Un Sense8 perso per ogni Twin Peaks donato

Addii e ritorni.

CineFatti

Ciao Sense8benvenuto Twin Peaks!

Un nostro amico ha scritto che “per riavere Twin Peaks dovevamo perdere Sense8. È il karma”, e sembra quasi impossibile non credergli dopo la doccia fredda che ha seguito il ritorno del capolavoro di David Lynch sui nostri piccoli schermi.

Sense8 Canceled at Netflix” titolavano i giornali, quando i fan dello show ideato da Lilly e Lana Wachowski dovevano ancora riprendersi dal finale dichiaratamente aperto e costellato di colpi di scena della seconda stagione.

Un primo (e ultimo?) bilancio

Stagione che rispetto alla prima aveva preferito puntare meno sul ritmo e più sulle idee consegnandoci il disegno di una nuova era, del mondo come dei racconti seriali che provano a restituirne il senso.

giphy

E le cerchie degli homines sensoria ci stavano riuscendo, anche se la bandiera bianca issata da Netflix, chiaro segno che il gioco (investimento) aveva smesso di valere la…

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L’ufficio

Un raccontino piccolo così, come chi l’ha scritto.


Quando non c’è nessuno è più bello, pensa. In fin dei conti però qualcuno c’è. E ci sono le cose: i fogli da raccogliere, le sedie da mettere a posto, le scrivanie da contare. Uno, due, tre… C’è l’eco delle risate di chi è andato via, le parole rimaste a mezz’aria come fantasmi, tracce di movimenti interrotti, di presenze. Ma il silenzio è più presente degli altri, il silenzio abbraccia tutto. Nel suo vecchio ufficio non ce n’era mai: la musica martellava quasi più degli operai sulla strada. Eppure si parlava poco, a volte affatto. Il sole entrava dalla porta a vetri a ricordare un mondo di cui era facile sentire la mancanza. Come l’aria. Invece, riflette, qui filtra poca luce. Si nota di più quando gli altri vanno via, ogni cosa gli sembra cupa e polverosa e senza vita, uguale alle sagome dei luna park di sera. Ma a girare ora sono solo le ruote della sua sedia, mentre lui si raccoglie come un foglio bianco allineandosi a un perimetro invisibile. Avevo sognato un posto così, dice a se stesso, così tanto da non riuscire quasi a dire chi è, a dire che sono io, che l’ho sognato io, che tutta sola qui dentro mi sento finalmente a posto, da qualche parte, a casa.

FF

Non spiegatemi questa poesia (perché deve restare piegata)

E se io morissi domani?

Mi avresti amato abbastanza

o avresti qualcosa nel ventre

che hai dimenticato di darmi,

che conservavi per i giorni

migliori?

E se io fossi morto prima

di conoscerti?

Non avresti avvertito qualcosa

che mancava nella tua vita?

Non ti saresti svegliata di notte

piangendo

senza sapere perché?

E se io non morissi mai?

Se non fossi fatto per morire

e nemmeno tu,

saresti disposta

a pagare un affitto in eterno,

a festeggiare l’ennesimo capodanno,

ad accettare le date di scadenza sui cibi

seduta al mio fianco,

leccando il sale dei pop corn?

Ma anche a vedere

nuovi mondi luminosi,

commuoverti per la nascita di una stella,

aspettare ogni mattino di carne calda

con eccitazione?

Mi riconoscerai

alla fine dei tempi?

Ivan TalaricoL’ennesimo capodanno

da Non spiegatemi le poesie che devono restare piegate 

(Gorilla Sapiens Edizioni, 2016)

1922 – Una recensione

“Zia, perché su tutti i libri che hai c’è scritto King?”

Per storie come queste, le risponderò un giorno, quando sarà abbastanza grande per leggerle e capirle.

Per l’inizio di Notte buia, niente stelle (Sperling & Kupfer, 2010) che è folgorante e fa male come poche cose al mondo.

