Com’è profondo e silenzioso il mare

Fra l’Ulisse di Omero e l’esercito di uomini qualsiasi c’è sempre stato di mezzo il mare. Prima sfondo e confine dell’enciclopedia tribale (cfr. Havelock 2006) poi regno del fantastico e dell’insondabile, poi ancora luogo eletto alla contemplazione malinconica e all’incontro con le Muse, l’oceano non ha mai cessato di ricordare all’umano i termini della sua finitezza. Di fronte a lui, dove “Dio […] ha rispecchiato il cielo” (Pessoa, 2007) l’uomo vive la contraddizione dell’essere piccola parte di una grandezza immensa.

Il portato simbolico del mare schiaccia e al contempo entusiasma ogni presenza. Fra le sue onde pulsa la memoria di una purezza atavica che non è più (in fondo non è mai del tutto stata) e che prende forma fra le pagine dei classici o nei fotogrammi di storie disegnate come quella de La tartaruga rossa.

continua su Quaderni d’Altri Tempi.

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