I figli degli uomini – Una recensione

Sono passati poco più di dieci anni dalla data di uscita de I figli degli uomini, eppure guardandolo sembra sia stato girato fra l’oggi e il domani dell’Unione Europea.

Poveri immigrati. In fuga dalle peggiori atrocità, finalmente riescono ad arrivare in Inghilterra e il governo li caccia come se fossero scarafaggi.

Così dice Jasper (Michael Caine) a Theo (Clive Owen) mentre guida la macchina verso una delle poche oasi di pace rimaste nel loro mondo senza futuro.

Terre devastate dai ribelli, città dilaniate dai terroristi, uomo e bestiame ammassati e giustiziati indistintamente, e tutto perché? Perché nessuno è più capace di dare alla luce un bambino.

Le persone giovani sono specie protetta, sui parchi-gioco è sceso il silenzio, ovunque palpita disperazioneThe truth that truly shocks / is the empty page, come ha scritto Peter Gabriel. L’umanità non ha retto alle pagine bianche delle agende delle ostetriche e si è abortita da sé.

Eppure una soluzione esiste e si chiama Kee: quasi come una chiave; la chiave. Il suo viaggio è un crescendo di passione in tutti i sensi possibili del termine, per cui viene da dire solo grazie Alfonso Cuarón per non avere fatto sconti nell’adattare il libro di P. D. Jamesgrazie Emmanuel Lubezki per la materia di cui sono fatti i sogni possibili e reali del mondo che ritrai. E grazie lacrime, perché quando ci siete c’è vita, perché quando scorrete qualcosa ricomincia sempre. Anche da capo.

Voto: 9/10

Francesca Fichera

Shin Godzilla: come rinasce un mostro

Shin Godzilla – Una recensione

CineFatti

Da Godzilla a Shin Godzilla: evoluzione di un dio mostruoso.

È sempre il logo della Toho Animation a brillare prima che Gojira si sollevi su Tokyo. Ma tutto cambia, il mostro compreso, che nel terzo reboot dell’eterno franchise avviato da Ishirō Honda diventa Shin Godzilla: un nuovo dio.

Resta invece costante il legame con la memoria del dramma collettivo: a Hiroshima si affianca Fukushima. Due disastri diversi, due tragedie distanti nel tempo riavvicinate dall’incubo del nucleare, dal suo spettro letale e incontrollabile.

Solo le sue conseguenze sono visibili (oltre che irreversibili) e i giapponesi lo sanno meglio degli altri. Così riconvocano Gojira nel loro immaginario e lo riplasmano per rimettere ordine fra le cose. Mostrando il mostro, a differenza di quanto provò a fare (fallendo) Gareth Edwards qualche anno fa.

Shin Godzilla

Neon Genesis Godzilla

Alla regia del 31° film del franchise (il 29° prodotto dalla Toho) troviamo…

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#HappyReturns: il triplice ritorno in sala di Max Ophüls

Il ritorno di Max Ophuls.

CineFatti

Per gli Happy Returns targati Lab 80, non uno ma ben tre film di Max Ophüls tornano in sala.

Max Ophüls, la giostra delle passioni: si chiama così la rassegna con la quale Lab 80 Film (ri)presenta al pubblico tre pellicole del grande maestro del cinema europeo. Tre classici portati a nuova vita dal restauro digitale in 2K che gireranno in sala a partire dal prossimo 3 luglio, per l’immancabile appuntamento con gli Happy Returns. E noi ve li presentiamo!

Tutto finisce all’alba (1939)

Così come nel film d’esordio Amanti folli, anche in questo crepuscolare melò in bianco e nero Ophüls racconta il profondo struggimento psicologico di una donna. Con un sapiente dominio del ritmo narrativo, mette in scena vicende capaci di catturare lo spettatore e creare empatia con i personaggi. In particolare con la protagonista, una spogliarellista disincantata dal viso perbene

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Darkness (Jaume Balagueró, 2002)

Darkness – Una vecchia recensione

CineFatti

Darkness: paura del buio.

Se, nel lontano 2002, qualcuno avesse solo osato dire che Jaume Balagueró aveva un gran futuro davanti a sé, è molto probabile che la gran parte delle persone avrebbe risposto con una smorfia o una risata sprezzante.

In quell’anno infatti usciva il suo Darkness, riproposizione del classico topos horror dell’haunted house (la casa infestata da spiriti maligni). E non convinceva quasi nessuno.

Quasi.

Di sicuro la regia del catalano incespica nel (ri)presentare il tema tanto caro alla tradizione del cinema dell’orrore,di un luogo nuovo, sconosciuto, simbolo di modifica e stravolgimento e proprio per questo specchio e resa allegorica di debolezze e disagi racchiusi nel profondo del nucleo famigliare che lo abita.

Questione di prospettive

Rispetto al materiale trattato, l’uso poco innovativo della mdp è accompagnato da dialoghi non troppo brillanti e da carenze di colpi di scena – la sceneggiatura è…

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La mummia (Alex Kurtzman, 2017)

Finalmente nel Dark Universe, in compagnia de La mummia.

