Natale con Netflix nel segno di Dark e The Crown

The Crown 2 e Dark, due serie diverse per lo stesso bingewatching

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Da The Crown a Dark. Due serie diverse per lo stesso bingewatching

Consigliarle in separata sede non avrebbe avuto senso, perché di Dark quanto della seconda stagione di The Crown ci si è trovati a parlare – e tanto – praticamente nello stesso momento. Entrambe di casa Netflix, l’una tedesca e l’altra angloamericana, sono serie non direttamente paragonabili se escludiamo il fatto che invitano in egual misura al bingewatching più estremo.

Ma le ragioni, come i prodotti, sono differenti. Qui provo a passarne in rassegna alcune.

Prima la Regina

Fonti più o meno attendibili ci dicono che The Crown 2 fa parte delle serie Netflix più guardate del 2017 assieme a NarcosStranger Things 2. Ma il proseguimento dell’avventura dei ragazzini in bici, per quanto meglio atteso di quello della vicenda storica e personale di Elisabetta II, sembra aver fallito là dove invece The Crown…

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Miss Julie (Liv Ullmann, 2015)

Miss Julie – Una recensione

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La notte di Miss Julie è la nuova alba di Liv Ullmann.

Siamo nell’universo di Ingmar Bergman, dalle radici alle foglie. La sua musa e compagna Liv Ullmann trae dall’opera di uno dei suoi maggiori modelli, August Strindberg, un film sussurrato e gridato che porta al cinema il grande teatro: Miss Julie.

Dramma che fece scalpore all’epoca della sua uscita, La Signorina Julie si svolge in una manciata di stanze e con un numero altrettanto esiguo di personaggi: la venticinquenne aristocratica Julie (Jessica Chastain nel film) il lacchè di casa John (Jean in originale, interpretato da Colin Farrell) e la cuoca Kathleen (Katrin nell’opera, Samantha Morton nella trasposizione). Il Barone o conte, padre della giovane protagonista, non si vede mai.

Accadde una notte

Il tempo è quello infinitamente breve di una notte di mezza estate, durante la quale avviene l’intreccio fra i destini dei disgraziati; sorti strane…

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#InCorto: La casa dei piccoli cubi (Kunio Katō, 2008)

Su CineFatti inizia la caccia ai corti-tesoro!

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La casa dei piccoli cubi apre la sua porta a Netflix.

Che cos’è il tempo se non un fluido che ci sommerge? L’esimio Stephen King ne scrisse proprio come di acqua che rifletteva un volto, Juan Montalvo – citato non a caso da King stesso in apertura del suo Insomnia – espanse il concetto definendo la vecchiaia “un’isola circondata dalla morte”. Ed è qui che si trova La casa dei piccoli cubi (Tsumiki no ie).

Non c’è però da temere l’ennesima pesante narrazione sul dolore degli anni che passano: il cortometraggio di Kunio Katō, ben nascosto fra una hit e l’altra del catalogo di Netflix, ha il pregio di parlare piano. O affatto.

Il tono lieve e insieme struggente di questa piccola gemma d’animazione colpisce sin dalle sue prime immagini, pastose e poi acquose come l’elemento nel quale l’autore ha scelto di immergere la storia.

Negli abissi della…

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Dialoghi sul cinema – Perché Ernst Lubitsch è il regista dei registi

Ricordi sparsi di Ernst Lubitsch.

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Ernst Lubitsch 70 anni dopo.

Il 30 novembre 1947 il regista attore e sceneggiatore Ernst Lubitsch moriva a Los Angeles, lontano dalla città che gli aveva dato i natali. Nello stesso anno vinceva l’Oscar alla carriera, l’unico per la sua variegata e brillante filmografia, grazie alla quale aveva guadagnato soltanto tre nomination.

Nel libro Herr Lubitsch Goes to Hollywood: German and American Film After World War I (2005) la studiosa Kristin Thompson ha provato a ricucire i punti della sua figura, ormai archeologica per le generazioni di spettatori più giovani ma tutt’altro che obliata da chi ha fatto il cinema prima e dopo la sua scomparsa.

