Sloom

The sea said goodbye to the shore so the sun wouldn’t notice
The seaweed that wrapped its arms around you
The carpet on my cheek feels like the fall grass
And I run through the tall trees with your hands chasing me
The books that I keep by my bags are full of your stories
That I drew up from a little dream of mine, a little nightmare of yours
To be asked to take this plunge, to forgive and forget
And be the better man, to be a better man, to be a better man
The cat’s silhouette, as big as a monster,
In this concrete jungle, with street lights hanging their heads
So make all your last demands for I will forsake you
And I’ll meet your eyes for the very first time, for the very last
So love me mother, and love me father, and love my sister as well

Taxi Ride

Un tassista mi parla di escort. Dice che ne conosceva una che guadagnava almeno 1000 euro al giorno. Questo dopo avermi dipinto il quadro tragico di un’Italia in via di disfacimento, fatta di politici coi vitalizi, troppo lavoro, troppe poche ferie.

“Hai capito ‘sta guagliona che ha fatto, che fa?”

Io avrei voluto rispondergli che non la invidio affatto, perché non aspiro ad avere 1000 euro al giorno. Che di sicuro vi apparirà strano, buonista (ma andate sulla Treccani a leggere la definizione prima di parlare) ma è proprio vero: felicità e ricchezza non sono sinonimi.

La sicurezza, quella sì. Ci è stata tolta, forse non ci era mai stata promessa davvero, ma è tutt’altra cosa dall’eccesso. Ed ecco che ancora una volta il mito insegna, pur senza essere letterale, facendomi tornare in mente la favola del pesciolino d’oro: siamo o non siamo tutti come la moglie del vecchio pescatore, che desiderio dopo desiderio non si accontentava mai?

Però lei, quando i castelli e i gioielli e i broccati sparivano, sorrideva di nuovo. Quando tutto ridiventava uguale a prima tornava a essere felice.

Qualcosa mi dice che la maggior parte di noi non ci riesce. Che ci ostiniamo a confondere l’aspirazione con una povertà che molte volte non abbiamo veramente conosciuto.

Ma è un discorso anacronistico, il mio, per cui mi fermo qui. Con un letto, un pasto caldo, un tetto sulla testa, i miei libri, i miei giochi e le mie dolci compagnie. L’infinitesima parte di 1000 euro al giorno.

Un Sense8 perso per ogni Twin Peaks donato

Addii e ritorni.

CineFatti

Ciao Sense8benvenuto Twin Peaks!

Un nostro amico ha scritto che “per riavere Twin Peaks dovevamo perdere Sense8. È il karma”, e sembra quasi impossibile non credergli dopo la doccia fredda che ha seguito il ritorno del capolavoro di David Lynch sui nostri piccoli schermi.

Sense8 Canceled at Netflix” titolavano i giornali, quando i fan dello show ideato da Lilly e Lana Wachowski dovevano ancora riprendersi dal finale dichiaratamente aperto e costellato di colpi di scena della seconda stagione.

Un primo (e ultimo?) bilancio

Stagione che rispetto alla prima aveva preferito puntare meno sul ritmo e più sulle idee consegnandoci il disegno di una nuova era, del mondo come dei racconti seriali che provano a restituirne il senso.

giphy

E le cerchie degli homines sensoria ci stavano riuscendo, anche se la bandiera bianca issata da Netflix, chiaro segno che il gioco (investimento) aveva smesso di valere la…

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Dialoghi sul cinema – I misteri di David Lynch

David Lynch dixit.

CineFatti

David Lynch: il mistero, la paura, il sogno.

25 anni dopo le fronde degli alberi di Twin Peaks sono tornate a circondarci. E l’emozione è così tanta che le nostre parole sembrano sciuparla o non bastare. Così chiamiamo in aiuto il suo autore, quel David Lynch che, quasi in concomitanza con il debutto della terza stagione della serie, ha annunciato il proprio ritiro dall’industria cinematografica.

Per questo estratto dal volume Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema, recentemente riedito da minimum fax, dobbiamo ringraziare innanzitutto il sito minima&moralia che ha selezionato la conversazione fra Lynch e Kristine McKenna prendendola dalla prima edizione del libro

Tutto il resto va e appartiene a lui, sovrano dei gufi, dei boschi oscuri e delle visioni e dei segreti che vi abitano, a cui solo i geni e gli artisti come David sanno dare voce.


Amo ciò che riguarda l’infanzia perché quando si è bambini il mondo è così ricco…

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Presente

Quello che viene prima dei progetti per il futuro. Ad avercelo chiaro, a capirlo, ci vuole talento.

Non so se è capitato anche a voi, insomma; molto probabilmente sì. Però sapete, parlo di uno di quegli imprevisti belli e insieme brutti. Soprattutto belli in realtà, brutti soltanto per quel poco che è, appunto, il grado di imprevedibilità.

