Io, tanti. Storie di una creatura

Dopo l’estratto arriva l’intero: ecco a voi la versione integrale del racconto selezionato e inserito nell’antologia 200 e uno di questi mostri (ESESciFi, 2016).

Fate buon viaggio.


Ho freddo, abbiamo freddo. Mio fratello e io.
Sotto queste lenzuola non c’è che gelo, un mare d’argento del Nord assolutamente piatto.
Nessun movimento.
Dalla guerra abbiamo imparato ad aspettare senza fare niente. A fregarcene del cattivo odore. A centellinare l’acqua.
È un vero talento, soprattutto quando non si è soli.
E qui accanto c’è qualcosa.
Ci siamo noi.
Esatto, voi.
Anche voi in due.
Sì. Condividiamo il freddo. Forse qualcos’altro.
Penso proprio.
Ma il passato no. Niente guerra, per noi.
Siamo forti grazie ad altro.

Che cosa?
Abbiamo corso, per tanti anni. Chilometri
e chilometri, sudore e sudore. Dolori, sempre
meno. Il più grande è stato andarsene.

Dalla pista?
Diciamo così.
Cosa c’è vicino a voi?
Il buio. Poi peli, pezzi di carne.

Poesia dell'orrore - Checanty

Niente di nuovo, insomma. Speriamo solo tutto questo passi in fretta. Qui si muore…
Vero. Ma qualcosa cambierà. È già cambiato.
Dite?
Altrimenti non si potrebbe stare qui a ricordare
un’altra vita.

Giusto.
La guerra, eh?
Che quasi manca, qui sotto. È tutto dire.
A noi manca il vento, tantissimo.
Anche quello. Anzi, di più.
Qui non si muove niente.
No. Neanche noi. Nell’attesa, meglio dormire.
Già. Ma se succede…
Se succede qualcosa, saremo gli ultimi a saperlo. E voi le penultime.
Dipende. Però dormite, dormite pure.

Fuseli - The Nightmare - Io, tanti - Racconto

E fatto, ora dormono. Fra poco toccherà anche a noi, almeno per un po’. Almeno per dimenticare il freddo, la stasi, la mancanza del vento. Quanto vorremmo tornare a correre, a sentire l’acqua e l’aria… Fortuna che esistono i sogni.
Chi siete? Chi eravate?
Non conta chi eravamo, ma come: veloci.
Misteriose. Io invece sono un pezzo grosso.
Anche se senza un pezzo.
Tipo quale?
Il cuore.
Un senza cuore. Buffo.
È tragico. In vita ho amato molto.
Le cose cambiano. A parte qui dentro…
Questo lenzuolo è gelido. Il lettino di metallo è gelido. Vorrei avere caldo.

Edward Hopper - Summer Interior

Vivevo in un luogo sempre baciato dal sole, in riva al mare. Sempre in maniche di camicia, sempre allegro. È strano ricordarlo. Spero di non riuscirci più, che sia l’ultima volta…
Perché?
Perché vorrei di nuovo essere lì, e non posso.
Lo stesso vale per noi. E per i nostri vicini.
Siamo in tanti, qui.
Più di quanti si potrebbe immaginare.
Quindi voi correvate. Sport, qualche sport…
Cento metri. E tu? Gestivo un ristorante. Sempre in maniche di camicia, d’estate, ma con la giacca e il fiore all’occhiello durante le serate importanti, anche col caldo. Il caldo
Qualcosa ci dice che non stilleremo mai più una sola goccia di sudore, d’ora in avanti. Adesso però anche noi dormiamo, tanto qua sotto non c’è molto altro da fare. Ma prima dicci: come hai perso il cuore?
Non l’ho perso. Si è fermato. E lo hanno buttato via. Ma neanche finisco di dirlo che già non le sento più. Sono di nuovo solo, in
compagnia dei vuoti e delle altre carni fredde, sulla lamina lucida de lettino metallico.
Non è vero che sei solo. Ci siamo anche noi. Noi venute dall’inverno e dalla fatica. Eravamo forti, raccoglievamo i frutti della terra ogni giorno, fino al calar del sole. Ci allungavamo sul terreno assieme alla sua luce.
Anche voi. Ma siete complete, a differenza di me.
Non del tutto, in realtà. A te manca il cuore, a noi una guida.