Una storia di morte, confessione in prima persona di un povero cristo che riesce a porsi a cavallo fra Verga e Steinbeck aggiungendo alla crudezza del loro narrare il potere del raccapriccio, dell’orrore, della paura al massimo delle sue capacità.

In principio c’è un anno, una notte d’estate, un atto orribile e sconsiderato. Nel mezzo ci sono le conseguenze che quell’atto ha il potere di produrre, il terrificante portato di imprevedibilità che le tiene insieme. C’è soprattutto un contesto fagocitante, che rosicchia i suoi abitanti come i ratti alle costole del vile Wilfred.

Notte buia niente stelle

Non ci è dato sapere se la giuria grigia di quei topi è realtà o proiezione, se i defunti possono davvero riemergere dalle tombe per raccontare i segreti dell’aldilà. In 1922 la valenza metaforica è così evidente da lasciare il lettore in totale sospensione e con l’unica certezza del futuro passato di quell’America degli anni Venti ormai prossima al tracollo.

Come accadeva in Uscita per l’inferno, Stephen King guarda dritto nel baratro per trarne l’insostenibile peso della miseria, di tutti i destini sommersi destinati a perdersi in un trafiletto di giornale sullo sfondo del nuovo che avanza. Lo fa senza lasciare risposte al di là dei fatti, senza spiegarci se quello di Wilfred era delirio oppure terrificante lucidità. Lo fa uccidendo ogni tipo di amore – quello che “ci vede anche troppo bene”. Lo fa uccidendo Elpis.

Solo il Re poteva far sopravvivere alla speranza il profondo ritratto di un uxoricida.

Francesca Fichera

 

Dialoghi sul cinema – I misteri di David Lynch

David Lynch dixit.

CineFatti

David Lynch: il mistero, la paura, il sogno.

25 anni dopo le fronde degli alberi di Twin Peaks sono tornate a circondarci. E l’emozione è così tanta che le nostre parole sembrano sciuparla o non bastare. Così chiamiamo in aiuto il suo autore, quel David Lynch che, quasi in concomitanza con il debutto della terza stagione della serie, ha annunciato il proprio ritiro dall’industria cinematografica.

Per questo estratto dal volume Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema, recentemente riedito da minimum fax, dobbiamo ringraziare innanzitutto il sito minima&moralia che ha selezionato la conversazione fra Lynch e Kristine McKenna prendendola dalla prima edizione del libro

Tutto il resto va e appartiene a lui, sovrano dei gufi, dei boschi oscuri e delle visioni e dei segreti che vi abitano, a cui solo i geni e gli artisti come David sanno dare voce.


Amo ciò che riguarda l’infanzia perché quando si è bambini il mondo è così ricco…

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Presente

Quello che viene prima dei progetti per il futuro. Ad avercelo chiaro, a capirlo, ci vuole talento.

Non so se è capitato anche a voi, insomma; molto probabilmente sì. Però sapete, parlo di uno di quegli imprevisti belli e insieme brutti. Soprattutto belli in realtà, brutti soltanto per quel poco che è, appunto, il grado di imprevedibilità.

Per cui arrivederci (ancora una volta) libro su Stephen King. Spero che i nuovi progetti valgano la pena di questa ennesima e sempre momentanea rinuncia.

Intanto sono finalista qui. Il resto ve lo dico quando avrò finito di capirlo, in quest’estate troppo lunga e faticosa che è piena da un lato e dall’altro (si) svuota.

Ancora una volta a proposito di mostri

Conor e la madre, disegnatrice costretta a riposo da una gravissima malattia, siedono sul divano stretti l’uno all’altra. Dal proiettore sgorgano le immagini di un film in bianco e nero con la grande scimmia in cima all’Empire State Building e tanti piccoli elicotteri che le ronzano intorno. Il ragazzino domanda alla mamma come mai sono tutti così ostinati a colpire a morte la creatura e lei risponde che “alle persone non piace mai quel che non riescono a comprendere”.

