Io sono

Io sono ciò che manca

dal mondo in cui vivo,

colui che tra tutti

non incontrerò mai.

Ruotando su me stesso ora coincido

con ciò che mi è sottratto.

Io sono la mia eclissi

la contumacia e la malinconia

l’oggetto geometrico

di cui per sempre dovrò fare a meno.

 

Valerio Magrelli

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Dialoghi sul cinema – Perché Ernst Lubitsch è il regista dei registi

Ricordi sparsi di Ernst Lubitsch.

CineFatti

Ernst Lubitsch 70 anni dopo.

Il 30 novembre 1947 il regista attore e sceneggiatore Ernst Lubitsch moriva a Los Angeles, lontano dalla città che gli aveva dato i natali. Nello stesso anno vinceva l’Oscar alla carriera, l’unico per la sua variegata e brillante filmografia, grazie alla quale aveva guadagnato soltanto tre nomination.

Nel libro Herr Lubitsch Goes to Hollywood: German and American Film After World War I (2005) la studiosa Kristin Thompson ha provato a ricucire i punti della sua figura, ormai archeologica per le generazioni di spettatori più giovani ma tutt’altro che obliata da chi ha fatto il cinema prima e dopo la sua scomparsa.

Bastano poche righe tratte dalle testimonianze di registi e interpreti per rendersi conto dell’immenso impatto di Lubitsch sull’arte della fabbrica, del portato innovativo e insieme fondativo che il suo cinema (scritto, diretto e agito) ha trattenuto e traghettato…

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Sostenne Hugo Pratt

La nostalgia, di cosa? Di certe cose che ho vissuto, di certe cose che ho perduto, ma queste le abbiamo tutti, di certe cose non esaurite; ecco dove va a finire la nostalgia. Poi ti può venire lo stesso perché hai esaurito una cosa e vorresti ritrovarla, perché ti manca.

Mano a mano che vado avanti con gli anni, ogni volta di più ho delle nostalgie per delle cose che sono andate; e allora torna di nuovo un senso di romanticismo e di malinconia.

Dall’intervista di Joan Benavent a H. P. (1979)

Sono una donna lavorata dai fantasmi

Sono una donna lavorata dai fantasmi
inchiodata a quattro chiodi perché detiene valori screditati
marchiata per aver cercato di pensare chiaro
sola e un po’ errante in questa reincarnazione
senza un mantello balsamo qualcun altro
per aver compreso a lungo termine
gli amici sono lontani gli specchi vicini
ho perso un codice dolorosamente conquistato
e ora capire significa soltanto
illuminare una via reale di pietra
senza passi che fuggano o si avvicinino
senza passo alcuno.

 

Juana Bignozzi

Traduzione di Stefano Berardinelli


Grazie a Nuovi Argomenti.

Così siamo

Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Andrea Zanzotto

Ricciardi alla finestra

Una delle pagine più belle de La condanna del sangue di Maurizio de Giovanni.


Ricciardi fece una smorfia, senza smettere di guardare fuori dalla finestra del proprio ufficio.

— Grazie di avermi evitato un’altra lezione. Di destino ne abbiamo già avuto abbastanza stasera, ti pare? Senti a me: il destino non esiste. Esistono gli uomini e le donne e il coraggio di vivere o sottrarsi alla vita, come Iodice. Ed esiste chi vive nell’incoscienza, facendosi portare dalla corrente. Ecco che cosa esiste.

— Che peccato, pero’, commissa’, a sentirvi parlare così. Nemmeno la soluzione del caso e un fetente pazzo al manicomio criminale vi fanno sorridere, a voi.

Ricciardi non si girò.

— Sai che puoi togliere a uno che vive guardando dalla finestra? Lo sai che cosa?

— No, commissa’. Che cosa?

Un sospiro breve.

— La finestra, Raffaele. Gli puoi togliere la finestra.

Teniamo testa

Non c’è più nulla di innocuo.
Le piccole gioie, le manifestazioni della vita, che sembrano sottratte alla responsabilità del pensiero, non hanno solo un momento di sciocca arroganza, di insensibilità e di cecità volontaria, ma entrano immediatamente al servizio del loro estremo opposto.

Anche l’albero in fiore mente nell’istante in cui è contemplato senza l’ombra del terrore; anche l’innocente “Che bello!” diventa una scusa per l’ignominia di un’esistenza che è del tutto diversa: e non c’è più bellezza e conforto se non nello sguardo che fissa l’orrore, gli tiene testa e, nella coscienza irriducibile della negatività, ritiene la possibilità del meglio.

Theodor AdornoMinima Moralia

Dialoghi sul cinema – Lettera a Bryan Cranston

La lettera perfetta

CineFatti

Bryan Cranston sarà a Giffoni.

CineFatti sarà a Giffoni.

La famosa lettera di Anthony Hopkins all’unico e solo Walter White della televisione vi aiuta a completare il sillogismo. Oltre a farsi (ri)leggere con piacere.

Caro Signor Cranston

Ho voluto scriverle questa email – contattandola attraverso Jeremy Barber – considerato che siamo entrambi rappresentati dalla UTA. Grande agenzia.

Ho appena finito la maratona di Breaking Bad, dal primo episodio della prima stagione agli ultimi otto della quinta (ho scaricato l’ultima stagione da Amazon) per un totale di due settimane di visione.

Non ho mai visto niente di simile. Eccezionale!

La sua performance come Walter White è stata la migliore prova di recitazione che ho mai visto.

So che questo ambiente è pieno di fumose e nauseabonde cazzate, al punto che avevo perso la speranza in ogni cosa.

Ma il suo lavoro è spettacolare – assolutamente incredibile. Ciò che è…

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Cicatrici

C’è chi scrive che le cicatrici guariscono, facendo un vago parallelismo con le malattie della pelle, ma nella vita queste cose non accadono. Ci sono ferite aperte, a volte ridotte a una puntura di spillo, ma restano sempre ferite. I segni della sofferenza sono più simili alla perdita di un dito, o della vista da un occhio. Magari non ne sentiamo la mancanza, neppure per un attimo, ma se anche fosse, non potremmo farci niente.

Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte

Traduzione di Elisa Pantaleo.

Forte come Fortini

Che cosa importa se non mi vogliono bene
se vanno lontani da me.
L’arnicizia è di un altro tempo.
Che cosa importa se anch’io non li amo
se non ho prudenza e pazienza.
Anche il tempo è di un altro tempo.
Ma dietro queste nuvole di nulla e neve salgono
tranquilli soli concordi cuori.
Che cosa importa se non li vedo ancora.
Da questo luogo io sorridendo resisto.
Dunque era vero che sarebbe stato
ogni cosa come previsto inflessibile.
che invisibile agli occhi, inaccessibile al cuore
sarebbe stato il reale e il possibile
e per nuda fede avrei dovuto confessarlo.
Ergo qui sto e di qui amaramente parlo.
Che cosa importa se non mi vogliono bene.
Che cosa importa se anch’io non li amo.
Qualche rosa della mente osa e ride alla neve.

Franco Fortini