Nella luce 12

È la stessa cosa. D’altra parte, non potrei tremare se non ci fosse qualcosa che mi chiede di farlo.
Lo chiede a tutti. Ci stiamo svegliando.
E allora, prima che accada, preferisco riposare un altro po’. Forse riuscirò a sognare la donna del mio posto d’estate un’ultima volta.
A fingere di sentire ancora qualche battito.
Noi restiamo invece. Resistiamo. Stringiamo i pugni. Mentre tu già dormi.
Vi sento. Sento calore, un fuoco che brucia dentro e fuori. Sento di potervi dare un ordine, il primo. Finalmente hanno acceso la
luce in questa stanza, finalmente vedo. So di essere bello. So di esserlo stato. È così assurdo convivere con la memoria della propria morte… Di tante morti.
Ma ora, lo avverto, arriva qualcuno. Deve essere l’artefice di tutto. Colui che ci ha fatti incontrare, che ci ha cuciti insieme. Io, che ero attore, e voi, che avete recitato altre esistenze.Chissà se sono state difficili, brevi e
dolorose, come la mia. Tu, uomo senza cuore venuto dall’estate, e voi, braccia di contadino, e voi ancora, gambe di atleta, piedi di soldato.
Solo le parti migliori: basteranno a raggiungere la perfezione?
Non credo. Mi credevo perfetto e sono morto prima di capire di non esserlo. E adesso mi ritrovo a far da testa di un corpo non mio, privo di tepore e di sangue ma che forse ha speranza. Che mi piace vedere come una
seconda possibilità.
Lui mi crede morto, però. Ha tolto il lenzuolo bianco, scoprendo un neonato di grandi dimensioni.

Frankenstein e Freud

Tutte le mie parti sono richiamate al mondo dal loro torpore. Quest’uomo ha occhi vuoti che incutono timore, chissà se pure i miei sono così. Nel vetro dei suoi occhiali scorgo il riflesso di un bisturi, dita guantate di bianco che si avventano sul tronco pallido: uomo dell’estate, è probabile che da questo momento avrai un cuore nuovo, ma temo che sarà doloroso. Troppo. Lui ci crede morti.
Vorrei essere il contadino delle pianure innevate per afferrargli i polsi prima che sia tardi. O il corridore, per scalciare, fuggire, sentire di nuovo il vento sulla faccia. Ma è solo trauma, incubo, senso d’impotenza. Tu, soldato, dovresti saperlo. Dovresti insegnarmelo.
Eppure io sono te, ma sono anche gli altri. Sono io, siamo tanti. Siamo niente.
Muovetevi, vi dico, muoviamoci! Lui ci fa male, lui ci apre in due, lui mette un cuore grondante fra le ossa. È tutto dolore, ancora dolore, che ci addormenta e ci fa svegliare. E io urlo NO! mentre mi alzo a sedere, e voi rispondete ai comandi. Voi, noi, non fa differenza.
L’uomo con gli occhiali indietreggia, finalmente qualcosa riempie il suo sguardo: si direbbe paura. Viene dopo il dolore. Ma io sento già di volergli bene, nonostante il gelo a cui mi ha costretto. Perciò poggio i nostri piedi a terra, tendo le nostre braccia, cammino. Ed è quasi come se questo cuore penzolante non facesse più male.

Francesca Fichera

Annunci

NeXT-Stream – Visioni di realtà contigue #1

Conoscendo la curatrice, mi sono avvicinata all’antologia certa di trovare argomenti che mi avrebbero appassionato, secondo la tendenza dichiarata nel Manifesto Connettivista, spin-off della fantascienza: coniugare estrapolazione scientifica e speculazione sociale in una sintesi che non disdegna le sperimentazioni tipiche dell’avanguardia.

Ok, c’è tutto, mi sono detta al termine del libro, e molto altro. […] Ecco la mia scelta.
Radio Ombra scritto da uno dei fondatori, Marco Milani: un horror, anche post-apocalittico, dal ritmo davvero serrato.
L’ospite d’onore di Irene Drago, una riflessione fantascientifica profonda sul post-mortem.
La montagna che cammina di Franci Conforti. Il sense of wonder, tipico della fantascienza, è ottimamente rappresentato in questo racconto. Come non riconfermare la mia ammirazione per questa scrittrice?
Se di Valeria Barbera. Questo esercizio di stile, nella migliore tradizione di Raymond Queneau, riesce a rappresentare splendidamente le possibili implicazioni di una fatalità mortale, secondo le linee guida della fantascienza sociale.
Il suono nudo di Kappa di Francesca Ficherauna meravigliosa sinestesia concettuale oltre che formale, nella classica tradizione della space opera.
Un mix di sostanza ed emozione davvero perfetto. Consiglio vivamente la lettura.

