L’incubo della paralisi del sonno

Dal numero 57 di Quaderni d’Altri Tempi il mio intervento sul film The Nightmare di Rodney Ascher, fra l’orrore privato delle esperienze ipnagogiche e i confini comuni del mezzo cinematografico.


In The Nightmare convivono senza contraddirsi le potenzialità e i limiti che il medium cinema conserva nel momento in cui è chiamato a descrivere la dimensione soggettiva della paura. Trasformare l’intrinseca soggettività dello sguardo umano – che per definizione non esce da sé, a maggior ragione se (intra)vede o sogna – nel “vedere condiviso” garantito dall’immagine cinematografica rappresenta un’impresa di non facile realizzazione dove, per forza di cose, la finzione ha da venire in soccorso del dato documentale e delle sue naturali carenze. Per descrivere cioè le esperienze allucinatorie degli otto personaggi afflitti, nel passato o nel presente del profilmico, dalla sindrome della paralisi del sonno – cosa che pare abbia assillato anche lo stesso regista del film in gioventù – fare a meno dell’espediente della ricostruzione sarebbe stato praticamente impossibile; perché ciò di cui si parla non riguarda il campo dell’agire o degli accadimenti, ma solo, o almeno principalmente, del vedere.


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