Finché c’è vento c’è speranza

A proposito di vento, magia, cinema e naturalmente Hayao Miyazaki, un mio saggio tratto dalla sezione speciale del numero 52 di Quaderni d’Altri Tempi.


Che sia una sfida ai limiti delle capacità umane o un semplice mezzo per guadagnarsi da vivere, nel cinema di Hayao Miyazaki il volo assume sempre, in maniera implicita o esplicita, la funzione di tramite per la conoscenza, di strumento per osservare il mondo. E poiché quest’ultimo comincia dal sé, da quel particolare specchio convesso che tutto riflette attraverso il filtro di un’ottica unica, non v’è da stupirsi che il regista nipponico abbia scelto di scriverne l’intreccio, lo sviluppo, la crescita, tracciandone le mutazioni nella cornice del cielo. Una definizione ossimorica che intende quel superamento (prima) e quella caduta (poi) dei confini che sono naturalmente sottesi al volo, il quale si configura di conseguenza come territorio astratto, spaziotempo sfuggente ma concreto, destinato all’avvenire di passaggi – di tempo, di forma, di stato, di vita – privi di qualsiasi vincolo mortale. Esperienze nate dall’essenza artificiale dell’uomo, dal suo spontaneo scomporsi e ricomporsi, mescolarsi, riprogettarsi in funzione di un migliore adattamento al circostante, che dischiude dall’apparente freddezza di disegni tecnici, protesi e macchinari l’incanto del sapere che si spinge oltre, il cuore magico dell’antico sogno di Icaro.

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