Bastano poche righe tratte dalle testimonianze di registi e interpreti per rendersi conto dell’immenso impatto di Lubitsch sull’arte della fabbrica, del portato innovativo e insieme fondativo che il suo cinema (scritto, diretto e agito) ha trattenuto e traghettato…

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La forma della voce e il silenzio di chi è solo

De La forma della voce, film animato di Naoko Yamada, ha già parlato la mia amica Valentina su CineFatti.

Però anche io sento il bisogno di pronunciarmi, come spesso succede con queste belle opere figlie della distanza.

C’è un altro modo di vedere che pulsa all’interno della storia scritta da Yoshitoki Ōima; un modo che lo ricopre con un guanto di tessuto fresco e delicato, così che i protagonisti di una storia dura e rara allo stesso tempo possano tendere la mano al loro pubblico. Per stringergliela.

È attraverso questo tocco gentile che vien fuori l’urgenza di Koe no katachi: quella del silenzio delle vittime degli abusi. Lontano dal presente, a giudicare dalla quantità di campagne e hashtag creati per denunciare il bullismo, la violenza sulle donne e così via; lontano dal presente, eppure assolutamente attuale.

Forse perché la storia di Shoko, undicenne sorda brutalmente bullata dai suoi compagni di classe, non si limita a dire dalli ai bulli. Non fa pubblicità progresso e nemmeno sconti. Nel momento in cui si connette alla vicenda di Shoya, uno dei piccoli disadattati che le facevano del male e che il senso di colpa ha quasi spinto al suicidio, va oltre. E in quell’andare oltre diventa preziosa.

Insopportabile, a tratti leziosa, poi stupefacente e di una profondità di pensiero difficilmente associabile all’argomento: questa è La forma della voce, che per la prima volta dà un’immagine alla depressione invece di aggiungere altre parole ai fiumi già scritti e raccontati. E l’immagine è questa: per chi non sa fidarsi, per chi non sa adattarsi, tutto il mondo è un brulicare di volti con una croce sopra.

La sfida sta nel riuscire ad aprirsi, a sentire, a parlare; che tu sia la vittima o il carnefice.

La sfida sta nell’accettare, nell’accettarsi e nel capire il perché, quando in tanti trovano la forza di denunciare, tu sei fra i pochi che tacciono ancora.

Voglio vedere il mare

[…] Anche i mostri hanno un cuore

(Vorrei che tu mi dessi una mano a vivere)

Francesca Fichera

Voto: 7.5

Sense8 a Napoli, quasi un mese dopo

Forse non tutti hanno avuto modo di notarlo ma all’incirca un mese fa, poche ore prima della notte di Halloween, grazie a Sergio Brancato, il professore dell’Università “Federico II” di Napoli con il quale collaboro, ho avuto modo di scambiare due chiacchiere e stringere la mano niente di meno che a Lana Wachowski.

Il ricordo di quel giorno lo vivo con un misto di spudorata emozione e distanza scientifica che ho provato a infondere nell’articolo curato a quattro mani con il collega Emiliano Chirchiano per la sezione Le opinioni de La Repubblica di Napoli.

Gli occhi e le parole di Karin Winslow, la voce e la dolcezza di Lana e gli sguardi colmi di stupore di tutti i presenti (anche i miei dolci tre quarti, come mi piace chiamare quel bel figuro in camicia blu) resteranno qui, appena accennati e mai veramente spiegati, a ricordare che la visita sul set napoletano di Sense8 non è stato un sogno, che Tina Desai Max Riemelt erano davvero pochi metri più avanti ad alternarsi davanti alla macchina da presa.

Il cerchio invece si chiude (o si riapre) in quest’altro posto, fra le poche righe che potete leggere su Academia.edu e nella riunione sorridente che condivido con voi.

I am we in fondo è una piccola e prorompente forma di verità.

With Lana Wachowski in Naples

 

Sostenne Hugo Pratt

La nostalgia, di cosa? Di certe cose che ho vissuto, di certe cose che ho perduto, ma queste le abbiamo tutti, di certe cose non esaurite; ecco dove va a finire la nostalgia. Poi ti può venire lo stesso perché hai esaurito una cosa e vorresti ritrovarla, perché ti manca.

Mano a mano che vado avanti con gli anni, ogni volta di più ho delle nostalgie per delle cose che sono andate; e allora torna di nuovo un senso di romanticismo e di malinconia.

Dall’intervista di Joan Benavent a H. P. (1979)