The Handmaid’s Tale 2: in una vasca che si scalda poco a poco

The Handmaid’s Tale 2 – Una specie di recensione

CineFatti

The Handmaid’s Tale 2 torna a ricordarci che al peggio non c’è mai fine

Sempre peggio, sempre meglio: per quanto (o forse proprio perché) ossimorica, come sintesi della seconda stagione di The Handmaid’s Tale potrebbe funzionare.

Bene.

Adesso alzi la mano chi dopo il quarto episodio avrebbe giurato di avere toccato il fondo – sul piano del dolore, s’intende. Insomma, chi è con me? Perché io la mano la alzo, eccome se la alzo.

Tanto poi bisogna comunque fare i conti con quel muro di cemento che sono i tre capitoli prima del finale (per la precisione decimo, undicesimo e dodicesimo episodio) e lasciarsi spezzare una falange alla volta dall’idea che lo strazio ha mille modi di manifestarsi e, soprattutto, di non finire.

In una vasca che si scalda poco a poco

Bollire a fuoco lento è il diktat: una metafora, certo, ma anche e prima di tutto…

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WALL•E (Andrew Stanton, 2008)

Wall-E – Una recensione

CineFatti

L’imperdibile danza di Wall-E.

Da troppo tempo si avvertiva la mancanza di una favola, una di quelle vere, raccontate per divertire i più piccoli ed illuminare la mente ai più grandi. Wall-E è tutto questo: è la riscoperta, da parte della Disney, di un microcosmo emozionale in grado di toccare anche gli animi più cinici e disincantati.

Chi non s’è già innamorato di Wall-E e dei suoi occhioni dolci ha ancora tutto il tempo per farlo.

Charlot fa rima con robot

Questo piccolo eroe dai modi vagamente chapliniani si muove sullo sfondo di una Terra abbandonata dagli uomini e abitata esclusivamente da rifiuti e scarafaggi.

Programmato per imballare immondizia – un compito fine a se stesso date le condizioni in cui versa il pianeta – continua imperterrito ad eseguire il suo lavoro costruendosi nel frattempo un rifugio tutto suo dove immagazzinare gli oggetti più curiosi trovati durante il giorno.

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#InCorto: Dawn of the Deaf (Rob Savage, 2016)

Dawn of the Deaf (corto) – Una recensione

CineFatti

Dawn of the Deafl’alba tragica dell’homo homini lupus

Una ragazza seduta a colazione con i suoi, un giovane al microfono sul palco di un incontro importante e una coppia lesbica vicina alla rottura: cosa li accomuna? Sono tutti affetti da sordità, elemento che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo di Dawn of the Deaf.

Al corto diretto da Rob Savage e finito di diritto negli Staff Pick di Vimeo sono arrivata grazie alla segnalazione di Emanuele Manco contenuta in questo articolo – grazie-sai, Emanuele.

E sì, il fatto che ora ve ne stia a parlare su CineFatti rappresenta di per sé già un invito a dargli almeno un’occhiata.

Definire l’eccezione

Su un film breve che aspetta più di due terzi della sua durata per esplodere, in realtà non basta aprire occhi e orecchie una sola volta: Dawn of the Deaf fa parte di quelle…

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I luoghi dell’abbandono hanno il nome di Dogman

Dogman – Una recensione

CineFatti

Dogman: l’inferno oltre la saracinesca

Se n’è tanto parlato prima e dopo il premio cannense per Miglior Attore al semisconosciuto Marcello Fonte, perché con Dogman, come ne L’imbalsamatoreMatteo Garrone ha voluto riportare alla ribalta uno dei più oscuri fatti di cronaca del nostro Paese.

Da sempre attirato dai paesaggi al margine di Roma, Napoli e Caserta, il regista romano ha ribadito l’esistenza di un legame tra periferia e devianza offrendo una liberissima interpretazione dell’efferato delitto del Canaro, avvenuto trent’anni fa in una via della Magliana.

La storia però, assieme ai nomi e ai dettagli che la popolano, slitta silenziosamente nella desolazione sabbiosa di Villaggio Coppola (Castel Volturno) dove Dogman è l’insegna al neon di un negozio di tolette per cani gestito dal mite Marcello, alias di De Negri, e disturbato dalla presenza di Simone (Edoardo Pesce), giovane delinquente del quartiere e futura vittima.

