Uno spazio nuovo

Forse sento fino in fondo 
quello che non voglio

e uno spazio nuovo

che non è ancora sollievo,

ma è già desiderio.

 

Erika Filardo

Edward Hopper - Night Windows
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Napòlide

Se il verbo tornare ha per me un senso e un indirizzo, se anch’io ho un posto dove tornare, è quella collina. Tornare per me è verbo di ricordi, non di geografia.
A Napoli, quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo, con un diritto più intimo di quello che provo altrove.
Sono d’accordo con lei, con la città: chi non c’era, chi è mancato, ora non c’è, è decaduto il suo diritto di cittadinanza. Ora è uno dei tanti passanti che essa accoglie, senza opporre resistenza, lo straniero imbambolato che nessuno scaccia, sbirciato come me merce da raggiro.

Ho rispetto del diritto di rigurgito che la città applica a chi se ne allontana. Se rispondo di me presso di lei è perchè porto i panni dell’ospite, non del cittadino. E se non ho il diritto di definirmi apòlide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo.
Mai più ho attecchito altrove.
Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno.
Mai più ho sputato, solo inghiottito.
Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle
Ero cancellato io, non il biglietto.

Erri De Luca

La morta

A me la morte
mi fa morire di paura
perché morendo si lasciano troppe 
cose che poi non si vedranno mai più: 
gli amici, quelli della famiglia, gli alberi
del viale che hanno quell’odore
e tutta la gente che hai incontrato
anche una volta sola
.
Io vorrei morire proprio dentro l’inverno
mentre piove
in uno di quei giorni in cui è sera presto
e per la strada le scarpe si sporcano di fango
e la gente è chiusa nei caffè
stretta intorno alla stufa.

Tonino Guerra

I bu, ora in Opere. L’infanzia del mondo, 1946-2012


Ringrazio Nicola Laurenza per il ritrovamento.

Quell’amore di Troisi

L’amore credo sia quel sentimento che riesce a uscire indenne dal tempo che passa, che riesce a durare, che vince la stanchezza, la noia, i dolori, le rotture di scatole. Ma bisogna attendere tanto prima di riconoscerlo. Si può dire solo a posteriori se uno ha davvero amato, perché mentre si ama non lo si capisce

Massimo Troisi

Nato il 19 febbraio 1953

La sentenza

Ed è caduta la parola di pietra
Sul mio petto ancor vivo.
Non è nulla, vi ero preparata,
ne verrò a capo in qualche modo.
Ho molto da fare, oggi:
bisogna uccidere fino in fondo la memoria,
bisogna che l’anima si pietrifichi,
bisogna di nuovo imparare a vivere

Se no… L’ardente stormire dell’estate,
come una festa oltre la finestra.
Da tempo avevo presentito questo
giorno radioso e la casa vuota.

Anna Achmatova

Sono - Summer Interior - Hopper

(grazie a Zelda Zonk)

Il salto di Harold

Sui miei compiti a scuola mi firmavo sempre con il mio nome per intero, Harold Emery Lauder.

Ho firmato i miei manoscritti nello stesso modo.

Dio mi aiuti, una volta l’ho scritto sul tetto di una baracca in lettere alte un metro.

Voglio firmare questo con il nome che mi hanno dato a Boulder. Posso non averlo accettato allora, ma ora lo prendo volentieri.

Sto per morire in possesso delle mie facoltà mentali.

Il salto di Harold - Finestra di Hopper

 

Con precisione, in fondo, aggiunse la sua firma: Falco.

Rimise il quaderno nella tasca della sella della Triumph. Rimise il cappuccio alla penna e se la infilò in tasca. Mise la canna della Colt in bocca e guardò in alto verso il cielo azzurro.

Gli venne in mente un gioco che facevano quando erano bambini, un gioco per cui gli altri lo prendevano in giro: non era mai riuscito a trovare il coraggio di andare fino in fondo. C’era una cava di ghiaia in fondo a una delle strade dietro il paese, e bisognava saltare giù dal bordo e cadere per un’altezza che toglieva il fiato prima di toccare la sabbia, rotolare e infine risalire per ricominciare daccapo.

Tutti, tranne Harold. Harold rimaneva sull’orlo del salto contando Uno… due… tre! proprio come gli altri, ma la formula magica dei tre numeri non funzionava mai. Le sue gambe rimanevano bloccate. Non riusciva a costringersi a fare il salto. Gli altri a volte lo sfottevano, gli gridavano dietro, lo chiamavano Harold la mammoletta.

Pensò: Se solo fossi riuscito a saltare una volta… solo una volta… forse non sarei qui. Bene, l’ultima vale per tutte.

Pensò: Uno… due… TRE! Tirò il grilletto.

La pistola sparò.

Harold aveva fatto il salto.

Il resto sono coriandoli

Ho imparato un segreto: non esiste un ‘senza’.

Io non sono svanita, sono disseminata in tantissimi piccoli pezzi spolverati sulla vostra vita come neve fresca.

Il perdono è caldo come una lacrima su una guancia. Pensate a questo e a me quando sarete nella pioggia.

Vi ho amati con tutto il mio cuore e voi mi avete ricambiata, questo conta.

Il resto sono coriandoli.

da The Haunting of Hill House 1×10

Ionica

Se abbiamo abbattuto le loro statue

se li abbiamo scacciati dai loro templi

non per questo gli dei sono morti. O terra

di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora.

Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta

nella tua aria passa un vigore di quella loro

vita e una figura d’efebo, indecisa,

immateriale, a volte corre via veloce

sull’alto delle tue colline.

 

Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie

(Einaudi, 1968)