Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 5

Prendendo spunto da un post di Francesco Villari, che a sua volta si è ispirato alla rubrica Giudizio Universale di Cuore, riprendo in mano questa piccola e fragile rubrica per domandarvi quali sono le cinque cose per cui secondo voi vale la pena vivere.

Le mie sono: i bagni a mare, andare a letto insieme, guardare un film stesi sul divano, la vigilia di Natale, una birra gelida a fine giornata.

Inutile dire che la felicità è un sottotesto neanche troppo sotterraneo.

Felicità 6

 

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Quando non riuscite a essere felici, fateci caso

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

Quante volte ha avuto ragione Eugenio Montale. Quante volte ci si ritrova intrappolati nel timore che la felicità finisca al punto da non sentirla, non goderne. Fino a vivere una infelicità doppia.

Perché avere paura di essere infelici è una premonizione che declina il futuro al presente: significa essere già dove si teme di andare.

Ma forse capirlo è più di qualcosa. Io per esempio, quando intuisco che la mente mi porta altrove, mi sforzo di restare dove sono. Punto i piedi a terra nel mio giardino concentrandomi sui fiori vivi anziché su quelli un po’ appassiti.

Penso a mia madre e a mio padre nell’altra stanza, ai dolci tre quarti che aspettano la telefonata della sera, ai giochi con la nipotina, alle risate con mia sorella e gli altri amici… e cerco di dirmi che se mai dovessero smettere troverei il modo di trattenerli. Che li ho avuti e questa è la fortuna.

Così mi calmo e per un attimo conservo la certezza che il palloncino non volerà mai più.


Da dove viene questo post? Leggete qui e, se vi va, continuate la storia.

Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 4

Sulla possibilità di trovare la felicità nell’amarezza si sono interrogati in tanti, da Montale a Saramago. Fra loro anche Italo Calvino, che a suo tempo scrisse:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E lo scritto lasciato da Amy sotto la Finestra mi ci ha fatto ripensare.

“Questa non sei tu”
Lo sapevo, mi ero resa conto che la persona che vedevo riflessa nello specchio non ero io. Come potevamo essere la stessa persona, se eravamo due corpi ed anime diverse? Lei era magra, troppo magra. Il suo sguardo era spento, i suoi occhi erano tristi e le sue labbra erano serrate. Io sono l’esatto opposto. Non potevamo essere la stessa persona, eppure era così. Peggio, quella parte aveva preso il sopravvento. Era inevitabile che gli altri si accorgessero di quanto il mio fisico fosse cambiato. Speravo solo che nessuno notasse che il mio sorriso era svanito. E invece… molte persone mi hanno detto quelle parole. Ed io ho pianto e tanto, perché non riuscivo a tornare me stessa. Era come se l’oscurità mi avesse avvolta in una morsa e non mi lasciasse andare. Nonostante io avessi provato più volte a liberarmi, lei continuava a tenermi stretta a sé. Ero stata male, sia fisicamente che psicologicamente. Se non fosse stato per la mia famiglia, in modo particolare per mia madre e mia sorella, non credo che sarei riuscita ad uscire da quel baratro.
Pensa a qualcosa di bello, qualcosa che ti faccia sorridere”.
Mi sorpresi quando mi accorsi di pensare a lui. Pochi giorni prima che mi ammalassi fisicamente, lui mi disse: “Ti voglio bene”. Lo sapevo, ma era la prima volta che pronunciava quelle parole. Era l’unica cosa che mi facesse sorridere ed io mi sono aggrappata con tutte le mie poche forze per non crollare. Non sono crollata. Alla fine, con molta pazienza, sono riuscita a tornare me stessa.
La felicità si trova anche negli attimi più tenebrosi. Se solo uno si ricorda di accendere la luce”. (Albus Silente).

Lui è stata la mia felicità.


Per raccontarmi i vostri momenti di gioia basta lasciare un commento ogni volta che spunterà un post su Quando siete felici fateci caso – che è una rubrica della Finestra di Hopper e anche, e prima di tutto, il titolo di un bel libro di Kurt Vonnegut.

Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 3

Chiudi gli occhi

ed immagina una gioia

Molto probabilmente

penseresti a una partenza

E io me ne ricordo tanti, di inizi; si vivesse solo di quelli, Niccolò Fabi ha ragione.

Io tutta questa vita che ho vissuto me la figuro come un viaggio, tanti viaggi.

Uno dopo l’altro, come palline di un abaco pronte a farsi da parte e lasciar spazio a un’ennesima serie.

Ed è un pensiero che ritorna, nella mente come nelle mie scritture, quello del primo piede messo a terra, ogni volta su d’una luna diversa, a portata di mano e non di dito.

Il momento in cui hai un’aria nuova in faccia, un ordine disfatto da rifare, paesaggi e abitudini da reimparare. E i giorni, soprattutto quelli, da contare con la soddisfazione di non vedere un termine.

Tutto è possibile, mi dico ogni volta che arrivo da qualche parte. In Calabria, che è la mia seconda patria, più di tutto; ma anche altrove (non importa dove).

Ricordo quel terzo giorno del mio nuovo primo agosto. Ricordo, ormai 9 anni fa, quando a Parigi ho attraversato la notte con gli amici a guardarmi le spalle e nient’altro che una canzone accanto.

