James P. Crow

“Tu sei un piccolo, sporco… essere umano”, strillò irosamente il robot di Tipo Z appena costruito.
Donnie arrossì e scappò via. Era vero. Lui era un essere umano, un ragazzo umano. E la scienza non poteva farci niente. Era condannato a esserlo. Un essere umano in un mondo di robot.
Si augurò di essere morto. Si augurò di giacere sottoterra, con i vermi che lo divoravano vivo e si facevano strada attraverso il suo corpo fino a mangiargli il cervello, quel suo povero, miserevole cervello umano. Z-236r, il suo compagno robot, non avrebbe avuto più nessuno con cui giocare e ci sarebbe rimasto male.
“Dove vai?”, gli chiese Z-236r.
“A casa”.
“Femminuccia”.
Donnie non replicò. Raccolse il suo gioco di scacchi quadridimensionali, se lo infilò in tasca e si allontanò in mezzo ai filari di cardi, diretto verso la zona degli umani. Alle sue spalle Z-236r rimase immobile scintillando al sole del tardo pomeriggio, una pallida torre di plastica e metallo.
“Sai quanto me ne importa”, gli gridò dietro con astio. “E poi, chi giocherebbe mai con un essere umano? Vattene a casa. Tu… odori”.
Donnie non disse nulla. Ma si incurvò ancora di più, con il mento che quasi gli toccava il petto.

Philip K. DickJames P. Crow

 

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