Romina Braggion, su Diario di Errebi.


Link per acquistare e/o recensire l’antologia:

Kipple Officina Libraria

Amazon

BookRepublic

Libreria Universitaria

Kobo

Nella luce #21

Anche dopo l’uscita di Exit, Nella Luce continua a riscuotere stelle.


Nella luce riesce davvero a risucchiarti nel suo ritmo. La lettura (e rilettura) di questo breve racconto mi ha accompagnato in diversi momenti di buio, in cui tutto è “stupefacente e terribile”.

Gabriella, su Amazon.


Link per acquistare e/o recensire l’ebook:

Kipple Officina Libraria

Amazon

BookRepublic

Anobii

LibreriaUniversitaria

Goodreads

Kobo

…e anche iTunes Store!

Buio in sala – La fine

Per chi fosse arrivato alla festa macabra di Cosimo soltanto adesso, ecco i quattro atti precedenti.

I

II

III

IV

E ora spegnete la luce 🙂


D’improvviso [Cosimo] ha fatto ritorno al patibolo quotidiano costruito sulla sua mancanza di grazia, una sensazione così violenta da farlo scattare come una molla rotta verso il nascondiglio più vicino: i bagni. Un rettangolo di luce da ogni lato, il fresco, la solitudine, la salvezza.

Appena entrato, Cosimo alza timidamente il capo per guardarsi allo specchio e ritrovare il suo amico della fila A, come gli ha insegnato il fondo del barile dei film horror. Non accade. Davanti a Cosimo c’è solo un altro Cosimo, dalla pelle pallida e brillante e la montatura sghemba. Un sospiro scoppia e si interrompe non appena uno degli avventori della toilette spalanca la porta; poi continua. Non c’è niente che non va, recita la voce del mantra che ha ripreso possesso del suo esile corpo di spettatore. A parte la tua mente. La tua mente è il problema. Gioca a boicottarti, a farti del male. È un ragazzo dispettoso.

Al di là delle spalle del suo alter ego Cosimo osserva come incantato la danza di nacchere delle porte che si aprono e chiudono; inspira ed espira profondamente, trattenendo a stento il montante del sollievo. Ora tutto ciò che vede è il sorriso rosa del suo mantra, la candela in mezzo al buio a cui ha staccato il moccolo. Ma anche così, si dice, va bene. Anche così lui ha ciò che resta, e ciò che resta delle cose è più importante delle cose stesse.

Lui che pensava che li avrebbero giudicati, uguale al se stesso dell’infanzia impressionato dall’idea che Nosferatu potesse uscire dallo schermo; lui che quando sale su un aereo o un treno ha subito una visione di lamiere, fiamme, corpi a pezzi ed esplosioni, a cui crede fino al termine del viaggio; lui che se non sente una voce amica troppo a lungo ne immagina il proprietario sul fondo di un dirupo con la testa staccata, un occhio infuori e la lingua penzoloni. Non per i film ma nonostante i film, Cosimo vede tutto questo e se ne allontana fisicamente a grandi passi.

Buio in sala - Finestra di Hopper

Ma ora il peggio è passato. L’ennesima crisi ha fatto il suo tempo, pensa, e gli scappa un sorriso a uno specchio finalmente spoglio di fantasmi dagli occhi pazzi.

Sciacqua rapidamente le mani con il pensiero sdoppiato fra l’avanzare della proiezione in sala e il dolce riproporsi della cara vecchia presenza che ghermisce la sua ancora di salvataggio: il suo nome accende il nero di quiete, un nome con la V.

La versione di Cosimo che esce dal bagno ha tutta la leggerezza dell’aria dopo un temporale estivo. Ampie falcate la riavvicinano alla sala dove la tranquilla ottava postazione della fila C è rimasta morbidamente ad attenderla; l’eccentrico cinefilo non vede l’ora di potervi riaffondare le membra godendone l’abbraccio fino all’ultima trascurata lettera dei titoli di coda.

