Forte come Fortini

Che cosa importa se non mi vogliono bene
se vanno lontani da me.
L’arnicizia è di un altro tempo.
Che cosa importa se anch’io non li amo
se non ho prudenza e pazienza.
Anche il tempo è di un altro tempo.
Ma dietro queste nuvole di nulla e neve salgono
tranquilli soli concordi cuori.
Che cosa importa se non li vedo ancora.
Da questo luogo io sorridendo resisto.
Dunque era vero che sarebbe stato
ogni cosa come previsto inflessibile.
che invisibile agli occhi, inaccessibile al cuore
sarebbe stato il reale e il possibile
e per nuda fede avrei dovuto confessarlo.
Ergo qui sto e di qui amaramente parlo.
Che cosa importa se non mi vogliono bene.
Che cosa importa se anch’io non li amo.
Qualche rosa della mente osa e ride alla neve.

Franco Fortini

Non spiegatemi questa poesia (perché deve restare piegata)

E se io morissi domani?

Mi avresti amato abbastanza

o avresti qualcosa nel ventre

che hai dimenticato di darmi,

che conservavi per i giorni

migliori?

E se io fossi morto prima

di conoscerti?

Non avresti avvertito qualcosa

che mancava nella tua vita?

Non ti saresti svegliata di notte

piangendo

senza sapere perché?

E se io non morissi mai?

Se non fossi fatto per morire

e nemmeno tu,

saresti disposta

a pagare un affitto in eterno,

a festeggiare l’ennesimo capodanno,

ad accettare le date di scadenza sui cibi

seduta al mio fianco,

leccando il sale dei pop corn?

Ma anche a vedere

nuovi mondi luminosi,

commuoverti per la nascita di una stella,

aspettare ogni mattino di carne calda

con eccitazione?

Mi riconoscerai

alla fine dei tempi?

Ivan TalaricoL’ennesimo capodanno

da Non spiegatemi le poesie che devono restare piegate 

(Gorilla Sapiens Edizioni, 2016)

Dialoghi sul cinema – I misteri di David Lynch

David Lynch dixit.

CineFatti

David Lynch: il mistero, la paura, il sogno.

25 anni dopo le fronde degli alberi di Twin Peaks sono tornate a circondarci. E l’emozione è così tanta che le nostre parole sembrano sciuparla o non bastare. Così chiamiamo in aiuto il suo autore, quel David Lynch che, quasi in concomitanza con il debutto della terza stagione della serie, ha annunciato il proprio ritiro dall’industria cinematografica.

Per questo estratto dal volume Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema, recentemente riedito da minimum fax, dobbiamo ringraziare innanzitutto il sito minima&moralia che ha selezionato la conversazione fra Lynch e Kristine McKenna prendendola dalla prima edizione del libro

Tutto il resto va e appartiene a lui, sovrano dei gufi, dei boschi oscuri e delle visioni e dei segreti che vi abitano, a cui solo i geni e gli artisti come David sanno dare voce.


Amo ciò che riguarda l’infanzia perché quando si è bambini il mondo è così ricco…

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Il tempo sulla montagna magica

A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso.

Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo; e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione.
Noi sappiamo benissimo che intercalando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.

Thomas MannLa montagna magica

Mi ricordo

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato…

L’uomo chiese una volta all’animale: Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della tua felicità? L’animale voleva rispondere e dire: ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque. Così l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre attaccato al passato: per quanto egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l’attimo, in un lampo, è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all’uomo.
Allora l’uomo dice: “Mi ricordo”.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

James P. Crow

“Tu sei un piccolo, sporco… essere umano”, strillò irosamente il robot di Tipo Z appena costruito.
Donnie arrossì e scappò via. Era vero. Lui era un essere umano, un ragazzo umano. E la scienza non poteva farci niente. Era condannato a esserlo. Un essere umano in un mondo di robot.
Si augurò di essere morto. Si augurò di giacere sottoterra, con i vermi che lo divoravano vivo e si facevano strada attraverso il suo corpo fino a mangiargli il cervello, quel suo povero, miserevole cervello umano. Z-236r, il suo compagno robot, non avrebbe avuto più nessuno con cui giocare e ci sarebbe rimasto male.
“Dove vai?”, gli chiese Z-236r.
“A casa”.
“Femminuccia”.
Donnie non replicò. Raccolse il suo gioco di scacchi quadridimensionali, se lo infilò in tasca e si allontanò in mezzo ai filari di cardi, diretto verso la zona degli umani. Alle sue spalle Z-236r rimase immobile scintillando al sole del tardo pomeriggio, una pallida torre di plastica e metallo.
“Sai quanto me ne importa”, gli gridò dietro con astio. “E poi, chi giocherebbe mai con un essere umano? Vattene a casa. Tu… odori”.
Donnie non disse nulla. Ma si incurvò ancora di più, con il mento che quasi gli toccava il petto.

Philip K. DickJames P. Crow

 

Perché ho scritto

Capita che forse, in un anno di calma, pensi “la poesia a questo mi è servita”:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
– lì, per un momento, nemmeno, su questa altura –
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.

Enrique Lihn

Non ho mai creduto alla vita che fanno i vivi

Le formiche nelle gambe,
la fuga dalla finestra
in seconda elementare.
mi sono sempre ribellato
al mondo e alla morte,
non ho mai creduto
alla vita che fanno i vivi,
ho dato alle fiamme
ogni attimo della mia vita
per illuminare l’invisibile.
Questo so fare,
c’entra poco con il bene
e con il male, c’entra con le formiche
nelle gambe
coi mulinelli dell’ansia
nel mio sangue.

Franco Arminio