Ho cambiato nome

Un gatto mordeva l’aria
mentre tu giocavi
a zittire i lamenti
E i tuoi denti
non tagliavano ancora
Erano perle nell’acqua,
al sole.


Apparsa su Aphorism.it e in un’antologia di cui non ricordo più il titolo. A suo tempo chiamai questi versi Siesta, ma un mio amico mi ha fatto gentilmente e giustamente notare che non era granché come nome. Penserò a quello nuovo. Forse.

 

Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Wonder Woman – Una recensione

CineFatti

Wonder Woman non è come sembra: una sorpresa targata DC.

Tecnica contro mito: Wonder Woman porta alto il vessillo del secondo. Nell’alcova edenica di Themyscira non c’è spazio per il progresso industriale né per gli uomini che lo hanno reso possibile.

Finché uno di loro (Chris Pine nei panni del pilota Steve Trevor) non piove dal cielo attraversando la nebbia che separa il paradiso dell’isola dall’inferno del mondo.

Il temuto ritorno del dio Ares, motivo per il quale Antiope (Robin Wright) allena Diana (Gal Gadot) sin dall’infanzia contro il volere della regina Ippolita (Connie Nielsen) che l’ha data alla luce, sembra essersi verificato: oltre i confini del perfetto cosmo delle Amazzoni regna il caos della Grande Guerra.

Si ride a metà

Per il quarto film del DC Extended Universe la regista Patty Jenkins gioca la carta dell’ironia ponendo la cupezza tipica del marchio su di un piano…

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L’ufficio

Un raccontino piccolo così, come chi l’ha scritto.


Quando non c’è nessuno è più bello, pensa. In fin dei conti però qualcuno c’è. E ci sono le cose: i fogli da raccogliere, le sedie da mettere a posto, le scrivanie da contare. Uno, due, tre… C’è l’eco delle risate di chi è andato via, le parole rimaste a mezz’aria come fantasmi, tracce di movimenti interrotti, di presenze. Ma il silenzio è più presente degli altri, il silenzio abbraccia tutto. Nel suo vecchio ufficio non ce n’era mai: la musica martellava quasi più degli operai sulla strada. Eppure si parlava poco, a volte affatto. Il sole entrava dalla porta a vetri a ricordare un mondo di cui era facile sentire la mancanza. Come l’aria. Invece, riflette, qui filtra poca luce. Si nota di più quando gli altri vanno via, ogni cosa gli sembra cupa e polverosa e senza vita, uguale alle sagome dei luna park di sera. Ma a girare ora sono solo le ruote della sua sedia, mentre lui si raccoglie come un foglio bianco allineandosi a un perimetro invisibile. Avevo sognato un posto così, dice a se stesso, così tanto da non riuscire quasi a dire chi è, a dire che sono io, che l’ho sognato io, che tutta sola qui dentro mi sento finalmente a posto, da qualche parte, a casa.

FF

Ancora una volta a proposito di mostri

Conor e la madre, disegnatrice costretta a riposo da una gravissima malattia, siedono sul divano stretti l’uno all’altra. Dal proiettore sgorgano le immagini di un film in bianco e nero con la grande scimmia in cima all’Empire State Building e tanti piccoli elicotteri che le ronzano intorno. Il ragazzino domanda alla mamma come mai sono tutti così ostinati a colpire a morte la creatura e lei risponde che “alle persone non piace mai quel che non riescono a comprendere”.

In questo modo la narrazione autodefinisce quasi immediatamente il proprio campo: A Monster Calls, per riprendere il titolo originale, è una storia di mostri portata al cinema che non può prescindere dal riferirsi al mostro cinematografico per eccellenza, quel King Kong (1933) di Merian Cooper ed Ernest Schoedsack giustamente eletto a icona di un’era e qui trasformato in legame diegetico, oltre che esterno, con la memoria delle cose.


Questo estratto viene dall’articolo appena pubblicato su Quaderni D’Altri Tempidove potete completare la lettura.

Francesca Fichera

Com’è profondo e silenzioso il mare

Fra l’Ulisse di Omero e l’esercito di uomini qualsiasi c’è sempre stato di mezzo il mare. Prima sfondo e confine dell’enciclopedia tribale (cfr. Havelock 2006) poi regno del fantastico e dell’insondabile, poi ancora luogo eletto alla contemplazione malinconica e all’incontro con le Muse, l’oceano non ha mai cessato di ricordare all’umano i termini della sua finitezza. Di fronte a lui, dove “Dio […] ha rispecchiato il cielo” (Pessoa, 2007) l’uomo vive la contraddizione dell’essere piccola parte di una grandezza immensa.

