Buio in sala – parte II

Come promesso, la strana storia di Cosimo continua. QUI potete cominciare o riprendere il discorso. Se vi piace.


Verrà qualcuno? si domanda, e aguzza la vista sul quadrante graffiato dell’orologio da polso. La luce irregolare della proiezione fa brillare per un istante le due piccole lancette, che gli confermano cinque minuti all’inizio dello spettacolo. Cinque lunghissimi minuti di sudore ghiaccio.

Nella penombra della sala ogni rumore diventa boato: porte che si aprono, gole che tossiscono, il gracchiare delle confezioni di snack e patatine strette da mani sconosciute. Ma ad allarmare Cosimo più di tutto il resto sono i tonfi in direzione dell’ingresso. Qualcuno che potrebbe avere prenotato il posto 9 della fila C o, peggio, D: la fila dietro. Guardare un film guardato a propria volta, con occhi ignoti incollati alla sua schiena, è una cosa che non potrebbe mai accettare, che gli ha sempre messo i brividi. Così ricomincia a lanciare occhiate ovunque come una spia in tempi di guerra, pronto a raccogliere anche la minima variazione nello scalpiccio sulla moquette, a costo di trasformare i cinque minuti di vuoto in una frenesia stracolma.

Sul fondo del suo delirio ci sono i titoli di testa e un’altra tregua dal sudore, che ormai non è nemmeno più un problema. Nessuno dei passi ovattati sulle scale rivestite è diventato un nuovo ospite sgradito da tenere a distanza fra le poltrone di velluto. Nel buio Cosimo sorride un po’, raddrizzando sé stesso e la montatura degli occhiali, e si prepara a immergersi nella visione felicemente quasi solo.

Ma qualcosa, qualcuno, c’è.

Buio in sala - Finestra di Hopper

È una scossa nella momentanea tabula rasa della mente di Cosimo, che ha già spento ogni altra parte del corpo ad eccezione dei suoi occhi. Ne vede altri in fondo alla sala, là dove di solito l’unico disturbo lo dà la luce fioca dei cartelli per l’uscita d’emergenza.

Anche quegli occhi biancheggiano, incastonati nel buio.

Il cuore di Cosimo scatta come un gatto spaventato che risale in tutta fretta la grondaia. D’improvviso nel cinema a mancare, oltre alla luce, è anche l’aria. Dita tremolanti afferrano gli occhiali e li sfilano mentre le palpebre si chiudono e richiudono come al risveglio da un sonno bruto.

Cosimo torna a scrutare nel buio, rimette gli occhiali, scruta ancora, non distingue niente. A parte l’insegna biancoverde sulla porta a spinta.

Paura chiama paura, pensa. Come quando sogni un ragno e al tuo risveglio finisci per vederlo ma non sai se è vero. Ha l’aria improvvisamente stanca e affaticata, respira affannando e due piccole dita immaginarie gli stringono la gola fino a farlo tossire.


la terza parte mercoledì 25 luglio


Francesca Fichera

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The Handmaid’s Tale 2: in una vasca che si scalda poco a poco

The Handmaid’s Tale 2 – Una specie di recensione

CineFatti

The Handmaid’s Tale 2 torna a ricordarci che al peggio non c’è mai fine

Sempre peggio, sempre meglio: per quanto (o forse proprio perché) ossimorica, come sintesi della seconda stagione di The Handmaid’s Tale potrebbe funzionare.

Bene.

Adesso alzi la mano chi dopo il quarto episodio avrebbe giurato di avere toccato il fondo – sul piano del dolore, s’intende. Insomma, chi è con me? Perché io la mano la alzo, eccome se la alzo.

Tanto poi bisogna comunque fare i conti con quel muro di cemento che sono i tre capitoli prima del finale (per la precisione decimo, undicesimo e dodicesimo episodio) e lasciarsi spezzare una falange alla volta dall’idea che lo strazio ha mille modi di manifestarsi e, soprattutto, di non finire.

In una vasca che si scalda poco a poco

Bollire a fuoco lento è il diktat: una metafora, certo, ma anche e prima di tutto…

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Buio in sala – parte I

Succede che, senza troppi giri di parole, cominci a scrivere un racconto per proporlo a una rivista interessante ma la vita ti chiede l’ennesimo piccolo doloroso sacrificio, così non riesci a consegnarlo in tempo e ti ritrovi a pensare: Almeno ho un blog, e che l’importante è farsi leggere. Perciò eccolo qua, una puntata alla volta. 


Ogni volta che entra in sala Cosimo ha sempre lo stesso timore: cadere. Il ricordo della sua infanzia a tentoni nel buio del cinema è la prima cosa che gli viene in mente mentre si sistema gli occhiali sul naso e comincia ad avanzare verso la rampa debolmente illuminata che divide le poltrone messe in fila.