Nell’istante in cui riapre il portellone a scatto, sulla parete in fondo campeggiano le silhouette di sette ragazzini in bicicletta: il numero perfetto dei miti, si dice Cosimo. Davanti al buio il suo passo si è rifatto incerto, anche se non come al primo ingresso nella stanza; perfino la mente di Cosimo adesso chiede nient’altro che riposo.

Così, quando il pagliaccio bianco e crudele comincia a terrorizzare i protagonisti in fuga un fotogramma dopo l’altro, lo spettatore con gli occhiali e il cuore nello stomaco crede finalmente di potersi meritare un briciolo di serenità, con la schiena protetta dal velluto e le gambe ben attorcigliate allo spazio vuoto a cui è tanto affezionato. Non ha il tempo né il tempismo di notare due biglie bianche riemergere dalla penombra, una lama scintillare d’azzurro e sporcarsi immediatamente di rosso – il rosso della sua gola – e pensare, fra il dolore di aver sbagliato sempre due volte e l’atroce gorgoglio nel quale termina il suo ultimo respiro, che per una volta avrebbe dovuto fidarsi di se stesso.


Francesca Fichera

Buio in sala – parte IV

Prima, seconda e terza parte della storia di Cosimo sono recuperabili con un clic del vostro topo da scrivania.

La prossima e ultima sarà vostra il 1° agosto.


Un’altra persona seduta al posto numero 8 della fila A, sagoma nera incorporata dalla mancanza di luce circostante, immobile e insensibile ai lampi mandati dallo schermo.

Alla sua vista il corpo di Cosimo ricomincia a tendersi e inumidirsi, spezzando brutalmente la già inconsistente tregua del suo mantra segreto.

Quando è entrato? Avevo gli occhi chiusi e non me ne sono accorto… Dev’essere così per forza.

La tranquillità non è più di casa fra le poltrone della fila C, anche se l’occupante misterioso sembra ignorare di essere la principale causa della sua fine. Intanto Cosimo freme e ha già dimenticato le immagini di luce che scorrono rapidamente sullo schermo; perfino i suoni più forti viaggiano sullo sfondo, come in una scatola piena d’ovatta.

Buio in sala - Finestra di Hopper

Tutti i sensi dell’uomo non sono che per l’ombra che ha davanti, l’ombra che vorrebbe afferrare e lanciare fuori, cancellare con le dita per far tornare la pace. Ma quella stessa ombra pare sentirlo, avere accesso a ciò che pensa e volerlo distruggere, come ha già distrutto i contorni della sua calma.

Ora in cima all’ammasso di buio seduto in prima fila c’è un volto, un volto ruotato di troppi gradi verso Cosimo, macchia informe nella quale galleggiano due enormi biglie bianche. E c’è anche un ghigno, bianco come gli occhi, che Cosimo non saprebbe dire se è di gioia o rabbia o tutt’e due perché sta già correndo come un pazzo via, lontano, verso il sole; dove gli incubi restano indietro.

Quando si risveglia dalla febbre del panico trova altri occhi puntati su di lui, chiari e spalancati come quelli del mostro seduto in prima fila, ma privi della follia feroce che nei pochi istanti di contatto ha avuto modo di leggervi dentro.

Buio in sala – parte III

A voi la terza parte dell’inquietante storia di Cosimo.

QUI la prima.

QUI la seconda.


Ora che ha realizzato che non c’era (c’è) niente, può tornare al film, che lo riaggancia col rumore di una pioggia torrenziale.

Mentre sulla parete un bambino in impermeabile giallo insegue una barca di carta lungo un canale di scolo, Cosimo prova a ritrovare la posizione giusta: ancheggia, stira le gambe, incrocia le braccia. Però, però niente. La verità è che non è immerso abbastanza, ed è perché a spaventarlo non sono state (soltanto) le solite cose – l’oscurità, cadere e fare figuracce, non riuscire a godersi da solo lo spettacolo. È perché sta imparando a temere qualcosa di nuovo, un nuovo ospite nel suo infinito museo personale degli orrori.

Rinunciando a qualche fotogramma, il pavido misantropo seduto nella terza fila del cinema torna a chiudere gli occhi: in questi casi sa bene che esiste una soluzione sola chiamata mantra, l’unica valvola funzionante quando la nausea, il fiato corto e la brina sulla pelle smettono di bastare.