Il portato simbolico del mare schiaccia e al contempo entusiasma ogni presenza. Fra le sue onde pulsa la memoria di una purezza atavica che non è più (in fondo non è mai del tutto stata) e che prende forma fra le pagine dei classici o nei fotogrammi di storie disegnate come quella de La tartaruga rossa.

continua su Quaderni d’Altri Tempi.

Il fastidio di Francesca F.

La mia idea di Fastidio.

Fastidio

Lui sa cosa mi dà fastidio: essere toccata mentre scrivo, il solletico all’improvviso, una persona che mi blocca la strada quando cammino. Così mi spalma una mano fredda sul collo, inizia a ripetere una domanda, cerca di farmi ridere mentre sto al telefono col medico. A volte prova a soffiarmi aria nel naso e a rovinare il trucco appena messo, se rispondo “non lo so” mi dà della stupida fino a che non ci casco. Quando non mangio è come quando ho sonno, ma lui parla e straparla sapendo di rendermi nervosa, meglio ancora se ho mal di testa.
I momenti di fretta diventano film di Fassbinder se mi ricorda che devo fare presto, come quando ci perdiamo insieme ed è tutta colpa mia che non so leggere la mappa.
E quelle volte in cui impiego ore a prepararmi e poco prima di aprire la porta noto una sola…

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L’incubo della paralisi del sonno

Dal numero 57 di Quaderni d’Altri Tempi il mio intervento sul film The Nightmare di Rodney Ascher, fra l’orrore privato delle esperienze ipnagogiche e i confini comuni del mezzo cinematografico.


In The Nightmare convivono senza contraddirsi le potenzialità e i limiti che il medium cinema conserva nel momento in cui è chiamato a descrivere la dimensione soggettiva della paura. Trasformare l’intrinseca soggettività dello sguardo umano – che per definizione non esce da sé, a maggior ragione se (intra)vede o sogna – nel “vedere condiviso” garantito dall’immagine cinematografica rappresenta un’impresa di non facile realizzazione dove, per forza di cose, la finzione ha da venire in soccorso del dato documentale e delle sue naturali carenze. Per descrivere cioè le esperienze allucinatorie degli otto personaggi afflitti, nel passato o nel presente del profilmico, dalla sindrome della paralisi del sonno – cosa che pare abbia assillato anche lo stesso regista del film in gioventù – fare a meno dell’espediente della ricostruzione sarebbe stato praticamente impossibile; perché ciò di cui si parla non riguarda il campo dell’agire o degli accadimenti, ma solo, o almeno principalmente, del vedere.


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Finché c’è vento c’è speranza

A proposito di vento, magia, cinema e naturalmente Hayao Miyazaki, un mio saggio tratto dalla sezione speciale del numero 52 di Quaderni d’Altri Tempi.


Che sia una sfida ai limiti delle capacità umane o un semplice mezzo per guadagnarsi da vivere, nel cinema di Hayao Miyazaki il volo assume sempre, in maniera implicita o esplicita, la funzione di tramite per la conoscenza, di strumento per osservare il mondo. E poiché quest’ultimo comincia dal sé, da quel particolare specchio convesso che tutto riflette attraverso il filtro di un’ottica unica, non v’è da stupirsi che il regista nipponico abbia scelto di scriverne l’intreccio, lo sviluppo, la crescita, tracciandone le mutazioni nella cornice del cielo. Una definizione ossimorica che intende quel superamento (prima) e quella caduta (poi) dei confini che sono naturalmente sottesi al volo, il quale si configura di conseguenza come territorio astratto, spaziotempo sfuggente ma concreto, destinato all’avvenire di passaggi – di tempo, di forma, di stato, di vita – privi di qualsiasi vincolo mortale. Esperienze nate dall’essenza artificiale dell’uomo, dal suo spontaneo scomporsi e ricomporsi, mescolarsi, riprogettarsi in funzione di un migliore adattamento al circostante, che dischiude dall’apparente freddezza di disegni tecnici, protesi e macchinari l’incanto del sapere che si spinge oltre, il cuore magico dell’antico sogno di Icaro.

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