Scotty a Udine

Ogni ritorno è elettrico. Così anche il tuo. Per me invece è la prima volta che si passa per queste pianure nebbiose superando letti di pietre asciutte e piccole Derry italiane (galleggiano, direbbe quel brutto pagliaccio).

La parte più emozionante però, devo dire, ha a che fare con l’acqua, quando il treno sembra quasi volare sul verde annerito dalle alghe della laguna veneziana.

Ma sono solo attimi prima di immergersi nella piccolezza garbata di Udine, questa città che – mi racconti – nel suo guardare sulle piazze da minuscole e ordinate finestrelle a schiera conserva qualcosa del Belgio e della Francia.

Le vecchie case annodate fra loro dalle stradine ciottolose fanno venire voglia di guardare in alto e immaginare vite lunghe e tranquille alle spalle degli abbaini; un po’ come a Torino, ma senza l’oro e il blu della malinconia.

Lo sento, sei meno triste quando vieni qui. Hai il tuo cinema, i tuoi sogni e un bicchiere di vino bianco.

Scotty a Udine 1

Intanto i cigni si addormentano al buio, sotto i rami in fiore, mentre tu e lui camminate senza angoscia all’ora delle streghe. Di sicuro hai ancora paura dei fantasmi, me lo confessi al tuo ritorno in questa manciata di notti bianche. Però molte cose vanno meglio e io sono contento di stare buono buono ad aspettarti, fra un viaggio e l’altro, immaginando un’esistenza tutta da costruire.

Forse c’è solo troppa quiete, mi dici, per te che hai le orecchie abituate al rumore e ormai non puoi farne a meno.

Scotty a Udine 2

 

Scotty in Turin

Arrivò un bambino con le mani in tasca / e un oceano verde dietro le spalle. Su un aereo traballante e scassato, con la condensa che gocciolava fra i capelli. Era novembre e il Valentino era arancione, ma il fiato diventava già bianco lungo i Murazzi.

Luci, leggende, esoterismo: le strade erano un dedalo ordinato, ripetitivo, anche un po’ solenne. Il vino colava e riscaldava fino a cancellare i sapori. E lì, in quel baretto verde e dorato illuminato di giallo, hai capito che ci sono cose il cui profumo è migliore del sapore, proprio come la cioccolata calda.

Nella giostra cinematografica ospitata dalla Mole ci sei tornata anni dopo, con me e un sorriso nuovo. Io sono rimasto a guardare le pareti intonacate e seriose del palazzo di fronte, mentre mi sforzavo di ricordare vecchi numeri civici, nomi di ristoranti e il tuo racconto di quando avevi visto per la prima volta, di notte, piazza Vittorio Veneto, e di come ti era parsa un corridoio di perle.

scotty-in-turin

Nella metro specchiata, un’altra prima volta: non avere nostalgia di casasognare davvero un futuro. Cornetto e cappuccino sotto i portici, con la pioggia sulle strade lastricate e lisce, ti sono bastati. Qualcosina in meno scoprire che molti bar alle 7 chiudono e, per di più, non fanno più caffè già da qualche ora.

Ma lì, oggi che le rose sono marcite e le maschere servono solo a giocare, sai bene che sarebbe il tuo secondo posto. Il primo con lui, che mi è tanto simpatico e ti prendeva in giro fra le vetrine del Museo Egizio, o quando mangiavi controvoglia quella strana farinata al formaggio.

Perché, poi me l’hai detto, il vino stavolta aveva un aroma diverso, che non copriva tutto il resto. Che non vestiva la realtà di sogno, ma il sogno di realtà. E va bene così: se guardi troppo gli occhi accesi degli abbaini, è bene che ci sia qualcuno a rendere più tenue il buio.

E la mia soffice coda asciuga-lacrime ha fatto il suo tempo; sapevo che questo momento, prima o poi, sarebbe arrivato. Però so di lasciarti in buone mani. Lasciarti, poi… Saremo in tre! È solo questo a cambiare. Le altre cose, ne sono sicuro, le cambierai tu.

L’ode di Scotty alla Calabria

C’è stato un tempo in cui leggevo con te, fra le pareti di una piccola stanza riscaldata dal sole. Era arancione di giorno e blu di sera.

Il vento le soffiava addosso, i rumori la riempivano. Ci sono state notti in cui eccedevano, e ti vedevo ballare, senza sonno.

Scotti legge King

E, io lo so, la purezza di quel mare nascondeva illusioni, nelle quali crescevi. Sei cresciuta, alla fine, te lo ha detto il tempo, coprendo i tuoi disegni di bambina con dei fogli nuovi, scritti da qualcun altro.

Le feste, i falò, le fatiche sorridenti sulle quali hai riposato stringendomi contro il cuscino… e i fantasmi che sei riuscita a mettere in cantina, accanto ai vini e alle conserve, mentre l’ambulante gridava “pomodori” alle prime luci dell’alba.

Ora restano i castelli, le rovine, le sbavature dei tramonti. Come quando l’aver guardato troppo il cielo ti lascia un velo di colore sul buio degli occhi.

Scotty guarda il mare

Il paesaggio è impervio, mangiato dalle fiamme di centinaia di estati di cui senti ancora l’odore, attraversato da strade sterrate senza segnaletica.

Qui si corre, ci si perde, ci si ritrova giocando a carte o fra un pettegolezzo e l’altro, nel vuoto e nel pieno delle stagioni che si alternano.

Ma tu non hai mai saputo giocare a quelle regole, tu hai smesso. Non siedi più sul davanzale ad ammirare le colline. Non mi porti con te quando vai a dormire.

Però, ecco, dormi. Non te l’ho mai visto fare così. Adesso le onde ti accarezzano davvero. E quando mi chiedi “dov’è finito tutto?” io non so parlarti, ma vorrei dirti che l’oceano sta sempre dove vuole, anche se le persone lo sporcano.

Il mare di Calabria


In foto: la spiaggia di Montepaone Lido, in provincia di Catanzaro.

Scotty a Firenze

C’era la neve quando siamo arrivati, e un freddo di quelli che il solo poter entrare in casa è una fortuna. E casa nostra, per un po’, è stata l’Ape Rosa, una bella villa nascosta fra gli alberi di via dei Cappuccini. Un regalo speciale.

Poi il gelo si è sciolto coi fiocchi bianchi e con il calore delle stufe, e degli abbracci.

Per me era la prima volta a Firenze, per la mia padroncina forse la terza, o la quarta. Anche se lei scrive di ricordarla meglio delle altre, la sera, quando la spio mentre lavora.

Mi ha raccontato di piccole strade dorate, del cattivo odore lasciato dalle carrozze, dei fiori gialli dei lampioni contro un prato sempre blu, anche con le nuvole.

Mi ha detto delle porticine, delle finestrelle e che, in un’altra dimensione, sta sicuramente vivendo a via delle Conce, ché sembra fatta su misura per lei.

Dice di essersi divertita tanto, anche durante la nevicata; l’ho intravista in giardino, lungo il sentiero degli amanti, fra i rampicanti e i gatti del proprietario. Portava cappello, guanti e sorrideva e, fidatevi, lo fa specialmente quando qualcosa è appena iniziato (sorridere, non portare il cappello).

La sera faceva finta di voler leggere Jack London: Il vagabondo delle stelle lo ha finito poi, molto dopo il nostro ritorno.

Più o meno nello stesso momento, mi ha mostrato una foto con su scritto: “La mia idea di paradiso“. Sono stato molto contento, perché lì c’ero anch’io.

Mi vedete, vero?

Scotty a Firenze