Ferro 3 – La casa vuota (Kim Ki-Duk, 2004)

Ferro 3 – Una recensione

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Una poesia muta chiamata Ferro 3

L’estremo Ferro 3 – La casa vuota, secondo il Morandini

l’unico film sonoro al mondo, dopo L’isola nuda del 1960, i cui due protagonisti non parlano mai

è il calmo e silenzioso rituale magico di due amanti, conosciutisi per caso, ai cui sentimenti danno voce nient’altro che gli oggetti e la gestualità di una quotidianità nuova, leggera e surreale.

La storia

Tae-suk (Hee Ja) abita l’Amore entrando nelle case degli assenti, che vive e rimette in ordine più dei veri proprietari. Ma la sua incursione nell’abitazione di Sun-hwa (Seung-yeon Lee) il cui viso ci appare subito segnato dalle violenze subite e dalla disperata incapacità a ribellarvisi, ha un che di diverso, di inaspettato.

Gemelli nella loro presenza impalpabile, la donna e il ragazzo diventano l’una la casa dell’altro, stretti in un vincolo di complicità silenziosa e dai risvolti tragici

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Guardare Roma è farsi un regalo

Roma – Una recensione

CineFatti

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Sarà che il chiacchiericcio su Roma di Alfonso Cuarón assomiglia un po’ alla sua storia: in fondo non finirà mai?

Una semiretta o un semicerchio, ecco cosa sembra, come se la rivelazione autobiografica del regista messicano sia stata messa lì per farsi paragonare a la qualsiasi, figure geometriche incluse.

Invece ha molto più dell’arte secondo la definizione di Cesare Pavese: semplice in principio e complessa alla fine, come un fiore che sboccia in timelapse.

L’ombradellaluce

Comincia con un movimento ininterrotto della macchina da presa, culmina in due corpi capovolti sotto il sole – “Sai che non è male essere morti?” chiosa il bambino – e procede attraverso scene sottratte ai pomeriggi estivi dell’infanzia.

Nonostante l’insistenza su alcune fastidiose ma funzionali ripetizioni (qualcuno ha detto merda di cane?) la rivelazione/confessione di Cuarón sa ricordarci il significato della parola intimitàparlando con la luce.

Viene quasi da dire che l’utilizzo del biancoenero non è mai…

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Cold War fa rima con amor

Cold War – Una recensione

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Da Ida a Cold War, la Storia in 4:3

Chissà se quattro occhi sono meglio di due quando si tratta di fare da testimoni alla Storia.

Cold War lascia il quesito in sospeso, preferendogli un ballo lento e senza appigli.

Dall’autore di Idae My Summer of Love arriva un secondo racconto in bianco e nero degli eventi che hanno segnato l’Europa novecentesca, un racconto visto e vissuto dall’interno del doppio sguardo di due amanti.

L’eleganza del polacco

PerPawel Pawlikoski tempo e immagine sono in 4:3, scanditi dallamusica e dall’eleganza.

Tutto comincia a svolgersi in una Polonia post-bellica e rurale macchiata di fango, dove volti arrossati e ingenui cantano alla macchina da presa le note di una tradizione lontana; la stessa che l’accademia artistica di Wiktor (Tomasz Kot) vuole riportare al centro della vita del Paese.

E poi c’è una ragazza bionda che sembra…

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#InCorto: Bao (Domee Shi, 2018)

Bao (corto) – Una recensione

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Con Bao la dolcezza è un piatto da servire caldo

Sembra facile ma non è, questo Bao, antipasto fragrante servito da Disney Pixar per aprire le danze di Gli Incredibili 2. A prepararlo è la regista Domee Shi, che attizza il focolare per cucinare dei tradizionali e tondissimi baozi.

Ed ecco che il tenero involtino ripieno, stretto tra i denti dell’alter ego animato della regista, si anima con urlo e uno starnuto. Ha gambe, braccia e vita propria, oltre alla più irresistibile delle vocine: l’incubo di ogni vegano, ma anche di noi tremendi onnivori e della donna sullo schermo, per cui il bao non può essere mangiato.

Al contrario, il buffo raviolo deve essere allevato. Tutta la breve storia dell’ennesimo iridescente corto Pixar è il racconto di una crescita, esteriore e, ovviamente, interiore, come del complesso quanto naturale rapporto fra genitori e figli

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The Haunting of Hill House: dentro l’incubo del lutto

Dentro Hill House

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Dentro Hill House la vita è un brutto sogno (ma l’unico che abbiamo)

Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo 
non è che un sogno dentro un sogno.

Edgar Allan Poe

Chiudere tutte le porte a costo di non far entrare niente, dalla luce alla vita: ecco cosa significa avere paura. Ecco qual è il cuore di Hill House.

Dall’omonimo romanzo di Shirley Jackson, parte del Gotha degli autori di genere, prende forma l’ennesimo esempio di casa stregata che ricalca i meandri di una mente e di un cuore (e di uno stomaco).