In questo modo la narrazione autodefinisce quasi immediatamente il proprio campo: A Monster Calls, per riprendere il titolo originale, è una storia di mostri portata al cinema che non può prescindere dal riferirsi al mostro cinematografico per eccellenza, quel King Kong (1933) di Merian Cooper ed Ernest Schoedsack giustamente eletto a icona di un’era e qui trasformato in legame diegetico, oltre che esterno, con la memoria delle cose.


Questo estratto viene dall’articolo appena pubblicato su Quaderni D’Altri Tempidove potete completare la lettura.

Francesca Fichera

E il trailer della Torre Nera giunse – CineKing #31

Stephen King, il cinema e la tv, puntata ennesima.

CineFatti

La Torre Nera vien fuori dalla nebbia.

È il primo, il più desiderato e allo stesso tempo il meno entusiasmante della lista: stiamo parlando del trailer della Torre Nera uscito poche settimane fa sui canali Sony. Quali sono state (oltre alla solita shitstorm) le reazioni a caldo? Vi riportiamo le nostre.

La cifra young adult non è del tutto scomparsa, Matthew McConaughey doppiato sembra uno spot ministeriale e, in generale, non si capisce niente. È evidente che il terrore corre in casa di Nikolaj Arcel e soci, perché il lavoro col contagocce sulla campagna di marketing suggerisce che la produzione abbia davvero pochissima voglia di rischiare… oppure, nella peggiore delle ipotesi, la rognosa certezza di fallire.

Fatto sta che Stephen King, padre della saga letteraria, ha approvato in toto il progetto definendolo come qualcosa di completamente nuovo rispetto alla sua creazione e confermando l’ipotesi che vedeva nella Torre Nera 

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Sette minuti dopo la mezzanotte (Juan Antonio Bayona, 2016)

Da oggi al cinema.

CineFatti

Sette minuti dopo la mezzanotte: rispondete alla chiamata del mostro.

Stephen King ha detto: I mostri sono veri e anche i fantasmi lo sono. Vivono dentro di noi e qualche volta vinconoSette minuti dopo la mezzanotte ribadisce il concetto e tutto ciò che ne sta a monte senza sforzarsi di proporre una versione diversa da quelle che ci hanno abituato a leggere nella mostruosità una allegoria dei mali concreti dell’esistenza. La novità piuttosto – e anche qui ribadirlo è fine a se stesso – passa attraverso il modo di raccontarla.

In tal senso l’autore Patrick Ness – anche cosceneggiatore del film – non fa sconti e il regista Juan Antonio Bayona afferra le sue suggestioni con la stessa forza con cui la creatura arborea di A Monster Calls ghermisce il piccolo Conor (eccezionale Lewis MacDougall) ogni notte sette minuti dopo lo scoccare delle 12.

Il risultato? Un mare…

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Una bella notizia

È finalmente arrivato un libro bellissimo. Un sogno fra i segni, un viaggio di carta, un solidissimo castello di parole e di figure.

Lo ha scritto Sergio Brancato e parla di Igort, ma è anche Igort a parlarci dentro, fra i disegni della Storia e delle storie.

Lo attendevamo tutti con ansia e adesso è qui grazie alle edizioni d’if e a tutti quelli che hanno lavorato alla sua realizzazione. Sì, ci metto un po’ anche me stessa, perché ha rappresentato la mia prima esperienza di editing in una casa editrice, ma non è tanto questo il punto.

Il punto sta nelle cose che, quando girano per il verso giusto, mostrano la bellezza e la passione dove sono davvero. O viceversa? Sì, forse sarà il contrario.

Comunque sia, da qui ho imparato tanto quanto ho ancora da imparare.

Francesca Fichera

L'imperio dei segni

foto di P. Ammirati