Fa un primo passo e già si vede rotolare sui gradini, un capitombolo sommerso dalle risa degli sconosciuti, il dolore nei palmi delle mani, l’umiliazione di essere soccorso da un anziano dall’espressione compassionevole.

Un altro metro e le sue dita cercano d’istinto i profili di velluto delle poltroncine, come un vecchio si appoggerebbe al suo bastone. Puntuale arriva il sudore, freddo e appiccicoso, la memoria fisica di una gogna solamente immaginata.

Mentre procede verso il posto indicato sul biglietto – fila C posto 8 è il mantra che lo spinge – ha un’altra visione: piedi. Incrociati, lunghi, dalle scarpe a punta. E borse. Cumuli di ostacoli pronti a farlo cedere, incespicare in un profluvio di “chiedo scusa” e “permesso” e “perdonatemi” e “non volevo”, dritto dritto contro il muro di cemento della sua inequivocabile goffaggine. Allora Cosimo prega, invoca il signore invisibile dei cinefili soli come lui affinché la fila C non sia stata prenotata da nessun altro, spera con tutte le sue forze che la via sia libera, perché al buio non si comanda ma alla sorte, ogni tanto, sì.

Buio in sala - Finestra di Hopper

E poi succede come quando era bambino e dopo aver visto il Nosferatu non era più stato capace di affacciarsi a cuor leggero alla finestra e guardare i balconi dirimpetto perché avrebbe potuto trovarci lui con i canini in fuori e l’espressione attonita da roditore, gli artigli protesi a dirgli: il prossimo sei tu. Succede che, come allora, guarda convinto di trovare la forma concreta del suo orrore e invece non c’è niente: nessun piede, nessuna borsa, nessuna punta di scarpa. La fila è vuota così come lo erano le bocche spalancate nella notte delle finestre del dirimpettaio.

Cosimo espelle sollievo e finalmente si infila nel corridoio basso tra la fila B e la fila C, sforzandosi di intercettare i numeri sul dorso delle poltroncine e individuare la doppia curva del suo numero. Come si aspettava l’8 è al centro, lì dove lo aspetta una conca di velluto più scuro. Cosimo vi affonda con la testa incassata fra le spalle, come a volere scusarsi con il mondo di aver dovuto stare in piedi per qualche secondo di troppo. Il sudore ha smesso di scorrere ma l’agitazione no; continua a tendergli i muscoli e snodargli la testa. Cosimo controlla i posti alle sue spalle, scorge pochi ovali lontani rischiarati per metà dal bagliore dello schermo, si riassesta cullato dal pensiero di essere l’unico spettatore seduto per almeno quattro file.

Dopodiché ricomincia a sudare.


continua…


Francesca Fichera

La solitudine del corpo

Dal mio articolo per il numero Paure (volume 12) della rivista H-ermes. Journal of Communication.


L’umano viene mostrato al centro e insieme ai margini di un incessante quanto
problematico processo di riadattamento all’habitat mediale. Un processo, come in
primis provato dalle tre opere originali analizzate in questa sede, che la capacità di
“reinvenzione del reale” (Baudrillard, in Russo 1980, pp. 52-57) insita nel genere
fantascientifico non soltanto ha già da tempo reso possibile immaginare ed
esplorare, ma di cui, sempre grazie alle narrazioni di genere, è emerso il lato
oscuro e il reticolo emotivo che lo avvolge.

Radunare i temi più caratteristici della fantascienza audiovisiva ci rende cioè in grado di (de)scrivere le difficoltà e le contraddizioni implicate dalla transizione verso la condizione postumana, che esse siano il paradosso di un clone condannato a restare solo con se stesso (Moon), di un emarginato che ritorna alla vita sociale grazie all’intervento di una A. I. (Lei) o di un’epidemia che uccide i cinque sensi dell’uomo obbligandolo a riformulare i concetti stessi di vita e morte (Perfect Sense).

QUI il testo completo

WALL•E (Andrew Stanton, 2008)

Wall-E – Una recensione

CineFatti

L’imperdibile danza di Wall-E.

Da troppo tempo si avvertiva la mancanza di una favola, una di quelle vere, raccontate per divertire i più piccoli ed illuminare la mente ai più grandi. Wall-E è tutto questo: è la riscoperta, da parte della Disney, di un microcosmo emozionale in grado di toccare anche gli animi più cinici e disincantati.

Chi non s’è già innamorato di Wall-E e dei suoi occhioni dolci ha ancora tutto il tempo per farlo.

Charlot fa rima con robot

Questo piccolo eroe dai modi vagamente chapliniani si muove sullo sfondo di una Terra abbandonata dagli uomini e abitata esclusivamente da rifiuti e scarafaggi.