E in The Haunting of Hill House le menti e i cuori sono tanti, un’intera famiglia – quella dei Crain – trattenuta fra i muri e i corridoi di un incubo all’apparenza senza uscita.

Un incubo oceanico

Nell’allora della serie Netflix scritta e diretta da Mike Flanagan, la storia della magione…

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Quel che scrissi di Amour

Anche il portiere del Napoli era lì a guardare Amour di Michael Haneke. Anche lui piangeva mentre la perfezione entrava dalla finestra, come un piccione, e si faceva seguire attraverso la porta.

Si trema ancora, quando si torna a casa, specialmente da soli.

Nella mia classifica personale, se esiste, praticamente è a due passi da Chaplin.

Voto: 9.5/10

Francesca Fichera

La cura – Una (breve) recensione

Non è arrivare dritto al punto ma a tanti punti il segreto de La cura di Daniele Brolli.

Che è un segreto essa stessa, annidato fra le parole (in minoranza) e le immagini (in maggioranza) messe sotto scrigno da Oblomov.

Versi e prose che rievocano piccoli grandi calchi di familiarità, ma è la soggettività a regnare sovrana come la forma che si dà ai mostri personali: acidula, caustica, al pari delle sostanze usate per sfumarne le sagome.

Né ora né mai starò qui a dirvi che non è un libro per tutti (tutto lo è sempre, perché ogni cosa è vocata all’apertura). La cura schiude se stessa soltanto con qualche nodo in più. sofferenza che bisogna stare a grattare un grumo alla volta, fra un volto e l’altro delle sue manifestazioni redoniane.

E va bene così, perché quello che c’è dentro ha a che fare con la condizione umana portata al suo apice, dove non ci sono sconti.


Francesca Fichera

#VenerdìHorror: Pet Sematary (Mary Lambert, 1989)

Pet Sematary

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I don’t wanna be buried in a pet sematary!

Qualche tempo fa lo prendemmo in giro inserendolo nella classifica dei 5 no cinematografici più ridicoli della storia. Il fatto però è che Pet Sematary ha molto poco di divertente e tutto ciò che lo riguarda che si possa definire tale risulta assolutamente involontario, come una risata in mezzo al buio.

Lo stesso NO! urlato al cielo da Louis Creed (Dale Midkiff) lo prova, perché sprigiona tutta la disperazione e il dolore che un genitore testimone della morte del proprio figlio ha la capacità di contenere.

E fa niente se Mary Lambert calca un po’ la mano sul momento montando insieme pezzi di vita trascorsa in una sorta di slideshow ante litteram: al tempo del film gli Ottanta stanno cedendo il passo ai Novanta e lo stile non è qualcosa che si può del tutto decontestualizzare.

Le apparenze…

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The Handmaid’s Tale 2: in una vasca che si scalda poco a poco

The Handmaid’s Tale 2 – Una specie di recensione

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The Handmaid’s Tale 2 torna a ricordarci che al peggio non c’è mai fine

Sempre peggio, sempre meglio: per quanto (o forse proprio perché) ossimorica, come sintesi della seconda stagione di The Handmaid’s Tale potrebbe funzionare.

Bene.

Adesso alzi la mano chi dopo il quarto episodio avrebbe giurato di avere toccato il fondo – sul piano del dolore, s’intende. Insomma, chi è con me? Perché io la mano la alzo, eccome se la alzo.

Tanto poi bisogna comunque fare i conti con quel muro di cemento che sono i tre capitoli prima del finale (per la precisione decimo, undicesimo e dodicesimo episodio) e lasciarsi spezzare una falange alla volta dall’idea che lo strazio ha mille modi di manifestarsi e, soprattutto, di non finire.

In una vasca che si scalda poco a poco

Bollire a fuoco lento è il diktat: una metafora, certo, ma anche e prima di tutto…

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WALL•E (Andrew Stanton, 2008)

Wall-E – Una recensione

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L’imperdibile danza di Wall-E.

Da troppo tempo si avvertiva la mancanza di una favola, una di quelle vere, raccontate per divertire i più piccoli ed illuminare la mente ai più grandi. Wall-E è tutto questo: è la riscoperta, da parte della Disney, di un microcosmo emozionale in grado di toccare anche gli animi più cinici e disincantati.

Chi non s’è già innamorato di Wall-E e dei suoi occhioni dolci ha ancora tutto il tempo per farlo.

Charlot fa rima con robot

Questo piccolo eroe dai modi vagamente chapliniani si muove sullo sfondo di una Terra abbandonata dagli uomini e abitata esclusivamente da rifiuti e scarafaggi.

Programmato per imballare immondizia – un compito fine a se stesso date le condizioni in cui versa il pianeta – continua imperterrito ad eseguire il suo lavoro costruendosi nel frattempo un rifugio tutto suo dove immagazzinare gli oggetti più curiosi trovati durante il giorno.

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