Il mantra di Cosimo ha un nome segreto, che solo lui sa e può visualizzare sulla lastra nera delle palpebre, come l’insegna di un vecchio bar di paese. Poi alla parola segue un volto, la seconda parte del mistero che dal ricordo dell’infanzia – è lì che ha casa il nome da lui scelto – lo riporta al tempo in cui sta vivendo… o ha vissuto. È un volto perfetto, dai lineamenti morbidi, lo sguardo liquido, un senso di desiderio sospeso sulle labbra rosa. Cosimo ha amato quel volto, anche se non è stato capace di trattenerlo. A causa, come sempre, del suo terrore cronico. Eppure richiamarlo alla memoria lo rilassa, riuscendo perfino a placare i sintomi del male informe che lo affligge. Il nome e poi la faccia, la faccia e dopo il nome: ecco il mantra di Cosimo, l’oggetto luminoso cucito nella trama grigia della sua vita attanagliata.

Trascorsi alcuni minuti, l’uomo riapre gli occhi con un sospiro. Ha davanti lo schermo illuminato da una scena urlante sommersa dalla pioggia e dal sangue, ma non gli fa paura: storie come quella sono gli antidoti quotidiani alla sua timorosa solitudine, paure inventate che scivolano velocemente l’una dopo l’altra per provargli che un giorno forse anche quelle vere finiranno di strisciargli addosso. Così mentre i gridolini e le esclamazioni della gente alle sue spalle attraversano la penombra della sala, Cosimo si lascia andare a un sorriso, debole come la sensazione di essere coraggioso più degli altri; e adorabile, per quel tanto che dura.

Ma questa è una volta che dura anche di meno delle altre, perché lo spettatore solitario con gli occhiali ha appena realizzato di non essere più l’unico occupante delle prime file: c’è qualcun altro.


continua domenica 29 luglio


Francesca Fichera

Buio in sala – parte II

Come promesso, la strana storia di Cosimo continua. QUI potete cominciare o riprendere il discorso. Se vi piace.


Verrà qualcuno? si domanda, e aguzza la vista sul quadrante graffiato dell’orologio da polso. La luce irregolare della proiezione fa brillare per un istante le due piccole lancette, che gli confermano cinque minuti all’inizio dello spettacolo. Cinque lunghissimi minuti di sudore ghiaccio.

Nella penombra della sala ogni rumore diventa boato: porte che si aprono, gole che tossiscono, il gracchiare delle confezioni di snack e patatine strette da mani sconosciute. Ma ad allarmare Cosimo più di tutto il resto sono i tonfi in direzione dell’ingresso. Qualcuno che potrebbe avere prenotato il posto 9 della fila C o, peggio, D: la fila dietro. Guardare un film guardato a propria volta, con occhi ignoti incollati alla sua schiena, è una cosa che non potrebbe mai accettare, che gli ha sempre messo i brividi. Così ricomincia a lanciare occhiate ovunque come una spia in tempi di guerra, pronto a raccogliere anche la minima variazione nello scalpiccio sulla moquette, a costo di trasformare i cinque minuti di vuoto in una frenesia stracolma.

Sul fondo del suo delirio ci sono i titoli di testa e un’altra tregua dal sudore, che ormai non è nemmeno più un problema. Nessuno dei passi ovattati sulle scale rivestite è diventato un nuovo ospite sgradito da tenere a distanza fra le poltrone di velluto. Nel buio Cosimo sorride un po’, raddrizzando sé stesso e la montatura degli occhiali, e si prepara a immergersi nella visione felicemente quasi solo.

Ma qualcosa, qualcuno, c’è.

Buio in sala - Finestra di Hopper

È una scossa nella momentanea tabula rasa della mente di Cosimo, che ha già spento ogni altra parte del corpo ad eccezione dei suoi occhi. Ne vede altri in fondo alla sala, là dove di solito l’unico disturbo lo dà la luce fioca dei cartelli per l’uscita d’emergenza.

Anche quegli occhi biancheggiano, incastonati nel buio.

Il cuore di Cosimo scatta come un gatto spaventato che risale in tutta fretta la grondaia. D’improvviso nel cinema a mancare, oltre alla luce, è anche l’aria. Dita tremolanti afferrano gli occhiali e li sfilano mentre le palpebre si chiudono e richiudono come al risveglio da un sonno bruto.

