#HappyReturns: il triplice ritorno in sala di Max Ophüls

Il ritorno di Max Ophuls.

CineFatti

Per gli Happy Returns targati Lab 80, non uno ma ben tre film di Max Ophüls tornano in sala.

Max Ophüls, la giostra delle passioni: si chiama così la rassegna con la quale Lab 80 Film (ri)presenta al pubblico tre pellicole del grande maestro del cinema europeo. Tre classici portati a nuova vita dal restauro digitale in 2K che gireranno in sala a partire dal prossimo 3 luglio, per l’immancabile appuntamento con gli Happy Returns. E noi ve li presentiamo!

Tutto finisce all’alba (1939)

Così come nel film d’esordio Amanti folli, anche in questo crepuscolare melò in bianco e nero Ophüls racconta il profondo struggimento psicologico di una donna. Con un sapiente dominio del ritmo narrativo, mette in scena vicende capaci di catturare lo spettatore e creare empatia con i personaggi. In particolare con la protagonista, una spogliarellista disincantata dal viso perbene

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Cicatrici

C’è chi scrive che le cicatrici guariscono, facendo un vago parallelismo con le malattie della pelle, ma nella vita queste cose non accadono. Ci sono ferite aperte, a volte ridotte a una puntura di spillo, ma restano sempre ferite. I segni della sofferenza sono più simili alla perdita di un dito, o della vista da un occhio. Magari non ne sentiamo la mancanza, neppure per un attimo, ma se anche fosse, non potremmo farci niente.

Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte

Traduzione di Elisa Pantaleo.

Darkness (Jaume Balagueró, 2002)

Darkness – Una vecchia recensione

CineFatti

Darkness: paura del buio.

Se, nel lontano 2002, qualcuno avesse solo osato dire che Jaume Balagueró aveva un gran futuro davanti a sé, è molto probabile che la gran parte delle persone avrebbe risposto con una smorfia o una risata sprezzante.

In quell’anno infatti usciva il suo Darkness, riproposizione del classico topos horror dell’haunted house (la casa infestata da spiriti maligni). E non convinceva quasi nessuno.

Quasi.

Di sicuro la regia del catalano incespica nel (ri)presentare il tema tanto caro alla tradizione del cinema dell’orrore,di un luogo nuovo, sconosciuto, simbolo di modifica e stravolgimento e proprio per questo specchio e resa allegorica di debolezze e disagi racchiusi nel profondo del nucleo famigliare che lo abita.

Questione di prospettive

Rispetto al materiale trattato, l’uso poco innovativo della mdp è accompagnato da dialoghi non troppo brillanti e da carenze di colpi di scena – la sceneggiatura è…

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Sloom

The sea said goodbye to the shore so the sun wouldn’t notice
The seaweed that wrapped its arms around you
The carpet on my cheek feels like the fall grass
And I run through the tall trees with your hands chasing me
The books that I keep by my bags are full of your stories
That I drew up from a little dream of mine, a little nightmare of yours
To be asked to take this plunge, to forgive and forget
And be the better man, to be a better man, to be a better man
The cat’s silhouette, as big as a monster,
In this concrete jungle, with street lights hanging their heads
So make all your last demands for I will forsake you
And I’ll meet your eyes for the very first time, for the very last
So love me mother, and love me father, and love my sister as well

Forte come Fortini

Che cosa importa se non mi vogliono bene
se vanno lontani da me.
L’arnicizia è di un altro tempo.
Che cosa importa se anch’io non li amo
se non ho prudenza e pazienza.
Anche il tempo è di un altro tempo.
Ma dietro queste nuvole di nulla e neve salgono
tranquilli soli concordi cuori.
Che cosa importa se non li vedo ancora.
Da questo luogo io sorridendo resisto.
Dunque era vero che sarebbe stato
ogni cosa come previsto inflessibile.
che invisibile agli occhi, inaccessibile al cuore
sarebbe stato il reale e il possibile
e per nuda fede avrei dovuto confessarlo.
Ergo qui sto e di qui amaramente parlo.
Che cosa importa se non mi vogliono bene.
Che cosa importa se anch’io non li amo.
Qualche rosa della mente osa e ride alla neve.

Franco Fortini

La mummia (Alex Kurtzman, 2017)

Finalmente nel Dark Universe, in compagnia de La mummia.

CineFatti

La mummia corre con Tom Cruise…

Tom Cruise corre con La mummia. Di certo non una novità per il primo film del Dark Universe targato Universal Studios, che sbanca ovunque tranne negli Stati Uniti, dove critica e pubblico lo massacrano senza alcuna pietà.

Da questo lato del mondo ci viene da dirvi: non sottovalutatelo. Perché è cool, perché diverte, perché ha un futuro. Ma dato che queste cose potrebbero non bastare a convincervi, ci spiegheremo meglio.

Amore e morte: la sensualità del mostro

Introdotto significativamente da un proverbio egizio, il film di Alex Kurtzman comincia nel mezzo di quello stesso passato che in qualche modo deve morire ma non l’ha ancora fatto, scegliendo di presentarci fra cieli tersi e dune cremose la bellissima e scaltra principessa Ahmanet (Sofia Boutella) erede al trono d’Egitto spodestata dall’inattesa nascita di un bimbo.

Sete di potere e hybris accecano la donna…

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Ho cambiato nome

Un gatto mordeva l’aria
mentre tu giocavi
a zittire i lamenti
E i tuoi denti
non tagliavano ancora
Erano perle nell’acqua,
al sole.


Apparsa su Aphorism.it e in un’antologia di cui non ricordo più il titolo. A suo tempo chiamai questi versi Siesta, ma un mio amico mi ha fatto gentilmente e giustamente notare che non era granché come nome. Penserò a quello nuovo. Forse.

 

Taxi Ride

Un tassista mi parla di escort. Dice che ne conosceva una che guadagnava almeno 1000 euro al giorno. Questo dopo avermi dipinto il quadro tragico di un’Italia in via di disfacimento, fatta di politici coi vitalizi, troppo lavoro, troppe poche ferie.

“Hai capito ‘sta guagliona che ha fatto, che fa?”

Io avrei voluto rispondergli che non la invidio affatto, perché non aspiro ad avere 1000 euro al giorno. Che di sicuro vi apparirà strano, buonista (ma andate sulla Treccani a leggere la definizione prima di parlare) ma è proprio vero: felicità e ricchezza non sono sinonimi.

La sicurezza, quella sì. Ci è stata tolta, forse non ci era mai stata promessa davvero, ma è tutt’altra cosa dall’eccesso. Ed ecco che ancora una volta il mito insegna, pur senza essere letterale, facendomi tornare in mente la favola del pesciolino d’oro: siamo o non siamo tutti come la moglie del vecchio pescatore, che desiderio dopo desiderio non si accontentava mai?

Però lei, quando i castelli e i gioielli e i broccati sparivano, sorrideva di nuovo. Quando tutto ridiventava uguale a prima tornava a essere felice.

Qualcosa mi dice che la maggior parte di noi non ci riesce. Che ci ostiniamo a confondere l’aspirazione con una povertà che molte volte non abbiamo veramente conosciuto.

Ma è un discorso anacronistico, il mio, per cui mi fermo qui. Con un letto, un pasto caldo, un tetto sulla testa, i miei libri, i miei giochi e le mie dolci compagnie. L’infinitesima parte di 1000 euro al giorno.