Ancora una volta a proposito di mostri

Conor e la madre, disegnatrice costretta a riposo da una gravissima malattia, siedono sul divano stretti l’uno all’altra. Dal proiettore sgorgano le immagini di un film in bianco e nero con la grande scimmia in cima all’Empire State Building e tanti piccoli elicotteri che le ronzano intorno. Il ragazzino domanda alla mamma come mai sono tutti così ostinati a colpire a morte la creatura e lei risponde che “alle persone non piace mai quel che non riescono a comprendere”.

In questo modo la narrazione autodefinisce quasi immediatamente il proprio campo: A Monster Calls, per riprendere il titolo originale, è una storia di mostri portata al cinema che non può prescindere dal riferirsi al mostro cinematografico per eccellenza, quel King Kong (1933) di Merian Cooper ed Ernest Schoedsack giustamente eletto a icona di un’era e qui trasformato in legame diegetico, oltre che esterno, con la memoria delle cose.


Questo estratto viene dall’articolo appena pubblicato su Quaderni D’Altri Tempidove potete completare la lettura.

Francesca Fichera

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