Cosimo torna a scrutare nel buio, rimette gli occhiali, scruta ancora, non distingue niente. A parte l’insegna biancoverde sulla porta a spinta.

Paura chiama paura, pensa. Come quando sogni un ragno e al tuo risveglio finisci per vederlo ma non sai se è vero. Ha l’aria improvvisamente stanca e affaticata, respira affannando e due piccole dita immaginarie gli stringono la gola fino a farlo tossire.


la terza parte mercoledì 25 luglio


Francesca Fichera

Buio in sala – parte I

Succede che, senza troppi giri di parole, cominci a scrivere un racconto per proporlo a una rivista interessante ma la vita ti chiede l’ennesimo piccolo doloroso sacrificio, così non riesci a consegnarlo in tempo e ti ritrovi a pensare: Almeno ho un blog, e che l’importante è farsi leggere. Perciò eccolo qua, una puntata alla volta. 


Ogni volta che entra in sala Cosimo ha sempre lo stesso timore: cadere. Il ricordo della sua infanzia a tentoni nel buio del cinema è la prima cosa che gli viene in mente mentre si sistema gli occhiali sul naso e comincia ad avanzare verso la rampa debolmente illuminata che divide le poltrone messe in fila.

Fa un primo passo e già si vede rotolare sui gradini, un capitombolo sommerso dalle risa degli sconosciuti, il dolore nei palmi delle mani, l’umiliazione di essere soccorso da un anziano dall’espressione compassionevole.

Un altro metro e le sue dita cercano d’istinto i profili di velluto delle poltroncine, come un vecchio si appoggerebbe al suo bastone. Puntuale arriva il sudore, freddo e appiccicoso, la memoria fisica di una gogna solamente immaginata.

Mentre procede verso il posto indicato sul biglietto – fila C posto 8 è il mantra che lo spinge – ha un’altra visione: piedi. Incrociati, lunghi, dalle scarpe a punta. E borse. Cumuli di ostacoli pronti a farlo cedere, incespicare in un profluvio di “chiedo scusa” e “permesso” e “perdonatemi” e “non volevo”, dritto dritto contro il muro di cemento della sua inequivocabile goffaggine. Allora Cosimo prega, invoca il signore invisibile dei cinefili soli come lui affinché la fila C non sia stata prenotata da nessun altro, spera con tutte le sue forze che la via sia libera, perché al buio non si comanda ma alla sorte, ogni tanto, sì.

Buio in sala - Finestra di Hopper

E poi succede come quando era bambino e dopo aver visto il Nosferatu non era più stato capace di affacciarsi a cuor leggero alla finestra e guardare i balconi dirimpetto perché avrebbe potuto trovarci lui con i canini in fuori e l’espressione attonita da roditore, gli artigli protesi a dirgli: il prossimo sei tu. Succede che, come allora, guarda convinto di trovare la forma concreta del suo orrore e invece non c’è niente: nessun piede, nessuna borsa, nessuna punta di scarpa. La fila è vuota così come lo erano le bocche spalancate nella notte delle finestre del dirimpettaio.

Cosimo espelle sollievo e finalmente si infila nel corridoio basso tra la fila B e la fila C, sforzandosi di intercettare i numeri sul dorso delle poltroncine e individuare la doppia curva del suo numero. Come si aspettava l’8 è al centro, lì dove lo aspetta una conca di velluto più scuro. Cosimo vi affonda con la testa incassata fra le spalle, come a volere scusarsi con il mondo di aver dovuto stare in piedi per qualche secondo di troppo. Il sudore ha smesso di scorrere ma l’agitazione no; continua a tendergli i muscoli e snodargli la testa. Cosimo controlla i posti alle sue spalle, scorge pochi ovali lontani rischiarati per metà dal bagliore dello schermo, si riassesta cullato dal pensiero di essere l’unico spettatore seduto per almeno quattro file.

Dopodiché ricomincia a sudare.


continua…


Francesca Fichera

Comunque vada…

…è allora, nel luogo e nel momento della svolta, che il mondo si mette ad ascoltare. È allora che il corpo del viaggiatore e il suo percorso diventano un tutt’uno, rompendo il muro invisibile che separa il nero dal bianco, l’amore dall’odio, il rumore dalla quiete.

Da una mia storia inedita, se il Ka vorrà, presto su questi schermi.