CineFatti

La mummia corre con Tom Cruise…

Tom Cruise corre con La mummia. Di certo non una novità per il primo film del Dark Universe targato Universal Studios, che sbanca ovunque tranne negli Stati Uniti, dove critica e pubblico lo massacrano senza alcuna pietà.

Da questo lato del mondo ci viene da dirvi: non sottovalutatelo. Perché è cool, perché diverte, perché ha un futuro. Ma dato che queste cose potrebbero non bastare a convincervi, ci spiegheremo meglio.

Amore e morte: la sensualità del mostro

Introdotto significativamente da un proverbio egizio, il film di Alex Kurtzman comincia nel mezzo di quello stesso passato che in qualche modo deve morire ma non l’ha ancora fatto, scegliendo di presentarci fra cieli tersi e dune cremose la bellissima e scaltra principessa Ahmanet (Sofia Boutella) erede al trono d’Egitto spodestata dall’inattesa nascita di un bimbo.

Sete di potere e hybris accecano la donna…

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Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Wonder Woman – Una recensione

CineFatti

Wonder Woman non è come sembra: una sorpresa targata DC.

Tecnica contro mito: Wonder Woman porta alto il vessillo del secondo. Nell’alcova edenica di Themyscira non c’è spazio per il progresso industriale né per gli uomini che lo hanno reso possibile.

Finché uno di loro (Chris Pine nei panni del pilota Steve Trevor) non piove dal cielo attraversando la nebbia che separa il paradiso dell’isola dall’inferno del mondo.

Il temuto ritorno del dio Ares, motivo per il quale Antiope (Robin Wright) allena Diana (Gal Gadot) sin dall’infanzia contro il volere della regina Ippolita (Connie Nielsen) che l’ha data alla luce, sembra essersi verificato: oltre i confini del perfetto cosmo delle Amazzoni regna il caos della Grande Guerra.

Si ride a metà

Per il quarto film del DC Extended Universe la regista Patty Jenkins gioca la carta dell’ironia ponendo la cupezza tipica del marchio su di un piano…

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1922 – Una recensione

“Zia, perché su tutti i libri che hai c’è scritto King?”

Per storie come queste, le risponderò un giorno, quando sarà abbastanza grande per leggerle e capirle.

Per l’inizio di Notte buia, niente stelle (Sperling & Kupfer, 2010) che è folgorante e fa male come poche cose al mondo.

Una storia di morte, confessione in prima persona di un povero cristo che riesce a porsi a cavallo fra Verga e Steinbeck aggiungendo alla crudezza del loro narrare il potere del raccapriccio, dell’orrore, della paura al massimo delle sue capacità.

In principio c’è un anno, una notte d’estate, un atto orribile e sconsiderato. Nel mezzo ci sono le conseguenze che quell’atto ha il potere di produrre, il terrificante portato di imprevedibilità che le tiene insieme. C’è soprattutto un contesto fagocitante, che rosicchia i suoi abitanti come i ratti alle costole del vile Wilfred.

Notte buia niente stelle

Non ci è dato sapere se la giuria grigia di quei topi è realtà o proiezione, se i defunti possono davvero riemergere dalle tombe per raccontare i segreti dell’aldilà. In 1922 la valenza metaforica è così evidente da lasciare il lettore in totale sospensione e con l’unica certezza del futuro passato di quell’America degli anni Venti ormai prossima al tracollo.

Come accadeva in Uscita per l’inferno, Stephen King guarda dritto nel baratro per trarne l’insostenibile peso della miseria, di tutti i destini sommersi destinati a perdersi in un trafiletto di giornale sullo sfondo del nuovo che avanza. Lo fa senza lasciare risposte al di là dei fatti, senza spiegarci se quello di Wilfred era delirio oppure terrificante lucidità. Lo fa uccidendo ogni tipo di amore – quello che “ci vede anche troppo bene”. Lo fa uccidendo Elpis.

Solo il Re poteva far sopravvivere alla speranza il profondo ritratto di un uxoricida.

Francesca Fichera

 

Sette minuti dopo la mezzanotte (Juan Antonio Bayona, 2016)

Da oggi al cinema.

CineFatti

Sette minuti dopo la mezzanotte: rispondete alla chiamata del mostro.

Stephen King ha detto: I mostri sono veri e anche i fantasmi lo sono. Vivono dentro di noi e qualche volta vinconoSette minuti dopo la mezzanotte ribadisce il concetto e tutto ciò che ne sta a monte senza sforzarsi di proporre una versione diversa da quelle che ci hanno abituato a leggere nella mostruosità una allegoria dei mali concreti dell’esistenza. La novità piuttosto – e anche qui ribadirlo è fine a se stesso – passa attraverso il modo di raccontarla.

In tal senso l’autore Patrick Ness – anche cosceneggiatore del film – non fa sconti e il regista Juan Antonio Bayona afferra le sue suggestioni con la stessa forza con cui la creatura arborea di A Monster Calls ghermisce il piccolo Conor (eccezionale Lewis MacDougall) ogni notte sette minuti dopo lo scoccare delle 12.

Il risultato? Un mare…

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