di sfide a una riflessione che si risolva soprattutto in termini concreti e non soltanto speculativi. Che conduca all’azione pura e semplice.

Ritrovarsi nelle descrizioni del viaggiatore protagonista di questa summa giornalistica curata da Giovanni ArduinoLoredana Lipperini fa bene e male allo stesso tempo.

schiavi-di-un-dio-minore-foto-di-francesca-fichera

Fa bene perché dove c’è consapevolezza c’è almeno movimento – si spera in avanti – e fa male perché inchioda al lato oscuro ma reale di un mondo che non va bene e che ci hanno convinti a lasciare comunque così. Come se ogni cosa fosse irreversibile e dovessimo soltanto subirla.

Libri e trattati di sociologia non incoraggiano, del resto, perché è vero, quel mondo è andato avanti e ogni tentativo di intervento sulle cause a monte del processo assume lo stesso senso di un cucchiaino usato per svuotare il mare. Però arrendersi in partenza non è vivere.

E infatti si muore, in senso stretto – come la bracciante di Andria, il magazziniere di Amazon, le operaie di Dacca – o figurato – come i dipendenti di Eataly che assistono ogni giorno alla lenta sparizione (morte) della propria dignità professionale e personale.

Su di loro pesa la resa degli altri, l’abbandono, l’indifferenza. Sono le conseguenze viventi (quando va bene) della mancanza di senso della comunità che ci spezza, il paradosso di un’epoca di interconnessi che non avvertono il prossimo come prolungamento di sé. Divide et impera, si diceva una volta. Schiavi di un dio minore ci ricorda che non è solo una frase in latino, forse mai come adesso.

1415380211141oie_x6x8fjmyzsuh

Racconta storie vere i cui dettagli arrivano una virgola e una congiunzione dopo l’altra a colpirti in pieno stomaco. E le numerose citazioni, letterarie, cinematografiche, giornalistiche e perfino musicali, anziché indorare la pillola la spingono in profondità.

Ma non si tratta soltanto di un boccone amaro da digerire. È un’emergenza cui bisogna rispondere, parlandone, come loro, e anche e soprattutto facendo. Per esempio boicottando (io sono una di quelle che lo fa, e pazienza se i colleghi trovano ridicolo che non voglia contribuire direttamente alle sorti di un’azienda le cui impiegate e impiegati muoiono sotto le macerie o lanciandosi dal balcone).

Bisogna scardinare quella stronzata del siate folli e amate il vostro lavoro il cui sottotesto è diventato anche a costo di baciare la mano di chi ti mena. Se è chiaramente impossibile sradicare la cultura dell’ego(t)ismo, d’altra parte è concesso evidenziarne il Male.

Perché c’è male in chi sovrappone l’immagine del proprio orto a quella del mondo intero e arriva a pensare che lo studio sia inutile, o che quelli con 40 ore di lavoro settimanale per 300 euro mensili debbano solo incassare e fare silenzio, o che i falliti meritino il fallimento, o che sia normale considerare i diritti alla stessa stregua di una merce. 

Mentre la parola giusta da usare è proprio quella scritta a caratteri cubitali sulla copertina di questo libricino kafkiano – nell’accezione di testo che ferisce il mare ghiacciato della coscienza.

E se proprio non ci credete ancora e i numeri vi rassicurano, che siamo schiavi lo confermano i dati. Qui troverete anche quelli. Allora forse vi fermerete a pensare sardonicamente: schiavi di tutto il mondo, uniamoci. Perché, messo da parte il sarcasmo, la soluzione è proprio quella.

tumblr_inline_nq44z0zdbo1r4j8j1_500

Francesca Fichera

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...