Per cui arrivederci (ancora una volta) libro su Stephen King. Spero che i nuovi progetti valgano la pena di questa ennesima e sempre momentanea rinuncia.

Intanto sono finalista qui. Il resto ve lo dico quando avrò finito di capirlo, in quest’estate troppo lunga e faticosa che è piena da un lato e dall’altro (si) svuota.

E il trailer della Torre Nera giunse – CineKing #31

Stephen King, il cinema e la tv, puntata ennesima.

CineFatti

La Torre Nera vien fuori dalla nebbia.

È il primo, il più desiderato e allo stesso tempo il meno entusiasmante della lista: stiamo parlando del trailer della Torre Nera uscito poche settimane fa sui canali Sony. Quali sono state (oltre alla solita shitstorm) le reazioni a caldo? Vi riportiamo le nostre.

La cifra young adult non è del tutto scomparsa, Matthew McConaughey doppiato sembra uno spot ministeriale e, in generale, non si capisce niente. È evidente che il terrore corre in casa di Nikolaj Arcel e soci, perché il lavoro col contagocce sulla campagna di marketing suggerisce che la produzione abbia davvero pochissima voglia di rischiare… oppure, nella peggiore delle ipotesi, la rognosa certezza di fallire.

Fatto sta che Stephen King, padre della saga letteraria, ha approvato in toto il progetto definendolo come qualcosa di completamente nuovo rispetto alla sua creazione e confermando l’ipotesi che vedeva nella Torre Nera 

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Sette minuti dopo la mezzanotte (Juan Antonio Bayona, 2016)

Da oggi al cinema.

CineFatti

Sette minuti dopo la mezzanotte: rispondete alla chiamata del mostro.

Stephen King ha detto: I mostri sono veri e anche i fantasmi lo sono. Vivono dentro di noi e qualche volta vinconoSette minuti dopo la mezzanotte ribadisce il concetto e tutto ciò che ne sta a monte senza sforzarsi di proporre una versione diversa da quelle che ci hanno abituato a leggere nella mostruosità una allegoria dei mali concreti dell’esistenza. La novità piuttosto – e anche qui ribadirlo è fine a se stesso – passa attraverso il modo di raccontarla.

In tal senso l’autore Patrick Ness – anche cosceneggiatore del film – non fa sconti e il regista Juan Antonio Bayona afferra le sue suggestioni con la stessa forza con cui la creatura arborea di A Monster Calls ghermisce il piccolo Conor (eccezionale Lewis MacDougall) ogni notte sette minuti dopo lo scoccare delle 12.

Il risultato? Un mare…

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Una bella notizia

È finalmente arrivato un libro bellissimo. Un sogno fra i segni, un viaggio di carta, un solidissimo castello di parole e di figure.

Lo ha scritto Sergio Brancato e parla di Igort, ma è anche Igort a parlarci dentro, fra i disegni della Storia e delle storie.

Lo attendevamo tutti con ansia e adesso è qui grazie alle edizioni d’if e a tutti quelli che hanno lavorato alla sua realizzazione. Sì, ci metto un po’ anche me stessa, perché ha rappresentato la mia prima esperienza di editing in una casa editrice, ma non è tanto questo il punto.

Il punto sta nelle cose che, quando girano per il verso giusto, mostrano la bellezza e la passione dove sono davvero. O viceversa? Sì, forse sarà il contrario.

Comunque sia, da qui ho imparato tanto quanto ho ancora da imparare.

Francesca Fichera

L'imperio dei segni

foto di P. Ammirati

 

 

 

 

Libertà

Comandati da un forsennato desiderio di apparire, alcuni (che fra non molto diventeranno tanti) si autoproclamano un qualcosa attestato da esperienze labili e relative – che, qualora si fosse dimenticato, non sono equivalenti delle competenze nel senso stretto del termine.
Citando mia madre “sarebbero disposti ad esibirsi in mutande in una piazza pur di figurare su una copertina”.
E se è vero che essere coerenti con se stessi ha a che fare con la libertà, io non sono pronta a rientrare in una categoria pur di essere universalmente riconosciuta. Non sono pronta a farmi affibbiare un’etichetta per poter dire di essere qualcuno.

Fra le persone che contano per me, qualcuno lo sono già diventata, senza aver bisogno di vestire maschere o panni di dubbi personaggi (al di là dei normali risvolti pirandelliani). E poiché per me l’amore è più importante del resto, mi basta questo.

Ché in un film visto un po’ di tempo fa, un ragazzo, un beatnik degli anni Settanta, diceva “Costruire senza creare compromessi. Come distruggere senza creare compromessi“.
Che si voglia costruire o distruggere, non cambia molto: la sostanza è la mancanza di compromessi. La vita ne richiede così tanti che a qualcuno si può, e forse si deve, rinunciare volentieri.
A questo tipo di compromesso, a dire a me stessa e agli altri “questo so farlo” quando ho ancora tante cose da imparare, non sono per nulla pronta.
E in questo mio non essere pronta, mi sento libera.