Una violenta solitudine

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A Beautiful Day – You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, 2017)

You Were Never Really Here – Una recensione

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A Beautiful Day with Joe

Un respiro che diventa affanno, dopodiché lo sguardo dinamico di Lynne Ramsay in A Beautiful Day (You Were Never Really Here) insegue e avvolge il suo protagonista solitario, quel massiccio Joe di Joaquin Phoenix premiato al Festival di Cannes con la Palma d’Oro.

Un’ombra che sbuca dalla notte al sintetizzatore di uno scenario urbano cupo e allucinato che solo per assonanza – e per un elemento scenico in comune, il martello – ricorda il Drive di Nicolas Winding Refn: il resto è la storia di un novello Taxi Driver intrisa di amarezza e perseguitata dalla redenzione.

L’eterno ritorno del reduce

L’ex marine e agente dell’FBI destinato a scontare per sempre la cicatrice di un passato violento si presenta al pubblico con poche parole e una somma di tragedie messa a margine – quando non del tutto all’esterno – dell’inquadratura.

Tutto nel terzo lungometraggio…

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The Terror: 5 punti sulla mappa del sublime

The Terror

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Terror -izzarsi è bello

Quando meno te l’aspetti cinema e televisione piombano sui tuoi occhi come dei macigni. La meraviglia è dietro l’angolo e in questo primo quadrimestre del 2018 ha il nome spaventoso di The Terror, miniserie prodotta dalla AMC (quelli di Mad Men e Breaking Bad, per intenderci) e già secondo noi da annoverare tra le migliori in assoluto.

La Storia dietro la storia

Nel 2007 Dan Simmons dà alle stampe The Terror, conosciuto in Italia con il titolo di La scomparsa dell’Erebus e basato sul tragico esito della spedizione di Sir John Franklin (Ciarán Hinds nella serie) partita dalle coste inglesi nel 1845 e mai più tornata indietro.

Il misero destino toccato ai 129 uomini a bordo delle due navi – rimaste incagliate fra i ghiacci dell’Artico per almeno due anni – si mescola alla creazione di una mitologia pregna di orrori tanto…

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Nightbird – Una recensione

Ho sempre dato allo scrivere il significato di una mappatura inconsapevole della vita, del volto di chi narra; una parola alla volta, come diceva Borges.

Per questo non mi troverete mai fra coloro che sovrappongono la metafora del viaggio alla letteratura. Scrittura e lettura preferisco intenderli alla stessa stregua di un viaggiare immobile, non di più né di meno.

Ed è questa fluttuazione onnicomprensiva, questo disegno che riesce a unire punti lontani e vicini senza muoversi, a brillare in Nightbird di Lucia Patrizi (Acheron Books, 2017).

Strano a dirsi, perché la storia di Irene, addetta ai ghost tour senza dono né maledizione ma piuttosto provvista di un senso addizionale che la rende capace di guardare oltre gli strappi fra questo mondo e gli altri, ha molto a che fare con l’idea di movimento.

Ma ce l’ha in un senso per certi versi antitetico, dato che le presenze di cui più o meno volontariamente si circonda sono espressione di una resistenza, di un tormento, di una storia incastrata. Come aveva già splendidamente detto Guillermo del Toro nella sua Spina del diavolo, il fantasma è

Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Forse solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo. Come una fotografia sfocata. Come un insetto intrappolato nell’ambra.

Nightbird

E di creature deltoriane (come pure lovecraftiane) il romanzo di Lucia non è certo privo: figure eteree, bendate dai colori della morte, che rimandano alle ombre di Crimson Peak e ai carichi di verità sottaciute che si portano dietro; all’indicibile e logorante peso della colpa; a un cerchio che va a chiudersi sul terrore di vivere.

Allo spettro deltoriano (e al contempo giocoso) del racconto corrisponde Giada, il cui personaggio, fra le salite e le discese di Nightbird, lungo il reticolo pulsante di riferimenti agli amori personali dell’autrice – l’horror, la fantascienza, l’acqua, i Fleetwood Mac e ovviamente le bici – vi sarà dato di ricostruire e trasformare in ricordo: la seconda faccia della stessa medaglia di questo libro.

