Un mondo di dei e di mostri: le origini del Dark Universe

A world of gods and monsters.

CineFatti

Chi sono gli Universal Monsters e cosa sarà il Dark Universe.

In principio furono Dracula Il fantasma dell’opera, immortali e inarrivabili  Béla Lugosi Lon Chaney.

Il film di Rupert Julian tratto dal classico di Gaston Leroux venne per primo, quello di Tod Browning ispirato a Stoker per secondo. Correva l’anno 1931 e i mostri Universal abbandonavano definitivamente le nebbie del tempo per fare il loro ingresso nell’eternità.

1931

Al Dracula fotografato da Karl Freund e musicato da Tchaikovsky seguì subito un’altra creatura, la creatura per antonomasia: il mugugnante mostro di Frankenstein di Boris Karloff diretto da James Whale, lo stesso che di lì a poco avrebbe curato la regia di almeno altre due storie degli Universal Monsters.

La sua versione del gigante redivivo, per quanto lontana dall’iconografia fedele alla volontà dell’autrice Shelley, lasciò un’impronta tale nell’immaginario collettivo da diventarne l’incarnazione prediletta.

1933

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L’impero di Sense8

Un breve estratto dal mio ultimo saggio per Quaderni d’Altri Tempi.


Nomi ha sempre adorato le bambole e suo padre non glielo ha mai “perdonato”, motivo per il quale ha premuto affinché ripercorresse i luoghi dove lui ritiene di essere diventato “l’uomo che è”. Gli stessi spogliatoi in cui una Nomi preadolescente riporta ustioni di secondo grado sotto l’acqua del radiatore, per mano dei compagni intolleranti al suo rifiuto di togliere gli abiti prima di lavarsi; gli spazi nei quali è cresciuto Marks senior ma che hanno fatto sì che crescesse e maturasse anche e prima di tutto la donna latente nel corpo maschile del giovane Michael. Dal passato di Nomi emerge con chiarezza l’elemento traumatico connaturato al percorso di definizione dell’identità sessuale umana, il portato di dolore corrispondente all’inevitabile dazio che il sé ha da pagare per stabilire le basi del proprio equilibrio; qualcosa che Pedro Almodóvar ha a suo tempo saputo declinare, al di fuori della cornice del fantastico e con l’uso di toni decisamente meno tragici, nel celebre monologo finale di Agrado in Tutto su mia madre (1999).

Francesca Fichera

Picnic al buio

“Io so che è maledetto”, disse la bambina mettendo piede nel bosco.
Lui avrebbe voluto non lo dicesse mai. Negò con un sorriso, continuando a stendere sull’erba la tovaglia a quadri che avevano portato per mangiare. Sullo sfondo, fra i tronchi d’albero coronati dalla luce del sole, il loro cane annusava e scattava sulle tracce di qualcosa.
Fu l’oscurità a spezzare tutto. L’uomo continuò a sorridere, ma l’aria intorno aveva qualcosa che gli mangiava lo stomaco a piccoli morsi. Rapida com’era stato il buio, la fila di alberi alle sue spalle si spostò venendogli davanti e lui si ritrovò a guardare la sua stessa schiena.
Fra le ombre.
Ce n’erano a migliaia, riusciva a scorgerle ogni volta che si voltava e, con la gola secca, si rendeva conto di avere davanti qualcosa di diverso da quello che avrebbe dovuto trovare. Come se fosse una mosca e riuscisse a guardare da più punti di vista insieme. E il cane guaiva, ma quel che era peggio era sentire la voce della sua bambina, che piangeva e invocava aiuto, rimbalzargli addosso dai mille angoli invisibili di quell’oceano d’acqua nera in cui gli alberi annegavano.
Fu quella stessa notte infinita a partorire un volto. E poi due. E poi un altro, e un altro ancora. Lui non sapeva contarli, ma fu certo, per qualche motivo simile all’istinto, che le ombre si fossero trasformate in uomini. Nudi, con il corpo completamente pitturato di bianco e di blu e le labbra rosso sangue, sembravano giullari ancestrali, clown di un’era antica. E avevano occhi fissi, come svuotati e spalancati da un uno stupore innaturale e privo di senso, pronti a prenderlo.
Il cane e la bambina non c’erano più, soltanto loro; l’uomo iniziò a correre e non si svegliò più.


Una vecchia visione, un vecchio concorso. Lei è rimasta, lui no.

Ho cambiato nome

Un gatto mordeva l’aria
mentre tu giocavi
a zittire i lamenti
E i tuoi denti
non tagliavano ancora
Erano perle nell’acqua,
al sole.