Ricordo che proprio quando ho temuto di non ritornare viva mai, mi è bastato ascoltare la musica, stringerti la mano e guardare il mare fuori dal finestrino, in una sera non troppo qualunque.

Ricordo gli inizi che ho saputo costruire da me, le prime volte che non mi sono capitate ma che ho invocato e fatto succedere, e la felicità torna a trovarmi, per un eterno poco.

Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 2

Massimo Legnani ha scritto:

I momenti di felicità sono conchiglie in riva al mare, fossero un tappeto non ci potremmo camminare, ma isolate, da cercare e raccogliere sono una bellezza.

E io mi sento di concordare con lui, soprattutto dopo aver letto lo stralcio di un articolo di Domenico Quirico, dove si parlava della morte e del dolore come di un durissimo nocciolo nel cuore della vita senza cui la vita stessa “sarebbe un frutto troppo molle e maturo”.

Ma è anche di quella morbidezza che abbiamo bisogno per esistere, e allora ecco che arriva la tenera gioia condivisa da Valentina Esposito:

Ho capito di essere felice quando ho smesso di guardare alle paure e ai vuoti.
È successo, senza che lo decidessi.

Ed ora mi ritrovo qui a non sapere quale momento, quale istante preciso scegliere per assaporare ancora un po’ di questa felicità che mi tengo stretta, per raccontarla, per renderle onore.

Ho sempre creduto, e un po’ ancora lo credo, che si è felici quando non sai di esserlo perché la felicità è silenziosa, è dolce ed avvolgente come un vento notturno e inaspettato, che ti sposta i capelli e ti solletica il collo. Questa volta però, mi è accaduto di sentirla e vederla, la felicità.

Era una dolce e intensa attesa. Era aver fatto il conto alla rovescia per vederlo e poterci credere davvero alla sua presenza, mentre nel buio l’auto mangiava kilometri in un’ora di attesa che passava, e come se passava. Si sopportava e non faceva troppo rumore, perché ci sono giorni in cui riesci a viverti ogni secondo, ogni pezzo di strada senza fretta.
Alla fine di quell’ora, i miei occhi la videro, quella felicità.

Era seduto alla fermata dell’autobus. Lo riconobbi subito.

Non appena alzò lo sguardo, capii che prima ancora di ogni parola volevo abbracciarlo, come avevo immaginato di fare per giorni. Era lì per me. Non c’era felicità più grande in quel momento, se non vedere che quel ragazzo aveva fatto un viaggio per stare anche solo pochi giorni con me.
Per l’ennesima volta capii che non era un ragazzo qualsiasi. Era molto di più. Era così simile a me, su una frequenza così vicina alla mia.
Era la mia felicità, che aveva gli occhi e lo sguardo più belli del mondo.


Se volete unirvi a lei, se volete unirvi a loro, potete lasciare in un commento – su questo o sul prossimo post della rubrica Quando siete felici fateci caso – un vostro frammento felice; le ragioni dell’iniziativa le trovate qui.

Momenti di preziosissima felicità – Capitolo 1

Avete presente quei momenti in cui l’unica cosa che potete fare per stare meglio è ripensare a tutta la bellezza che avete avuto la fortuna di incontrare?

Io sì, ancora di più da quando ho sfiorato la morte per ben due volte e un’infermiera alla sua prima epidurale ha deciso di usare me come cavia umana.

Lo dico perché sono state queste esperienze, nel mio caso, a rendere evidente un fatto, e cioè: per quanto fastidiosi e temibili, il dolore e la paura hanno uno scopo.

Quale sia questo fine può essere detto in tanti modi (ti risvegliano dal torpore, rimettono in moto l’istinto, buttano giù in un sol colpo qualsiasi sovrastruttura mentale), ma io ve lo spiegherò così: mentre soffrivo (o mentre morivo, direbbe Faulkner) il pensiero della felicità mi teneva in vita.

Mentre ero in ospedale non avevo più dubbi su chi volessi vedere per quella che credevo sarebbe stata l’ultima volta.

Mentre la tirocinante usava la mia spina dorsale come un bersaglio da cui estrarre le freccette (con grazia, mi raccomando) il ricordo di una canzone di Simon & Garfunkel, di un piatto di pasta con le cozze mangiato in riva al mare con la persona che amo, del sorriso della mia nipotina, è stato lo scoglio a cui mi sono aggrappata per non annegare.

(E infatti, purtroppo per qualcuno, sono ancora qui).

Ma, scherzi a parte, ecco la questione che vi e mi propongo: un gioco. Giocare a ripensare ai propri sorrisi, vedere di quanti istanti felici è capace una vita, quanta contentezza conserviamo senza rendercene conto.

Se vi sembra difficile avete ragione, anche per me lo è appena stato; ma l’ho fatto. E sarebbe bello lo faceste anche voi, raccontandomi i vostri momenti di gioia ogni volta che spunterà un post su Quando siete felici fateci caso.

Che è la nuova rubrica della Finestra di Hopper e anche, e prima di tutto, il titolo di un bel libro di Kurt Vonnegut. Poi chissà, potrebbe trasformarsi in filosofia di vita, ma quello lo lascio scegliere a voi.

Se vi va, mi trovate al mare, pronta a leggere e raccogliere le vostre storie. Per metterle accanto alla mia.