Nightbird – Una recensione

Ho sempre dato allo scrivere il significato di una mappatura inconsapevole della vita, del volto di chi narra; una parola alla volta, come diceva Borges.

Per questo non mi troverete mai fra coloro che sovrappongono la metafora del viaggio alla letteratura. Scrittura e lettura preferisco intenderli alla stessa stregua di un viaggiare immobile, non di più né di meno.

Ed è questa fluttuazione onnicomprensiva, questo disegno che riesce a unire punti lontani e vicini senza muoversi, a brillare in Nightbird di Lucia Patrizi (Acheron Books, 2017).

Strano a dirsi, perché la storia di Irene, addetta ai ghost tour senza dono né maledizione ma piuttosto provvista di un senso addizionale che la rende capace di guardare oltre gli strappi fra questo mondo e gli altri, ha molto a che fare con l’idea di movimento.

Ma ce l’ha in un senso per certi versi antitetico, dato che le presenze di cui più o meno volontariamente si circonda sono espressione di una resistenza, di un tormento, di una storia incastrata. Come aveva già splendidamente detto Guillermo del Toro nella sua Spina del diavolo, il fantasma è

Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Forse solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo. Come una fotografia sfocata. Come un insetto intrappolato nell’ambra.

Nightbird

E di creature deltoriane (come pure lovecraftiane) il romanzo di Lucia non è certo privo: figure eteree, bendate dai colori della morte, che rimandano alle ombre di Crimson Peak e ai carichi di verità sottaciute che si portano dietro; all’indicibile e logorante peso della colpa; a un cerchio che va a chiudersi sul terrore di vivere.

Allo spettro deltoriano (e al contempo giocoso) del racconto corrisponde Giada, il cui personaggio, fra le salite e le discese di Nightbird, lungo il reticolo pulsante di riferimenti agli amori personali dell’autrice – l’horror, la fantascienza, l’acqua, i Fleetwood Mac e ovviamente le bici – vi sarà dato di ricostruire e trasformare in ricordo: la seconda faccia della stessa medaglia di questo libro.

Non è infatti solo per ragioni di montaggio che Lucia ha scelto di distillare la sua scrittura – così emotiva e al medesimo tempo così misurata – in una folta serie di calibratissimi flashback: se c’è una meta in cima alla collina, una cornice che conferisce senso al quadro, è proprio la memoria. Dell’autrice ma anche della protagonista. E di chi legge.

Al volto sotto la superficie di Nightbird diventa molto facile sovrapporre il nostro, perché la sudatissima storia di liberazione di cui parla è assai più comune di quanto sembra. Anche se rimane eccezionale il modo che ha trovato per dirla e, credo, l’universo di cicatrici che l’ha resa possibile. E incredibile.

“Sei stata brava”.


Francesca Fichera

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Un pensiero su “Nightbird – Una recensione

  1. […] Una mia amica, non avvezza al genere horror, l’ha letto fidandosi di me. Più che letto l’ha divorato, finendolo in due giorni. Si è emozionata e si è commossa. Ha pianto. Cosa per lei non scontata. E quindi ho pensato che delle considerazioni su Nightbird le dovessi proprio fare (molti siti lo hanno recensito, tra i tanti vi suggerisco Plutonia Experiment e La finestra di Hopper.). […]

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