Programmato per imballare immondizia – un compito fine a se stesso date le condizioni in cui versa il pianeta – continua imperterrito ad eseguire il suo lavoro costruendosi nel frattempo un rifugio tutto suo dove immagazzinare gli oggetti più curiosi trovati durante il giorno.

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Tutti gli attori di Stephen King – CineKing #43

CineFatti

Stanno stretti sotto i letti tanti attori a denti stretti

Partiamo subito con una GRANDE notizia: Ewan McGregor sarà Danny Torrance. Sì, avete capito bene, il protagonista (cresciuto) di quello che fu Shining ed è poi diventato Doctor Sleep. Sulla carta, s’intende, perché il film di Kubrick (come qui ricordato) c’entra solo di riflesso. E sta benissimo lì dov’è.

Io comunque attendo al varco questa seconda prova kinghiana di Mike Flanagan, prodotta da Netflix, che già ha saputo soddisfare se non eguagliare le mie aspettative grazie a quel gioiellino di genere chiamato Il gioco di Gerald. Chissà se il criticato (pseudo)sequel del mito dell’Overlook Hotel sarà d’aiuto nell’impresa – per me, vi dico, resta un romanzo assolutamente valido.

I perdenti al completo

Altro cast, altra corsa: ai fan dell’IT di Andy Muschietti l’aggiornamento non suonerà così nuovo, però (ri)vedere al completo il Club dei perdenti 

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#InCorto: Dawn of the Deaf (Rob Savage, 2016)

Dawn of the Deaf (corto) – Una recensione

CineFatti

Dawn of the Deafl’alba tragica dell’homo homini lupus

Una ragazza seduta a colazione con i suoi, un giovane al microfono sul palco di un incontro importante e una coppia lesbica vicina alla rottura: cosa li accomuna? Sono tutti affetti da sordità, elemento che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo di Dawn of the Deaf.

Al corto diretto da Rob Savage e finito di diritto negli Staff Pick di Vimeo sono arrivata grazie alla segnalazione di Emanuele Manco contenuta in questo articolo – grazie-sai, Emanuele.

E sì, il fatto che ora ve ne stia a parlare su CineFatti rappresenta di per sé già un invito a dargli almeno un’occhiata.

Definire l’eccezione

Su un film breve che aspetta più di due terzi della sua durata per esplodere, in realtà non basta aprire occhi e orecchie una sola volta: Dawn of the Deaf fa parte di quelle…

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I luoghi dell’abbandono hanno il nome di Dogman

Dogman – Una recensione

CineFatti

Dogman: l’inferno oltre la saracinesca

Se n’è tanto parlato prima e dopo il premio cannense per Miglior Attore al semisconosciuto Marcello Fonte, perché con Dogman, come ne L’imbalsamatoreMatteo Garrone ha voluto riportare alla ribalta uno dei più oscuri fatti di cronaca del nostro Paese.

Da sempre attirato dai paesaggi al margine di Roma, Napoli e Caserta, il regista romano ha ribadito l’esistenza di un legame tra periferia e devianza offrendo una liberissima interpretazione dell’efferato delitto del Canaro, avvenuto trent’anni fa in una via della Magliana.

La storia però, assieme ai nomi e ai dettagli che la popolano, slitta silenziosamente nella desolazione sabbiosa di Villaggio Coppola (Castel Volturno) dove Dogman è l’insegna al neon di un negozio di tolette per cani gestito dal mite Marcello, alias di De Negri, e disturbato dalla presenza di Simone (Edoardo Pesce), giovane delinquente del quartiere e futura vittima.

Una violenta solitudine

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La famiglia King regna sovrana – #CineKing 42

La famiglia King alla tv

CineFatti

Il lungo regno di Stephen King e figli

Chi segue il CineKing di CineFatti da 42 mesi a questa parte sa bene quanto la presenza di Stephen King sia diventata più di una costante delle produzioni per il cinema e la televisione. Ma Joe Hill?

Ai neofiti del mondo kinghiano chiariamo subito che il secondogenito del Re – meno noto per il suo nome di battesimo, Joseph Hillstrom King – ha seguito le orme di suo padre aiutandosi con uno pseudonimo, ma senza disdegnare i benefici della collaborazione con un genitore che è anche uno degli autori più famosi e acclamati del suo tempo.

Da questa collaborazione nel 2012 è derivato un racconto dal titolo Nell’erba alta (In The Tall Grass) apparso sulla rivista Esquire e pubblicato un anno più tardi anche da noi. Adesso un certo Vincenzo Nataliha dichiarato di volerne fare un film

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Comunque vada…

…è allora, nel luogo e nel momento della svolta, che il mondo si mette ad ascoltare. È allora che il corpo del viaggiatore e il suo percorso diventano un tutt’uno, rompendo il muro invisibile che separa il nero dal bianco, l’amore dall’odio, il rumore dalla quiete.

Da una mia storia inedita, se il Ka vorrà, presto su questi schermi.