Apparsa su Aphorism.it e in un’antologia di cui non ricordo più il titolo. A suo tempo chiamai questi versi Siesta, ma un mio amico mi ha fatto gentilmente e giustamente notare che non era granché come nome. Penserò a quello nuovo. Forse.

 

Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Wonder Woman – Una recensione

CineFatti

Wonder Woman non è come sembra: una sorpresa targata DC.

Tecnica contro mito: Wonder Woman porta alto il vessillo del secondo. Nell’alcova edenica di Themyscira non c’è spazio per il progresso industriale né per gli uomini che lo hanno reso possibile.

Finché uno di loro (Chris Pine nei panni del pilota Steve Trevor) non piove dal cielo attraversando la nebbia che separa il paradiso dell’isola dall’inferno del mondo.

Il temuto ritorno del dio Ares, motivo per il quale Antiope (Robin Wright) allena Diana (Gal Gadot) sin dall’infanzia contro il volere della regina Ippolita (Connie Nielsen) che l’ha data alla luce, sembra essersi verificato: oltre i confini del perfetto cosmo delle Amazzoni regna il caos della Grande Guerra.

Si ride a metà

Per il quarto film del DC Extended Universe la regista Patty Jenkins gioca la carta dell’ironia ponendo la cupezza tipica del marchio su di un piano…

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L’ufficio

Un raccontino piccolo così, come chi l’ha scritto.


Quando non c’è nessuno è più bello, pensa. In fin dei conti però qualcuno c’è. E ci sono le cose: i fogli da raccogliere, le sedie da mettere a posto, le scrivanie da contare. Uno, due, tre… C’è l’eco delle risate di chi è andato via, le parole rimaste a mezz’aria come fantasmi, tracce di movimenti interrotti, di presenze. Ma il silenzio è più presente degli altri, il silenzio abbraccia tutto. Nel suo vecchio ufficio non ce n’era mai: la musica martellava quasi più degli operai sulla strada. Eppure si parlava poco, a volte affatto. Il sole entrava dalla porta a vetri a ricordare un mondo di cui era facile sentire la mancanza. Come l’aria. Invece, riflette, qui filtra poca luce. Si nota di più quando gli altri vanno via, ogni cosa gli sembra cupa e polverosa e senza vita, uguale alle sagome dei luna park di sera. Ma a girare ora sono solo le ruote della sua sedia, mentre lui si raccoglie come un foglio bianco allineandosi a un perimetro invisibile. Avevo sognato un posto così, dice a se stesso, così tanto da non riuscire quasi a dire chi è, a dire che sono io, che l’ho sognato io, che tutta sola qui dentro mi sento finalmente a posto, da qualche parte, a casa.

FF

Ancora una volta a proposito di mostri

Conor e la madre, disegnatrice costretta a riposo da una gravissima malattia, siedono sul divano stretti l’uno all’altra. Dal proiettore sgorgano le immagini di un film in bianco e nero con la grande scimmia in cima all’Empire State Building e tanti piccoli elicotteri che le ronzano intorno. Il ragazzino domanda alla mamma come mai sono tutti così ostinati a colpire a morte la creatura e lei risponde che “alle persone non piace mai quel che non riescono a comprendere”.

In questo modo la narrazione autodefinisce quasi immediatamente il proprio campo: A Monster Calls, per riprendere il titolo originale, è una storia di mostri portata al cinema che non può prescindere dal riferirsi al mostro cinematografico per eccellenza, quel King Kong (1933) di Merian Cooper ed Ernest Schoedsack giustamente eletto a icona di un’era e qui trasformato in legame diegetico, oltre che esterno, con la memoria delle cose.


Questo estratto viene dall’articolo appena pubblicato su Quaderni D’Altri Tempidove potete completare la lettura.

Francesca Fichera

Com’è profondo e silenzioso il mare

Fra l’Ulisse di Omero e l’esercito di uomini qualsiasi c’è sempre stato di mezzo il mare. Prima sfondo e confine dell’enciclopedia tribale (cfr. Havelock 2006) poi regno del fantastico e dell’insondabile, poi ancora luogo eletto alla contemplazione malinconica e all’incontro con le Muse, l’oceano non ha mai cessato di ricordare all’umano i termini della sua finitezza. Di fronte a lui, dove “Dio […] ha rispecchiato il cielo” (Pessoa, 2007) l’uomo vive la contraddizione dell’essere piccola parte di una grandezza immensa.

Il portato simbolico del mare schiaccia e al contempo entusiasma ogni presenza. Fra le sue onde pulsa la memoria di una purezza atavica che non è più (in fondo non è mai del tutto stata) e che prende forma fra le pagine dei classici o nei fotogrammi di storie disegnate come quella de La tartaruga rossa.

continua su Quaderni d’Altri Tempi.