Non è infatti solo per ragioni di montaggio che Lucia ha scelto di distillare la sua scrittura – così emotiva e al medesimo tempo così misurata – in una folta serie di calibratissimi flashback: se c’è una meta in cima alla collina, una cornice che conferisce senso al quadro, è proprio la memoria. Dell’autrice ma anche della protagonista. E di chi legge.

Al volto sotto la superficie di Nightbird diventa molto facile sovrapporre il nostro, perché la sudatissima storia di liberazione di cui parla è assai più comune di quanto sembra. Anche se rimane eccezionale il modo che ha trovato per dirla e, credo, l’universo di cicatrici che l’ha resa possibile. E incredibile.

“Sei stata brava”.


Francesca Fichera

5 punti per Il Cacciatore

Il destino del cacciatore

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Seguire ed essere seguito: il destino de Il cacciatore.

Canneseries, prima edizione: 10 storie per la tv selezionate da tutto il mondo. Se c’è anche l’Italia? La risposta (una volta tanto) è sì e porta Il cacciatore di Stefano Lodovichi Davide Marengo direttamente sul pink carpet.

Lo porta fra star e concorrenti internazionali, in una gara che raccoglie spunti e tendenze innovative spingendole al di qua di qualsiasi confine.

Niente orgoglio tricolore di facciata, nessun salto sul carro di chi ha vinto: in casa CineFatti la brillante serie Rai aveva fatto il proprio ingresso ben prima della prestigiosa nomination e non si vedeva l’ora di parlarne.

Non si vedeva l’ora di dire che a prescindere dai verdetti di tutte le giurie (quella cannense inclusa) il suo posto è là come qui, fra le serie tv italiane migliori degli ultimi anni. Ed ecco in sintesi perché.

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I segreti di Wind River (Taylor Sheridan, 2017)

Wind River – Una recensione

CineFatti

I segreti di Wind River nascosti sotto i ghiacci.

Chi ha detto che I segreti di Wind River sono il nuovo Silenzio degli innocenti forse pensava di fare un favore al pubblico convincendolo ad accogliere l’esordio registico di Taylor Sheridan per vie traverse.

Il problema è che di queste vie l’eccellente thriller dello sceneggiatore di Hell or High WaterSicario non aveva (e non ha) alcun bisogno: va gustato e pregustato per ciò che, che possiede, che porta dentro.

Bianco come il latte, rosso come il sangue

Fin dai suoi primi istanti Wind River ha i toni di un incubo troppo atroce per terminare in fretta. Fra sussurri e grida in-segue un’inseguita, anonima come il suo terrore, che corre guardandosi alle spalle nell’inimmaginabile gelo di una notte del Wyoming.

A ritrovarla, chiazza rossa di morte sul candore della neve sotto il sole, è Cory Lambert (Jeremy…

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Hansel e Gretel – Una recensione

I lettori più scafati sanno che le favole possiedono un fondo scuro come seppie, dunque non si stupiranno nel vedere che la versione di Hänsel e Gretel scritta da Neil Gaiman e illustrata da Lorenzo Mattotti s’impegna ad estrarne il nero d’inchiostro per intingerci ogni cosa, dalle azioni allo sfondo.

Così accade che fra le pagine di questo libro illustrato con la copertina rigida (Orecchio Acerbo Editore) l’inquietante storia dei fratelli Grimm si trasformi in un unico flusso bicromatico di immagini e parole.

Al bianco è affidato il dettaglio del movimento, che tornando alla radice riprende e spiega il suo legame con l’emozione – di panico e colpa nell’occhio aperto del padre, di gioia estrema fra i corpi abbracciati.

E anche se talvolta le parole sembrano stridere e inceppare i segni della sinestesia, vale la pena avventurarsi almeno una volta nella foresta nera graffiata dal candore di Hänsel e Gretel. Un turbine di luce e di ombra che affascina e trascina, come solo i sogni più strani sono capaci di fare.

Francesca Fichera

Hansel e Gretel